Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: maggio 2005

molto, molto forte!

Dopo averlo sostanzialmente divorato, ho finito di leggere Molto forte, incredibilmente vicino, romanzo per il quale vale davvero la pena di spendere la parola «capolavoro», data la sua capacità di coinvolgere il lettore semplicemente attraverso le immagini, le emozioni e la peculiare scrittura di Jonathan Safran Foer, autentico talento naturale della letteratura contemporanea, che spero mi accompagnerà costantemente nel corso degli anni futuri.

Nelle mie discussioni musical-letterarie con molti amici e colleghi sono frequenti contrapposizioni dialettiche sulle diverse cifre stilistiche e narrative proprie degli autori che, in entrambi i campi, soddisfano la nostra volontà di conoscenza e la nostra curiosità intellettuale. In queste discussioni vengo posto solitamente in minoranza per il mio approccio atecnico ed emozionale a musica e letteratura e, in riferimento a quest’ultima, la contrapposizione verte tra chi predilige l’intreccio delle storie (la fabula) ed il sottoscritto che invece nella lettura ricerca tracce di emozioni (sic!) e spunti di riflessione. Ebbene, in Molto forte, incredibilmente vicino entrambi questi elementi si manifestano al meglio e sono corredati da una scrittura al tempo stesso leggera ed intensa, permeata sia di ironia che drammaticità e fortunatamente ben poco incline all’autocompiacimento ed all’autoreferenzialità. Anzi, nonostante il libro presenti numerose immagini e fotografie ed in alcune pagine siano scritte solo poche parole (è l’incredibile registro comunicativo di uno dei personaggi, se così è lecito chiamarli), tali elementi non si possono considerare come cedimenti ad un modernariato a tutti i costi, essendo piuttosto significative espressioni della forza evocativa della parola.

In Molto forte, incredibilmente vicino, come ho già scritto in precedenti post nel corso della lettura, si trova un po’ di tutto: una sorta di caccia al tesoro (nella quale il tesoro è la memoria e la difesa delle proprie radici e dei propri valori), l’amore in molte delle sue diverse manifestazioni, la non agevole ricerca del proprio equilibrio con se stessi e col mondo, il superamento delle proprie debolezze e la loro contemporanea accettazione, e tanto altro ancora. Ma soprattutto, con la tragedia dell’11 settembre 2001 sullo sfondo (ma mai opprimente e pesante come un macigno), il romanzo è un inno contro la guerra, contro ogni genere di guerra, condotta da chicchessia. È pregevole e commovente il link creato dall’autore, e racchiuso nella storia delle generazioni di una famiglia, tra la drammaticità di quel giorno e quella del bombardamento alleato su Dresda del 1945, episodio storico raccapricciante e forse troppo poco noto ma paragonabile allo sgancio delle bombe atomiche sulle città giapponesi (che, non a caso, è richiamato nel romanzo attraverso la narrazione delle memorie di un sopravvissuto). Circa un anno addietro, nell’ambito del corso universitario cui partecipo, avevamo organizzato una conferenza sul bombardamento di Dresda, nel corso della quale un docente tedesco ha proiettato immagini e dati e raccontato storie terrificanti che mi hanno letteralmente inchiodato alla sedia, facendomi constatare ancora una volta come la storia sia scritta sempre dai vincitori e come i morti e le tragedie vengano fatte pesare diversamente e in maniera spesso strumentale. Safran Foer con la storia del piccolo, tenero e bizzarro Oskar e con quella incredibile del suo singolare nonno lega strettamente

la Storia e le storie, poiché, come affermato da J.G. Droysen, «über den geschischten ist die geschichte» («sopra le storie c’è la storia») e quindi sottese a qualsiasi evento storico vi sono vicende personali da esse influenzate e a volte irrimediabilmente segnate. La narrazione parallela della vicenda contemporanea e di quella di sessant’anni fa non presenta cedimenti ad alcuna facile retorica, ma è operata con una non comune consapevolezza ed una delicatezza – anche e soprattutto dei simboli in essa racchiusi – tale da far riflettere ed emozionare in moltissimi passi dell’opera.

Il romanzo è infatti denso di momenti toccanti, di passaggi sui quali fermarsi a riflettere, di frasi che colpisco dritto il cuore ed il cervello, ma anche di altri che suscitano un pacato sorriso. È pressoché impossibile estrapolare, come ho invece cercato di fare nei due brani postati in precedenza, i passi più significativi ed intensi del libro, perché si correrebbe il rischio di riprenderlo almeno per metà: basti qui dire soltanto che molte frasi, momenti, immagini restano impresse nella mente e continuano a circolare in essa anche molto dopo la lettura.

