Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: giugno 2005

note su note

Quasi per caso, i titoli dei post dell’ultimo mese sono stati in prevalenza titoli di brani musicali che, a volte all’improvviso, si affacciavano nella mia mente, in qualche caso anche dopo molti anni dall’ultima volta che li avevo ascoltati, a dimostrazione di come la musica faccia parte di me e la sua traccia permanga in qualche spazio recondito del cervello (o dell’anima) dal quale riaffiora quando meno te l’aspetti.
Non so se l’abitudine di dare ai post titoli di canzoni permarrà nel tempo; per ora, a puro scopo statistico (e ammesso che possa interessare a qualcuno, della qual cosa onestamente dubito) posso riassumere che i brani qui richiamati nel corso del mese di giugno sono stati i seguenti:

ending up: savoy grand – people and what they want [glitterhouse 2005]
can we start again?: tindersticks – simple pleasure [beggars banquet 1999]
a new start (for swinging shoes): giardini di mirò – rise and fall of academic drifting [homesleep 2001]
this heart machinery: piano magic – open cast heart e.p. [important 2004]
end of the train working: hood – outside closer [domino 2005]
dissolution (the clouds disperse): ozric tentacles – pungent effulgent [dovetail 1990]
all encompassing dust: beans – the tired snow e.p. [zum 2001]
stricken office worker: hood – lee faust’s million piece orchestra [555 1995]
(when you wake) you’re still in a dream: my bloody valentine – isn’anything? [creation 1988]
two worls collide: inspiral carpets – revenge of the goldfish [mute 1992]

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my compilations: #17

Ho appena ultimato la mia diciassettesima compilation, la prima dalla nascita di questo blog, sul quale mi riprometto di appuntare almeno la tracklist delle mie prossime “creazioni”.
Questa volta la compilation presenta suoni piuttosto diversi dal solito e risponde ad una vecchia volontà di dar luogo ad una raccolta molto “post-rock”, incentrata sia su suoni dilatati e sognanti, sia su brani di maggior impatto sonoro; la linea guida, allora, viaggia tra l’Islanda, il Canada e la Scozia dei Mogwai, con qualche divagazione nello spazio ed anche nel tempo, dal momento che non si tratta di una raccolta di brani particolarmente ascoltati nell’ultimo periodo ma, guidata com’è da un intento in qualche misura concettuale, comprende anche qualche brano più datato che solo qui ha potuto trovare un’adeguata collocazione.
Il titolo della compilation è tratto da uno dei brani che la compongono (“these wings will heal and soar as angels sing”), ed avrà la seguente copertina:
17cover
I brani in essa contenuti sono i seguenti:

01. amina – hemipode
02. sigur rós – little match girl theme (music for the royal danish ballett)
03. port royal – flares 1
04. epic 45 – sculpted by winter
05. opion somnium – these wings will heal and soar as angels sing
06. stafrænn hákon – blek
07. immune – untitled
08. mogwai w/dave pajo – close encounters
09. detwiije – pop
10. international karate – i will hurt you
11. souvaris – mnemonic (edit)
12. hrsta – une infinité des trous en forme d’hommes
13. destroyalldreamers – destroy all dreamers
14. the workhouse – the end of the pier (edit)

[rafcd17]

