Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: novembre 2004

Jonathan Franzen – Forte movimento

«Ma adesso devo camminare. Andiamo, vieni con me.
Continuiamo a camminare»

Sull’onda del successo – anche di pubblico – conseguito con Le correzioni, Einaudi ha da poco pubblicato in Italia Forte movimento, romanzo di Jonathan Franzen, la cui prima edizione americana risale al 1992.
Si tratta di un’opera composita ed articolata, forse troppo, poiché la complessità dell’intreccio e la ricchezza di personaggi tende talora a diluire l’immediatezza della scrittura dell’autore in una prolissità a volte un po’ eccessiva – soprattutto per quanto riguarda storie e personaggi in fondo marginali – ed in una mole di pagine che sarebbe agevolmente potuta essere più snella, senza che la qualità della narrazione ne risentisse. Comunque, a parte questa certa ridondanza narrativa, Franzen tratta, con il consueto tono ironico e dissacrante, diverse problematiche delle società odierne, sia di carattere personale e umano, sia politico e di rilevanza generale.
Non è semplice definire il romanzo, né sussumerlo in una qualche precisa categoria di «genere»: appropriatamente le note di copertina lo definiscono «la storia di un amore difficile, un giallo ambientalista e una commedia di costume». Ma se queste descrizioni possono risultare adeguate per singoli passaggi del romanzo, è proprio dal loro intersecarsi in un complesso fluido e ben congegnato che sorgono gli elementi distintivi di un’opera poliedrica e ricca di spunti.
Innanzitutto, i personaggi sono delineati in modo netto nel loro essere portatori di determinati valori (o presunti tali), che li conducono a posizioni tra loro inconciliabili, generate non da scelte ideologiche ma dal buon senso umano e da una sensibilità spiccata che rende in taluni casi incoercibili le scelte di vita ed i sistemi di valori. Franzen descrive, a tratti con cinismo, una società nella quale discriminante fondamentale è il denaro e la consequenziale lotta per il potere. In ciò egli rimane però ben distante da una retorica moralista o vagamente pauperista, poiché, più che deprecare il denaro in sé, rivolge la sua attenzione agli effetti da esso provocati in ambiti diversissimi, quali la dispersione dei rapporti umani, l’abbandono di ogni etica economica e di ogni responsabilità ad essa connessa, la mercificazione della conoscenza e della ricerca, la banalizzazione della religione, ormai ridotta a bigottismo superficiale e tutto sommato rassicurante.
Questa la spietata descrizione di ampie parti della società statunitense del decennio scorso, la cui passività ed incapacità di analisi del reale ha prodotto il perseguimento di un modello di sviluppo egoista ed irresponsabile, la distorsione nell’uso dei mezzi di informazione, il proliferare di predicatori e sette religiose estremiste e quella crisi di valori e consapevolezza cui Franzen attribuiva allora la presidenza Bush senior, e sulla cui profetica veridicità, purtroppo, sempre meno si può oggi dubitare. Su questo fondale così poco edificante agiscono con spregiudicatezza vecchi e nuovi arricchiti, potentati industriali senza scrupoli, ambiziosi predicatori e sprovveduti seguaci, tranquille madri di famiglia con la febbre degli investimenti, tutti in qualche modo alla ricerca di un qualche successo purché contingente, tangibile ed economicamente gratificante (curiosa in questo senso la caratterizzazione dei personaggi, con una netta inversione tra Venere e Marte: in genere ambiziosi e superficiali quelli femminili, riflessivi e moderati alcuni di quelli maschili). In parallelo a costoro, continuano a muoversi però anche gli «altri» che, pur tra mille incertezze e contraddizioni, hanno ancora almeno la capacità di osservare la realtà al di là del proprio naso e dei propri interessi, ed il merito di non omogeneizzare il proprio modo di essere al conformismo ed alla superficialità dilagante.
In questa difesa identitaria, la sfera privata viene quasi inevitabilmente a confondersi con quella «politica», una volta acquisita da parte dei personaggi la consapevolezza del potenziale valore sociale delle singole scelte individuali. Le pagine del romanzo, allora, nonostante la latente ineluttabilità di un destino «globale», sfuggente alle determinazione dei singoli, non propugnano ideali collettivi di lotta, né incitano ad idealismi donchisciotteschi, ma esortano ad una «resistenza umana» individuale, la cui potenzialità ideale si esplichi prima di tutto nel privato, come nell’invito finale a camminare insieme per ritagliare, nel mondo che crolla, uno spazio per il «proprio» mondo, quello degli affetti e della condivisione dei valori, nel quale soltanto risiede l’essenza prima ed autentica della libertà. Poiché «non è piacevole essere tenuti in ostaggio; e non si tratta solo di una figura retorica. In una società decadente si può scivolare a poco a poco nella brama di violenza, oppure venire lentamente trascinati verso la violenza dalla cultura del commercio. Forse tutti noi abbiamo la profonda e congenita consapevolezza che nessuna civiltà dura in eterno, che anche la più pacifica prosperità un giorno dovrà finire, o forse si tratta soltanto della natura umana. Ma la guerra può cominciare a sembrare un meritato spettacolo pirotecnico, e un serial killer (purché abiti lontano) qualcuno per cui fare il tifo». (p. 511)

