Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

play delicate, desire quiet

Saranno queste giornate autunnali così umide ed inspiegabilmente calde, sarà l’alone che copre il cielo notturno di Roma, velando lo sguardo della luna in una dolcissima sera, oppure solo la mia naturale predisposizione d’animo alla placidità emozionale ed alla quieta interiorizzazione dei sentimenti… ma i miei giorni e le mie emozioni in questo momento non possono fare a meno della colonna sonora di In the evenings of regret, opera d’esordio per Grace Cathedral Park, formazione della quale ben poco è dato sapere, se non che incide per la misconosciuta etichetta La Verdad e trae il proprio nome da un brano dei Red House Painters. Nonostante la chiara ispirazione onomastica, le affinità con il gruppo di Mark Kozelek sono ben poche – a parte forse l’atmosfera romantica ed intimista del lavoro – poiché il suono richiama alla mente piuttosto i Mogwai, i passaggi orchestrali di Godspeed You! Black Emperor e, a tratti, le atmosfere sospese e sognanti create, oltre dieci anni orsono, dai primi Slowdive.

Per innamorarmi dei Grace Cathedral Park, ancor prima di conoscere l’album, è stato sufficiente il primo ascolto di Play delicate, desire quiet, le cui armonie di archi accarezzano subito corde profonde dell’anima ed il cui ritmo compassato ed apparentemente fragile entra con facilità in sintonia con quello vitale del cuore, riscaldandolo e sciogliendone le emozioni. Conferma della prima impressione istintiva è poi giunta dalla conoscenza di tutto il lavoro (sei tracce interamente strumentali, per oltre 70 intensissimi minuti), caratterizzato da brani molto lunghi, tutti costruiti con grande rigore su archi, batteria e chitarre languide, che solo a tratti diventano più robuste, impennandosi distorte (come in It’s all well above wonder any way e Settling for the broken in the things never forgotten). Ma l’abilità compositiva, che mantiene In the evenings of regret ben lungi dall’essere un album di maniera, è evidente proprio nel suo snodarsi non attraverso improvvisi e impetuosi crescendo, quanto piuttosto attraverso una vorticosa altalena di accelerazioni e decelerazioni di ritmi e toni, che ne fanno un complesso omogeneo e coeso.

Sul complessivo minimalismo musicale e concettuale spicca solo l’arricchimento strumentale costituito dall’armonica che impreziosisce e rende ancor più malinconica Is it the hurt you’re drowning in; ma si tratta solo di un episodio, perché il resto dell’album fluisce agilmente tra melodie languide e romantiche, al tempo stesso ipnotiche e capaci di scaldare il cuore, senza appesantire l’ascolto, nonostante la lunghezza (ma non prolissità) delle composizioni che si susseguono gradevolmente fino agli oltre venti minuti della conclusiva, struggente Latter day love affairs and everything else you would hope to forget.

Forse l’ascolto di questi Grace Cathedral Park non costituisce alcunché di «nuovo» rispetto a qualcosa di già sentito; ma se, come per il «ragazzo» di Nick Hornby, le emozioni derivanti dalla musica accompagnano sempre i momenti positivi e negativi della vita, e se la musica è ancora in grado di darmi i brividi e farmi commuovere, allora In the evenings of regret è senza dubbio l’album che sta caratterizzando e caratterizzerà gli ultimi mesi di quest’anno, almeno per me, che ho sempre amato ascoltare suoni delicati e, in fondo, ho sempre desiderato la quiete.

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