two worlds collide

"Immagina la terra. Hai presente le fotografie scattate dai satelliti? Il nostro caro pianeta circondato dalle stelle, tutto nuvole e distese d’acqua e pezzi di continenti che spuntano qua e là? Ora immagina che l’occhio del satellite, un occhio ispirato, fotografi inaspettatamente due pianeti del tutto identici tra loro. Due solidi rotanti,due sfere imperfette, una accanto all’altra contro lo sfondo meraviglioso della Via Lattea. La prima figura rappresenta la Terra. La seconda il discorso sulla Terra. Il primo pianeta esiste più o meno da quattro miliardi di anni ed è il prodotto dell’aggregazione casuale di materiale vagante nello spazio. Il secondo inizia a formarsi duecentomila anni fa ed è la continua stratificazione di pensieri, parole e opere del suo abitante più illustre. Le successive foto mostrano come i due corpi celesti, in questo particolare momento, si trovino alle prese con problemi differenti. La terra vede ridursi il suo strato di ozono. Il discorso sulla Terra ha subíto nell’ultimo secolo e mezzo un’accelerazione che definire mostruosa sarebbe poco. Questo discorso si va facendo di giorno in giorno più compatto, più uniforme, si avvolge come un guscio come un guscio su se stesso. Stiamo viaggiando verso un sistema chiuso, caro mio, dove qualunque corpo estraneo, qualunque cataclisma proveniente dall’esterno (il Diluvio universale, la nascita di cristo, la Peste Nera, la scoperta dell’America) ha sempre meno spazio per entrare. Il primo pianeta è bucherellato come una forma di groviera, si espone sempre più pericolosamente ai raggi solari, vede i deserti avanzare ogni anno e i corsi d’acqua avvelenarsi poco a poco. Il secondo pianeta subisce un cambiamento di segno opposto: diventa liscio e impenetrabile come una palla di biliardo. Chiuso."

(da Nicola Lagioia, Occidente per principianti, Einaudi 2004, pp. 106-107)

anniversari…

L’ho scoperto quasi per caso, per una stranissima coincidenza che mi ha portato a leggere in data odierna una pagina di un romanzo che ricordava la data del 27 giugno 1980.

Questa sera saranno passati 25 anni dalla tragedia di Ustica: un quarto di secolo di depistaggi, segreti, verità taciute e versioni ufficiali buone solo per ammansire un’opinione pubblica ritenuta tanto stupida da bersi qualsiasi cosa. In quest’italietta "da terza elementare" (cit. Jack Folla-Diego Cugia) è solo una delle purtroppo tante prove dell’immaturità di una (?) classe dirigente e della sua pervicace volontà di tenere come sempre all’oscuro della realtà i cittadini. Come in tante altre occasioni, i colpevoli non ci sono, né li sapremo mai davvero.

Tutto ciò è terribilmente emblematico…

(when you wake) you’re still in a dream

Premessa n. 1: quanto segue è decisamente folle, sconclusionato e privo di senso.
Premessa n. 2: non ho mai creduto (e non credo) nella psicanalisi, nell’interpretazione dei sogni ed in genere nel tentativo di incasellare e schematizzare razionalmente comportamenti, sentimenti, emozioni…