PLAYING LIVE IN A ROOM – KINGS OF CONVENIENCE LIVE AT AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA 31.10.2004

“Non riesco a smettere di ascoltare il suono di due morbide voci, perfettamente integrate tra loro…”, soprattutto dopo averle sentite in un luogo dall’atmosfera adeguata, ora finalmente rinvenibile anche a Roma.
Alla magia delle voci e delle chitarre acustiche, si è aggiunta quella dei legni della Sala Santa Cecilia, che restituiscono tutti i suoni in maniera mirabile, scandendo le note, lasciando gli accordi sospesi nell’aria e facendo apprezzare persino i silenzi. Eppure, la scaletta è stata pressoché identica a quella di tre mesi fa a Villa Ada, ma se anche il solo ricordo di quel concerto mi ha ancora di più coinvolto in quest’ultimo, ciò che ieri ha fatto la differenza è stato proprio il contesto e l’atmosfera un po’ solenne della sala, che almeno all’inizio ha contagiato il pubblico – per una volta meno incivile del solito – ed anche gli stessi Kings of Convenience, in una sorta di deferenza che solo la confidenza reciproca ed il calore della musica ha pian piano sciolto, fino alla conclusiva ed ormai rituale danza collettiva di I’d rather dance with you, guidata da un sempre più istrionico ed imprevedibile Erlend Øye.
Sul piano musicale non c’è molto da dire, se non constatare come, per comunicare emozioni, sia in fondo sufficiente saper suonare una chitarra e scrivere semplici melodie: così, a prescindere da ogni giudizio tecnico, si riscopre l’essenzialità armonica e l’immediatezza propria della musica.
Non sono tra gli antesignani estimatori dei due ragazzi di Bergen – ma, fortunatamente, nemmeno tra coloro che li hanno scoperti ascoltando Misread al supermercato, tra merendine e cibo per gatti – eppure la loro essenziale spontaneità è stata capace ancora una volta di farmi estraniare da ciò che mi stava intorno, evocando pensieri, ricordi e sensazioni che mi hanno toccato nel profondo.
Forse è l’avanzare dell’età che mi rende incline alle emozioni più tenere e mielate, ma di sicuro sono sempre più convinto che non ci voglia poi così tanto per raggiungere uno stato di sereno appagamento interiore, essendo sufficiente quella schietta e “pura semplicità”, aliena da ogni trucco e sovrastruttura, che rende i Kings of Convenience speciali nella loro semplicità e che, non solo nella musica, troppo pochi sembrano avere oggi il coraggio di praticare.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: