Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: gennaio 2005

In Iceland

In questo periodo a Reykjavík la temperatura massima oscilla tra i 7 e gli 11 gradi, quindi, benché le ore di luce siano ben poche, non è che faccia poi così freddo come si pensa, tanto che anche un meditarreneo abituato al clima di Roma potrebbe adattarvisi senza troppe difficoltà. Certo, la corrente del Golfo raggiunge solo alcune sue zone meridionali, ma quello che l’Islanda sia un Paese interamente gelato è allora in parte un luogo comune, mentre del tutto fuori dal comune è quest’isola di fuoco e ghiaccio, quasi sospesa sull’oceano, ma ricchissima dal punto di vista culturale, come dimostra la sua alta densità di scrittori e gruppi musicali, altrove nemmeno lontanamente raggiungibile in una comunità di soli 270.000 abitanti.

Per questi ed altri motivi l’Islanda è ormai anche un ideale “luogo dell’anima” per molti artisti internazionali, denso di fascino anche per chi, come me, non vi ha mai messo piede e sogna prima o poi di poterlo fare. Tuttavia, è evidente il rischio di farne solo un fenomeno “di moda”, sulla scia di alcuni degli scrittori e dei musicisti contemporanei la cui fama ha oltrepassato le coste islandesi. Da amante del freddo e della civiltà nordica, fin da bambino ho guardato con grande simpatia tutto quanto provenisse da quell’isola, ed ora mi sto prendendo il vezzo di conoscere quanto più possibile dellasua produzione culturale. Tra l’altro, ho appena finito di leggere Il più grande scrittore d’Islanda, secondo romanzo di Hallgrímur Helgason (già autore dello scatenato e spassosissimo 101 Reykjavík), nel quale dell’Islanda non viene descritta né la vita della sua unica città degna di questo nome, né la bellezza paesaggistica, ma una realtà decisamente meno nota, quella della dura vita dei contadini abitanti nelle remote e aspre brughiere dell’isola, tra difficoltà quotidiane e tradizioni primitive a volte selvagge. Il romanzo non mi è sembrato all’altezza del suo predecessore, poiché risulta forse un po’ troppo prolisso e non particolarmente coinvolgente, anche se più ricco di spunti d’interesse nella sua parte finale; tuttavia mi ha fornito lo spunto per riflettere su quanta musica in qualche modo correlata con l’Islanda ho ascoltato nell’anno da poco concluso.

Nonostante il sostanziale silenzio degli amati Sigur Rós (a parte l’Ep ambiental-minimale Ba ba ti ki di do e alcune estemporanee esibizioni live – Frakkur e The Lonesome Traveller) e l’attesa (piuttosto preoccupata) del seguito dell’assoluto capolavoro ( ), nel 2004, tra album nuovi e recuperi di uscite precedenti, più di una decina dei dischi che ho ascoltato ed amato sono in qualche modo correlati con l’Islanda. Sembrerà strano, ma il miglior album islandese dell’anno è senza dubbio In a safe place dell’americano Jimmy LaValle, aka The Album Leaf, che lo ha appunto registrato in Islanda con la collaborazione del quartetto d’archi Amina, nonché di Jon Þor Birgisson e Kjartan Sveinsson dei Sigur Rós e Gyða Valtysdottir, violoncellista presente nei primi due album dei Múm, nonché gemella della mia pupilla Kristin Ann, voce di quel gruppo. E in effetti il suono di In a safe place richiama da vicino alla mente quello dei gruppi sopra citati, tra romanticismo, composizioni elettro-acustiche e forma-canzone. Quasi sullo stesso livello l’emozionante ed obliquo Summer make good dei Múm, visti anche dal vivo nella loro dolce e intensa performance romana la scorsa primavera, che pian piano continuano il loro tragitto dalle lande elettroniche degli esordi verso episodi in prevalenza cantati ed aperti al recupero della tradizione folk locale.

Molte delle produzioni islandesi degli ultimi tempi hanno subito la quasi inevitabile influenza dei Sigur Rós: così Stafrænn Hákon (Olafur Josephsson), che nel suo Ventill/Poki attraversa le categorie della musica ambientale per avvicinarsi a una forma più suonata e completa, ma pur sempre descrittiva di ampi spazi e caratterizzata da una certa iteratività. Così anche Ölvis (Orlygur Orlygsson), troppo enfaticamente descritto come un incrocio tra Sigur Rós e Badly Drawn Boy, ma comunque capace di comunicare in musica una placida e tiepida serenità acustico-ambientale.

<p style="text-align:justify;"Nel 2004 non poteva mancare l’artista islandese in assoluto più nota a livello internazionale, ovvero il folletto Bjork, che, con Medulla, ha prodotto un album assolutamente fuori dagli schemi e davvero molto coraggioso una popstar ormai riconosciuta, visto che, essendo quasi tutto costruito sull’elemento vocale, a tratti è davvero di difficile ascolto, anche se contiene alcune gemme di grande intensità, prima tra tutte Vokuro, cantata per una volta nella gutturale lingua islandese.

Oltre a queste uscite recenti, ho avuto anche occasione di scoprire o approfondire altre ottime produzioni islandesi degli ultimi anni, spazianti nei campi più vari: dall’elettronica contaminata col pop-rock degli Ampop al post-rock chitarristico dei Lúna, da quello più leggero dei Sofandi al suono “british” di Soðin Fiðla. Senza poi contare Virðulegu Forsetar, ultima opera del compositore di classica contemporanea Jóhann Jóhannsson (che mi riprometto di recuperare a breve), oltre a vari altri minori e misconosciuti che la fertilità musicale e l’eccelsa organizzazione informatica islandese mettono a portata di mouse.

