Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: marzo 2005

Di cosa parliamo quando parliamo di istruzione

Avviene, in certi momenti della vita, che quasi per una serie di causalità si intersechino esperienze personali, dimensione pubblica, letture e riflessioni sulla piega che sta prendendo questo nostro sempre più malridotto Paese.

Sono reduce, ieri, dalla mia prima giornata di sciopero da “ricercatore precario” (!) contro il famigerato d.d.l. Moratti, che dovrebbe dare un colpo decisivo al già vacillante sistema universitario italiano, facendo scemare ancor più il livello culturale della formazione e precarizzando “a tempo indeterminato”, in un beffardo ossimoro, lo status di quanti continuano a profondere il proprio impegno, con retribuzioni scarse o nulle, nell’ambito di ricerca.

Tale disegno, a ben riflettere, è però soltanto una parte di quello ben più composito che ha già prodotto lo svilimento culturale della scuola pubblica (ma non solo), la sua trasformazione in mero servizio, la banalizzazione del corpo docente e la sua soggezione di fatto a giudizi lontani da canoni contenutistici e meritocratici e connessi solo alle esigenze degli “utenti” (sic!), ormai padroni dei contenuti, dell’organizzazione e dei criteri valutativi che la scuola – o l’università – dovrebbe rendere con una sua indipendenza, perlomeno, tecnica.

Tale situazione, seguita con apprensione dai pochi soggetti in essa coinvolti ancora dotati di sensibilità e coscienza del proprio compito, trova sempre meno attenzione da parte della stampa (Mario Pirani – che è tornato ad occuparsene lo scorso lunedì – è una delle poche eccezioni).

Forse è per questo che il romanzo di Paola Mastrocola, “Una barca nel bosco” (Guanda, 2004, pp. 257), ben prima di essere compreso nella cinquina finale del premio Campiello, ha destato il mio interesse di precario della conoscenza, oltre che semplicemente di figlio, memore dell’abnegazione (inutile?) con la quale ho sempre visto mia madre applicarsi all’insegnamento e del disagio sempre crescente da lei manifestato nei confronti dell’istituzione scolastica nei suoi ultimi anni di insegnamento.

Come risulta dalle note di copertina, si tratta di un vero e proprio romanzo di “sformazione”, che ha per protagonista Gaspare, giovane meridionale, volenteroso e capace, spedito dalla famiglia, tra immensi sacrifici, a Torino per continuare i suoi studi frequentando il liceo. “Liceo” (figuriamoci “università”!) è una parola che alla povera famiglia evoca ancora qualcosa di grave, complesso, serio. Invece, Gaspare nel suo iter scolastico vedrà pian piano appassire il sacro fuoco della conoscenza che inizialmente lo vedeva, da “marziano sulla terra”, da “barca nel bosco”, scervellarsi una notte intera su un avverbio latino e prendere 10 in tutti i compiti, sia per le sue capacità, sia per la scarsa difficoltà delle prove propostegli. Col passare del tempo, Gaspare si accorgerà che la scuola sembra tutto fuorché un luogo di stimolo alla volontà, cura degli interessi innati e tributo al merito; si integrerà sempre più in questo mondo, iniziando a impegnarsi di meno, a prendere voti non eccelsi e a prediligere nello stesso tempo gli pseudovalori vacui e superficiali, presenti nella maggior parte delle famiglie dei suoi compagni di classe e assecondati proprio dalla scuola.

Purtroppo per lui anche l’università non saprà corrispondere al suo entusiasmo iniziale, ed anche il suo difficile quanto fugace approccio con l’ambiente della ricerca sarà desolante, di fronte a docenti incapaci di fornirgli i giusti stimoli e “giovani” ricercatori (ovviamente perenni precari) alla soglia dei 40, eterni studenti ancora a casa dai genitori, impossibilitati a costruire la propria vita perché sospesi tra qualche incarico saltuario e gli sforzi per scrivere saggi, frutto di lunghi studi, ma destinati all’oblio.

Non ho potuto fare a meno di immedesimarmi per qualche istante nella situazione descritta (né mi è costata molta fatica…) e, nonostante il tono lieve e ironico del romanzo, ho avuto un senso di malinconia per ciò che, allo stato dei fatti, rischio di diventare o, peggio, sto già diventando, ma non solo per colpa mia. Il rischio di vedere appassire la propria volontà e le proprie inclinazioni esiste ed è concreto, ma, come suggerisce l’epilogo paradossale del libro, possono per altra via tornare ad essere rigogliose semplicemente facendosi trasportare da ciò che diletta, anche se un po’ folle e apparentemente insignificante.

Ma se il risultato finale porta comunque a frustrare il desiderio della conoscenza in quanto tale – quasi avesse carattere eversivo! – e se chi governa la reputa inutile, forse perché non economicamente apprezzabile, viene proprio voglia di chiedersi, come faceva anni fa Corrado Guzzanti, “quando stiamo andando?”.

Per quanto mi riguarda, ancora non lo so bene, ma, se queste sono le premesse, il futuro della nostra Italietta è davvero su una brutta china…

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