Forse tornerò a scriverne in futuro, man mano che andrò a riprendere e a cercare (ne sono certo!) passi significativi che si sedimenteranno in me, anche a distanza di qualche tempo dal momento in cui ho chiuso il volume e lo ho riposto accanto a Ogni cosa è illuminata. Ma sono convinto che non rimarrà per molto lì a prender polvere, perché mai come questa volta mi è capitato di finire un romanzo ed avere già voglia di ricominciare a leggerlo, cosa che sicuramente farò al più tardi entro la fine dell’anno, anche perché Molto forte, incredibilmente vicino ha ora l’unico di essere già stato da me letto e perché l’attesa per la prossima opera di Safran Foer sarà davvero uno sforzo improbo.

Fortunatamente ho da poco saputo che l’autentico enfant prodige della letteratura contemporanea sarà a Roma al Festival delle Letterature il prossimo 14 giugno…

 

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man is the baby

Yearning for more than a blue day
I enter your new life for me
Burning for the true day
I welcome your new life for me
Forgive me, Let live me
Set my spirit free
Losing, it comes in a cold wave
Of guilt and shame all over me
Child has arrived in the darkness
The hollow triumph of a tree
Forgive me, Let live me
Kiss my falling knee
Forgive me, Let live me
Bless my destiny
Forgive me, Let live me
Set my spirit free
Weakness sown, Overgrown
Man is the baby

(Antony & The Johnsons, I am a bird now, Secretly Canadian 2005)

Un’intensa e dolcissima ballata, tra archi romantici e l’oscura, particolarissima voce di Antony: un piccolo e delicato affresco che, come spesso mi capita nella vita, mi fa pensare come in me permanga sempre un che di infantile, meravigliosamente infantile, se riesco ancora a stupirmi  e ad emozionarmi della vita…

E se poi qualcuno mi rinfaccia – anche giustamente – questo modo di essere, nonostante le sofferenze del momento ed i conseguenti atteggiamenti da bambino la cui marachella è stata scoperta, in fondo non ho poi molti dubbi su come sia prezioso far venir fuori ogni tanto il bambino che dorme in ognuno di noi.

molto forte…

È ancora il nuovo romanzo di Safran Foer a catturare la mia attenzione e ad emozionarmi in questi giorni. Proseguendo nella lettura, si va pian piano delineando un doppio binario narrativo; da una parte la storia – spassosissima ma ricca di spunti di riflessione – dell’orfano Oskar, che sembra riproporre sempre più la formula di una sorta di recherche, già sperimentata in Ogni cosa è illuminata, dall’altra gli inserimenti, in una sorta di cut up strutturale, degli spiazzanti episodi intitolati Perché non sono dove siete voi, la cui voce narrante non è ancora individuabile con precisione (direi che potrebbe essere il nonno di Oskar, ma anche un personaggio che, almeno finora, in apparenza non ha nulla a che vedere con la sua storia). Anche questo è uno schema già utilizzato nel primo romanzo e che a tratti può lasciare interdetti; comunque, in questi brani emerge con evidenza la capacità dell’autore di mescolare con delicata intensità molteplici livelli narrativi, eventi drammatici e tenere vicende personali, come questa:

“Mentre suo padre e il signor Goldberg parlavano nel salotto improvvisato in cui i libri separavano il dentro dal fuori, io e Anna andammo a passeggio, camminammo sulle canne stese sull’argilla grigioverde vicino all’ex scuderia e poi giù fino al punto in cui sapendo dove e come guardare si vedeva si vedeva il limitare dell’acqua, infangandoci fino a metà gambale, macchiandoci del succo dei frutti caduti che calciavamo lontano, dal punto più elevato del podere vedevamo la stazione dei treni affollata, le attività legate alla guerra si avvicinavano sempre più, i soldati attraversavano la nostra città diretti a est, e i profughi andavano a ovest o si fermavano lì, i treni arrivavano i partivano a centinaia, e noi finimmo dove avevamo iniziato, fuori dal capanno che era un salotto. «Sediamoci» disse lei, e ci abbassammo a terra, la schiena contro gli scaffali, li sentivamo parlare all’interno, sentivamo l’odore del fumo di pipa che passava tra i libri, e Anna cominciò a baciarmi, «Ma se escono?» sussurrai, lei mi sfiorò le orecchie, volendo dire che con la loro voce saremmo stati al sicuro. Pose le mani dovunque su di me, non sapevo cosa stesse facendo, io toccai tutte le arti di lei, cosa stavo facendo, capivamo una cosa che non sapevamo spiegare? Suo padre disse: «Puoi restare con noi fin che ti pare». Lei si sfilò la camicia da sopra la testa, io le presi i seni fra le mani, era una cosa imbarazzante e naturale, lei mi sfilò la camicia da sopra, nel momento in cui non vidi più niente, il signor Goldberg rise e disse: «Per sempre», lo sentii camminare nella stanzetta, le misi la mia mano sotto la gonna, fra le gambe, tutto sembrava quasi in fiamme, senza nessuna esperienza sapevo cosa fare, era esattamente com’era nei miei sogni, quasi che tutte le informazioni fossero rimaste compresse dentro di me come una molla, tutto quel che stava succedendo fosse già successo e dovesse succedere di nuovo, «Non riconosco più il mondo» disse il padre di Anna, lei si sdraiò sulla schiena dietro un muro di libri da cui fuggivano voci e fumo di pipa, «Voglio fare l’amore» sussurrò, io sapevo esattamente cosa fare, stava venendo buio, i treni stavano partendo, le sollevai la gonna, il signor Goldberg disse: «Io non l’ho mai riconosciuto più di ora» e lo sentivo respirare dall’altro lato dei libri, se ne avesse sfilato uno dallo scaffale avrebbe visto tutto. Ma i libri ci proteggevano. Ero dentro di lei appena da un secondo quando andai in fiamme, lei gemette e il signor Goldberg pestò un piede e lanciò un grido, come un animale ferito, chiesi ad Anna se stava male e lei fece no con la testa, ricaddi su di lei appoggiandole sul petto la guancia e vidi il volto di tua madre dalla finestra del primo piano, «Ma allora perché piangi?» le domandai, esausto e ricco di esperienza, «La guerra!» disse il signor Goldberg, adirato e sconfitto, la voce gli tremava: «Continuiamo a ucciderci l’un l’altro senza scopo! È la guerra fatta dall’umanità all’umanità, e finirà solo quando non ci sarà più nessuno da combattere!» Lei rispose: «Fa male».” (pp. 144-145)

Questa dolcissima descrizione di una “prima volta” mi ha fatto ripensare allo splendido brano di Ogni cosa è illuminata nel quale si parla delle coppie che fanno l’amore, che generano, nel corso dell’atto, una luce sempre diversa, di volta in volta riconoscibile e visibile sin dallo spazio. Forse questi passi non possiedono la stessa evocatività ma, legati come sono alla storia della seconda guerra mondiale, tracciano un’immagine delicata e commovente, dando luogo a quello che, forse involontariamente, sembra essere un meraviglioso manifesto contro ogni tipo di guerra ed un inno all’amore – ad ogni amore degno di tale nome – come deterrente persino di fronte alle tragedie della storia.
La scrittura di Safran Foer potrà non piacere a molti, potrà considerarsi troppo complessa e a volte dispersiva, perché non sempre il lettore riesce a tener dietro alla sua velocità narrativa, ai cambi di storia e di registro espressivo… ma ad un autore che riesce a dipingere simili limpidissimi ed emozionanti acquarelli non si possono non riconoscere sin d’ora le stimmate del grandissimo!

white noise

A volte – in verità troppo spesso – mi trovo a domandarmi se mai riuscirò a trovare serenità nella mia esistenza. Sono sempre preda di uno stato di insoddisfazione latente, del quale sto cercando piano piano di liberarmi, senza però mai riuscirci del tutto. Forse è solo che continuo ad essere troppo suscettibile, a fare di un granello una montagna, ad essere colpito anche dai minimi episodi negativi (o da me reputati tali) che mi succedono. Certo, per evitare di soffrire si potrebbe evitare di amare e provare emozioni, ma quella non sarebbe vita, sarebbe solo un lento morire del tutto inutile, che potrebbe generare in me soltanto vuoto ed altra sofferenza.
Sembra quasi che la mia vita porti con sé una sorta di rumore bianco di sottofondo, che non smette mai, ma a volte diventa tanto flebile da risultare impercettibile, mentre altre volte diventa più intenso fino a disturbarmi nei momenti più inaspettati.
Quel rumore è un sottile male di vivere, che sto imparando a soffocare e a lasciare dietro le spalle: ma a volte riaffiora proprio quando vorrei più fortemente farlo scomparire, e così arriva a disturbare persino l’idea di vita e quella felicità compiuta che solo una vita insieme può dare.
In altri tempi tenderei a rifugiarmi in quel rumore, quasi a farmi cullare dal suo suono monotono e persistente. Ma ora lo detesto e non posso più accettare fatalisticamente la sua esistenza, anzi, anche se lo sforzo è grande, lo voglio combattere e annientare.
Perché, anche in questo momento, la vita merita di essere vissuta con convinzione e coraggio, per raggiungere quell’armonia che, chi come me ama tanto la musica, va ricercata e difesa ad ogni costo, perché non sia più rovinata da alcun sottofondo dissonante…
Adesso lo credo e lo desidero ancora di più!