…eppure è qualche giorno che, prossima al risveglio, la mente vaga in direzioni non tanto strane quanto piuttosto reali o almeno verosimili in maniera stupefacente. I protagonisti sono a me noti e cari, anche se ultimamente frequentati in misura ben diversa, e poi c’è sempre, nel discorso onirico o come “colonna sonora” e sottofondo, la componente musicale, della quale – fortunatamente – non riesco a fare a meno neanche quando non sono del tutto presente a me stesso.
Sabato mattina, dopo una notte quasi insonne, costellata di continui risvegli nonostante la stanchezza del giorno precedente, il percorso mentale è quanto più breve possibile, perché riguarda la persona che dorme (?) al mio fianco, anche se il sogno me la presenta in quell’atteggiamento di distacco, quasi ostile, che ultimamente ho osservato un po’ troppo spesso. E allora cerco smentita nella realtà, quasi senza rendermi conto che lei è lì accanto a me; chiamo il suo nome nella speranza di un conforto, senza remore di svegliarla (del resto sono le otto passate), e ciò che desidero arriva, anche se sotto forma di flebili sillabe, di tenui e delicati lamenti per la notte trascorsa e l’inconsueta “sveglia”.
Qualche mattina addietro avevo intravisto con chiarezza sorprendente un caro amico, ultimamente poco frequentato (per esclusiva mia responsabilità), alla cui situazione attuale penso però molto spesso, anche per una qualche affine sensibilità nel vivere certi aspetti della vita. Solo poche ore fa il pensiero del dormiveglia torna su di lui, questa volta in un lungo stream of consciousness nel corso del quale ci si racconta le ultime traversie, i luoghi, le gioie, i tormenti, le decisioni, le scelte non condivise (e forse nemmeno condivisibili); così lui mi parla di un viaggio di lavoro, di una cittadina toscana nella quale non sono mai stato, di una strada sperduta, lungo un muro interminabile ma inconsistente e di una persona che era lì ad attenderlo, finalmente raggiunta; mi racconta le ragioni di una sua scelta che capisco ma stento a comprendere, anche in virtù dei suoi programmi nel prossimo futuro. Intanto io ascolto, riflettendo su di me, riverberando nei miei pensieri il racconto sulla mia situazione, pur ora stabile e aliena da dubbi di sorta. Nella mia mente ancora addormentata ma già in piena attività distinguo nettamente nomi, nazionalità, date (appunto, non credo nei sogni e tanto meno nella sorte altrimenti avrei da giocare al lotto almeno per un paio di settimane…) e mi domando quasi se qualcuna di queste informazioni non si avvicini alla realtà. E poi c’è la musica, che come sempre si intreccia alla vita, anche a quella irreale generata dalla mente: così, mentre dialogo di tutt’altro, penso a concerti e canzoni, verifico su internet che gli Hood suoneranno a Roma in un martedì di ottobre, nel quale (giorno più, giorno meno) apprendo potrebbe esserci un matrimonio inaspettato (tranquilli, non il mio!), purché certi documenti siano nel frattempo messi in regola. Poi, dai manifesti per strada, vengo a sapere che il concerto di Silver Mt. Zion all’auditorium è stato spostato da venerdì 18 a domenica 20 di non so quale mese a causa della concomitanza con qualche altro evento di mio interesse. Infine, non so se sono già sveglio o dormo ancora quando la mia mente accenna a sussurrare “Old songs stay ‘til the end, sad songs remind me of friends” (Mogwai, Cody, in Come on die young, Chemikal Underground 1999). Così, sento il bisogno di scrivere, poco dopo le sette di stamattina, queste righe bizzarre e senza senso, buttate giù all’ascolto proprio di quel magnifico album dei Mogwai che, in maniera così particolare, ho riascoltato con immenso piacere dopo davvero tanto tempo.

stricken office worker

La presenza di una laurea nel curriculum di un nato dopo il 1970, ormai l’ho capito, è segno certo di corruzione quando non d’infamia. Entri all’università ispirato da un confuso moto ribellistico ereditato dal liceo, dalle tempeste ormonali in tragico riflusso, da un Sessantotto inesistente ridisegnato ad arte dagli ingegneri di una qualunque Warner Bros travestita da indie label. Oppure fai il tuo ingresso a giurisprudenza già convinto che un altro mondo è possibile solo su un altro mondo ma speri di poter contare perlomeno sul principio meritocratico che governerebbe l’istruzione superiore (e le borse di studio) (e i concorsi per ricercatore). E ancora: i tuoi sono rimasti romanticamente fermi al 1950 e ti hanno trasmesso – con un ardore, un entusiasmo davvero commoventi se non fosse che sconterai questo abbaglio sulla tua pelle – l’assurdo convincimento che una laurea con il massimo dei voti valga un futuro in cassaforte. Entravi all’università convinto di barattare cinque anni di lavoro quasi artistico su codici, riforme tributarie, diritti civili e altra macchinosa teoretica con il miraggio di una competenza, di un’esperienza, o perlomeno accontentandoti di un (?) arricchimento culturale. Ne uscivi che una totale disillusione, la deferenza incondizionata, il ricorso all’accattonaggio, all’intrallazzo, facevano già parte del tuo codice genetico.