E il 2005 si presenta ancora come un anno di importanti uscite islandesi, visto che, oltre all’annunciata nuova opera dei Sigur Rós, c’è da attendere anche il lavoro di debutto per Blindfold, le cui premesse sembrano essere proprio positive…

Insomma, pare che anche nei prossimi mesi potrò continuare a sognare fiordi e geyser ascoltando buona musica proveniente dalla terra che tanto mi affascina!

Richard Mason – Noi

Più volte sono stato vicino ad acquistare il primo romanzo del giovane scrittore sudafricano Richard Mason, Anime alla deriva, peraltro caldamente consigliatomi da fonti attendibili, ma la lettura delle note di copertina non mi aveva particolarmente affascinato, forse per come ne era descritta la trama in termini cupi, o che almeno a me erano parsi tali. Probabilmente andrò presto a riprendere quel romanzo, soprattutto dopo aver letto l’ultima opera di Mason, Noi, da poco pubblicata in Italia da Einaudi, sul cui acquisto non ho invece per nulla tentennato, forse invogliato dall’ambiente da college britannico anni ’80, nel quale, retrospettivamente, si svolge la parte principale della vicenda.

Noi, quasi a conferma del titolo, è un romanzo polifonico, corale, nel quale tre voci narranti si integrano e si alternano continuamente nel descrivere il proprio status al momento della narrazione e nel ripercorrere, secondo angolature visuali differenti, l’evento passato che ha segnato in maniera decisiva le rispettive esistenze. In realtà, i tre non sono i soli protagonisti del romanzo, poiché protagonista effettiva è anche una quarta persona – morta durante il periodo del college, a causa di fraintendimenti ed estremizzazioni legati ad una bravata giovanile –, la cui presenza aleggia per tutto il romanzo.

Non si tratta però solo di un romanzo flashback, né di un «com’eravamo» su un’epoca maledetta e incosciente, né tanto meno della rivisitazione un po’ moralista della propria irresponsabilità giovanile da parte di persone mature, realizzate e sicure di sé. I tre sono, a modo loro, tutti vittime di quel tragico evento: ognuno di loro ha motivi di insoddisfazione, insicurezze e soprattutto rimpianti per ciò che poteva essere e non è stato della propria vita mediocre (tale a prescindere dal denaro o dai successi raggiunti), sicuramente a causa di quel fatto remoto, ma anche dei loro aspetti umani e caratteriali, già delineati in età giovanile e solo acuiti dall’evento che li accomuna.

Noi è infatti essenzialmente un romanzo sulle speranze e le aspettative giovanili deluse, sull’assenza e le sospensioni temporali, sull’incapacità emozionale e comunicativa, sui silenzi non riempiti dalle parole o, peggio, riempiti dalle parole sbagliate. È anche uno specchio della perenne irrequietudine dell’uomo contemporaneo e del suo conseguente ricorso – come a cercare di colmare una mancanza – a palliativi, come alcool, fama denaro o successo, tutti nella stessa misura vacui e irrimediabilmente portatori solo di passeggero benessere. Allora, forse, tra i personaggi emerge solo la figura dell’ideale stereotipo della mediocrità, del perenne «sfigato», che almeno, per il suo contegno passato e presente, sembra l’unico in grado di risultare coerente con se stesso e con tutti i propri limiti di essere «normale», anonimo e incolore spettatore delle vite altrui, hobbesianamente rivolto solo ad evitare discordie, e tanto incapace di cambiamento dall’apparire palesemente ridicolo quando cerca di fingerlo. Altrove è invece l’illusione di poter anestetizzare le sofferenze ricorrendo a mezzi esterni o all’illusione che tutto vada bene.

Così, alle tre vite in qualche modo deviate da quella spezzata anni prima, non resta altro che un nuovo incontro, temuto ma in fondo agognato come solo quelli di persone che hanno ancora qualcosa in sospeso tra loro. E l’epilogo dell’incontro non sarà quello di vecchi «compagni di scuola», ma la conferma di un destino ormai immutabile per i tre personaggi, che viene spontaneo definire «alla deriva». Così, il più disperato coverà ancora la vendetta scellerata che la morte della sua compagna aveva lasciato in sospeso anni prima, mentre gli altri due rimarranno ancora sospesi, per codardia o per buon senso, nella consapevolezza di non poter più tornare sulle proprie decisioni, delle quali simuleranno di non essere poi così scontenti.

Nel romanzo non ci sono vincitori; tutti i personaggi sono in fondo perdenti, che abbiano seguito o meno il più volte citato passo di Sant’Agostino «la coscienza non è potenza, ma atto». Dei quattro protagonisti, i due che lo pongono in pratica finiscono per soccombere, mentre chi lascia solo in potenza i desideri originati dalla propria coscienza rimane ugualmente sconfitto dalla vita e condannato a convivere con il perenne rimorso di non aver tentato di ottenere di più da essa, facendosi artefice del proprio destino.

Insomma, Noi si rivela un romanzo dal quale desumere molteplici spunti di riflessione, travalicanti anche gli stessi contenuti della sua fabula, i cui contorni risultano tuttavia attraenti. A ciò sicuramente contribuisce la capacità narrativa e la sensibilità socio-culturale di Mason, capace con poche parole di caratterizzare fortemente ambientazioni e personaggi, oltre che di gestire splendidamente la pluralità di voci narranti, mai fonte di confusione ma anzi di ulteriore coinvolgimento nella lettura.

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