Bentornato, Jonathan!

Ieri sera ho finalmente iniziato a leggere Molto forte, incredibilmente vicino, il nuovo e da me tanto atteso romanzo di Jonathan Safran Foer. Da oltre due anni ne aspettavo l’uscita, ovvero da quando mi ero imbattuto, quasi per caso, nel suo romanzo d’esordio, Ogni cosa è illuminata. Avevo letto quel romanzo dopo aver da poco riscoperto la passione per la lettura – e in genere per qualunque cosa sia in grado di emozionare – e ricordo di essermici avvicinato con un misto di attrazione e di diffidenza, dal momento che era la prima volta che mi trovavo a leggere un romanzo di qualcuno più giovane di me. Ma poi ero stato da subito colpito dalla scrittura inconsueta, dinamica ed estrosa, ma mai sfociante nell’autoreferenzialità, e dalla sensibilità dell’autore, capace di alternare momenti di grande intensità ad altri assolutamente spassosi, grazie ad una padronanza della scrittura tale da affrontare con leggerezza anche argomenti “forti”, senza perdere mai la sua vena fondamentalmente ironica e scanzonata e dosando in maniera opportuna i diversi registri.

Già dalla lettura delle prime sessanta pagine di Molto forte, incredibilmente vicino, mi sembra di poter trarre conferma delle impressioni del romanzo d’esordio. Anzi, qui la scrittura appare ancora più coesa e fluida, insomma più “matura” e da subito coinvolgente: se il primo romanzo era ambientato in un’Ucraina stravagante ed onirica ed andava rievocando, in una sorta di caccia al tesoro, storie dell’epoca delle seconda guerra mondiale, questo ha uno sfondo da subito molto reale e vicino, ovvero la New York del dopo 11 settembre 2001, anche se da subito sembra chiaro come quella tragedia venga affrontata senza alcuna retorica estremizzazione. Il protagonista del romanzo è infatti un bambino di nove anni, figlio di una delle vittime di quel giorno, nel quale Safran Foer (lo si capisce da subito) ha riversato tutta la sua bizzarra genialità creativa.

Probabilmente, col prosieguo della lettura, lascerò qui qualche altro appunto sul romanzo; per ora sono già molto contento di non aver saputo resistere al richiamo di questo libro, tra i tanti che potevo inziare, anche se un po’ mi dispiace doverlo sacrificare in un intenso periodo denso di lavoro e impegni diversi, anziché poterlo godere in tutta tranquillità e in un periodo di lettura più ristretto durante l’estate. Ma, viste le difficoltà avute a staccarmene ieri sera, credo che dedicherò alla sua lettura qualsiasi anche breve spazio di tempo. Per ora la mia voracità di lettore è già pienamente appagata, avendo trovato in queste prime pagine sensibilità, coinvolgimento, divertimento, e molti passi che mi hanno colpito e fatto riflettere, come per esempio questi due:

 

“Potremmo immaginare qualunque altro genere di universo, ma questo è quello che è capitato” (p. 26)

“Io le ho chiesto: «Tu sei ottimista o pessimista? Lei ha guardato il suo orologio e ha detto «Ottimista». «Be’, allora ho una brutta notizia per te, perché gli uomini si distruggeranno a vicenda appena sarà abbastanza facile farlo, e cioè molto presto.» «E perché le belle canzoni ti rattristano» «Perché non sono vere.» «Mai?» «Niente è bello e vero.»” (p. 56)

amare è…

…accettare ogni giorno il rischio di essere esposti ad oscillazioni violente, a continui terremoti dell’anima, toccare oggi il cielo con un dito e sprofondare negli abissi domani (e viceversa). È andare incontro all’altro, rimarginare in fretta le ferite, anche soffrire per evitare di infliggere sofferenze. È comprendere, imparare a conoscersi, ammettere ed amare differenze ed imperfezioni, commettere errori e perdonare quelli altrui, senza pretendere giustificazioni o penitenze. È lasciarsi indietro i contrasti, coltivare l’amore giorno per giorno come la cosa più delicata e preziosa, e assomigliarsi pian piano sempre più, fino a diventare una cosa sola.
È questo ciò in cui credo ora che ho scoperto l’amore; è ciò che non voglio e non posso più smettere di vivere, ora che ho trovato l’Amore.

Amore, incontri e scontri

Certo che la vita è proprio strana….. solo ieri aprivo questo piccolo blog cercando di comunicare passione ed entusiasmo per ciò che sto vivendo, sperando di poter riversare su questa pagina ancora amore, entusiasmo e positività che – devo essere onesto a riconoscerlo – non fa altro che provenirmi dalla persona che ho al mio fianco.

Oggi invece mi trovo già a palesare un mood diverso e in parte opposto; mi trovo a riprendere il mio atteggiamento negativo e distruttivo sui rapporti umani e ad essere ancora perennemente scontento e ancora latentemente tentato di rovesciare il tavolo, pur nella consapevolezza che poi potrei soltanto tornare a piangermi addosso. Il guaio è che a volte quella sensazione di autocommiserazione sembra quasi rassicurante, giustificatoria, consolante. È facile poter dire, quando le cose vanno male, "tanto ho i miei problemi", "tanto tutto era imperfetto".

Ma questa volta voglio resistere, e senza dubbio ce la farò ancora. Solo che, come diceva Nick Hornby nel pezzo postato ieri, non riesco ad essere mai del tutto e semplicemente contento. Eppure, sono conscio della mia imperfezione e di quella che sto vivendo, da solo o in coppia, in ogni giorno della mia vita. La cosa magnifica di quelle frasi è che possono essere interpretate in maniera diversa e tra loro opposta, sia nel senso di legittimare la volontà di cambiare e ricominciare, sia nel senso di dover prima o poi fermarsi, non accontentarsi, ma forse soltanto acquisire quella maturità e quella consapevolezza che il mio ideale in tutto e per tutto non potrà mai esistere.

So che non cambierà nulla, forse perché sto pian piano abituandomi ai dissidi di coppia senza dilaniarmi troppo l’anima. Ma, di nuovo, il solo affacciarsi dell’idea di poter perdere ciò che vivo mi fa star male, e non perché sia perfetto ed inarrivabile. Allora, coraggio, ricomincerò e dovrò avere pazienza e comprensione, anche perché so di non essere del tutto immune da colpe, anche se vorrei almeno che questo atteggiamento non fosse solo mio e che in due si cammini fianco a fianco ma anche l’uno incontro all’altro, senza pretendere di possedere "la" verità o similli certezze che proprio non mi appartengono.

La strada è lunga… e di crescere non si finisce mai.

Solo tu…

Solo tu mi colpisci dritto al cuore,
solo tu mi fai sentire me stesso,
solo tu mi rendi migliore,
solo tu mi fai impazzire.

Solo i tuoi occhi mi illuminano l’anima,
solo la tua pelle è calore vitale,
solo i tuoi baci sono nettare inebriante,
solo il tuo respiro e i tuoi sorrisi mi fanno capire perché vivo.

Solo te amo e voglio amare,
istante dopo istante.

emozioni…

“Sembra quasi che se metti la musica (e i libri, probabilmente, e i film, e il teatro, e qualsiasi cosa procuri emozioni) al primo posto, non riuscirai mai a chiarire la tua vita amorosa, e non arriverai mai a considerarla come un prodotto finito. Ci troverai sempre qualcosa da ridire, starai sempre in subbuglio, e continuerai a criticare e a cercare di dipanare la matassa finché non va tutto a rotoli e devi ricominciare daccapo. Forse noi viviamo troppo protesi verso un apice, dico noi che assorbiamo emozioni da mattina a sera, e di conseguenza non riusciamo mai a sentirci semplicemente contenti: noi dobbiamo essere o disperati, o al settimo cielo, e questi sono stati d’animo difficili da raggiungere in una relazione stabile e solida.”

Nick Hornby, Alta fedeltà

Hafssól (Sigur Rós – Von, Smekkleysa 1997)

Bakvið skýjaból vaknar sól úr dvala
Svalar sér við kalda dropa regnsins
leikur sér við heita loga eldsins
Býr til regnboga

Traduzione approssimativa: 

Sole del mare 

Dietro una coltre di nubi, un sole si sveglia dal suo letargo,

si rinfresca con alcune piccole gocce di pioggia,
gioca con le calde fiamme del fuoco.
Genera arcobaleni.

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