(da Nicola Lagioia, Occidente per principianti, Einaudi 2004, pp. 69-70)

Personalmente non concordo su tutto quanto espresso in questa pagina, né lo trovo particolarmente rispondente alla mia realtà (se non altro perché non mi sono laureato con il massimo dei voti…), ma purtroppo molte di quelle affermazioni non mi sembrano per nulla inverosimili, rapportandole ad esperienze vissute o semplicemente osservate dall’esterno.
Questo brano – ed anche la parte immediatamente successiva – è però davvero spassosissimo e, con tono lieve ma fortemente cinico, induce alla riflessione su molti aspetti della vita reale, soprattutto di chi, forse un po’ impreparato, vive in questi anni incerti quest’età di mezzo, accompagnato dalle insicurezze proprie e da quelle provenienti dal mondo e dal tempo che lo circondano…

all encompassing dust

"Dentro un raggio di sole che entra dalla finestra,

talvolta vediamo la vita nell’aria.

E la chiamiamo polvere."

(Stefano Benni, Margherita dolcevita, Feltrinelli 2005, epigrafe)

Come anche gli altri ultimi romanzi di Benni, questo Margherita dolcevita non è all’altezza delle migliori cose espresse dall’autore: ha qualche trovata indovinata, ma in genere dimostra una certa stanchezza e prevedibilità, soprattutto nel ripetere qualche formula un po’ stantia, ma queste poche parole dell’epigrafe sono di grande effetto e fanno riflettere su come oggi viviamo il mondo, come lo trattiamo e soprattutto su come interpretiamo, a volte in maniera eccessiva o negativa, l’esistenza ed i fatti che ci avvengono giorno per giorno.

dissolution (the clouds disperse)

Le nubi che osservavo venerdì dal finestrino del treno all’imbrunire sembrano essersi dissolte, anche se permane pur sempre una strana sensazione, originata forse da una certa perdurante instabilità delle condizioni atmosferiche dalla quale, quando meno te l’aspetti, possono scatenarsi temporali ed altre improvvise tempeste.

Insomma, il fine settimana – da venerdì sera a ieri – è stato bello e stancante, denso di attività e di pensieri rivolti al futuro e, finalmente, anche prodigo di sorrisi e motivi di soddisfazione. Forse oggi sono troppo stanco ed indebolito per osservare il tutto con lucidità ed anche la recente esperienza mi fa procedere "con i piedi di piombo", memore di recenti esperienze e dell’imprevedibilità del loro insorgere.

Qualcosa ancora non mi lascia del tutto sereno ma, tra le ombre, è tornata a flitrare discretamente la luce, fino a toccare vertici di bagliore ma anche incontrando alcune tracce delle nubi che l’hanno offuscata poco tempo fa.

Pare insomma che, almeno per ora, la mia testardaggine e la mia determinazione abbiano conseguito il risultato al quale tendevano. Io sono però troppo provato e "sballottato" per rendermene perfettamente conto, così preferisco semplicemente abbandonarmi alla vita ad attendere ciò che essa saprà offrirmi, né gongolante né dubbioso, ma solo in attesa del tempo e delle valutazioni che il suo stesso scorrere potrà farmi trarre.

Per ora posso godermi – pur senza eccessiva serenità – questo momento di riflusso dagli impeti recenti ed un in fondo piacevole senso di disorientamento tra i mutevoli venti dell’esistenza e l’alterna temperie dell’amore, così inevitabilmente sospesa tra luce ed ombra…

  

end of the train working

giovedì 16 giugno, ore 20.15 circa

Quando il sole inizia ad abbassarsi sull’orizzonte e le ombre si allungano a dismisura creando un’atmosfera ben nota ma pur sempre affascinante, sono su un treno che dall’Umbria mi sta riportando nella capitale, dopo l’ennesimo raid di questo mio strano dottorato, del quale inizia a sfuggirmi il senso. Per fortuna le mie colleghe antipatiche sono su un altro vagone e allora io posso trovare uno di quei momenti, solitari e così “miei”, che tanto amo vivere per distaccarmi dal mondo e riflettere in solitudine. Intanto Glen Johnson canta nelle mie orecchie “Love & Music” per l’ennesima volta negli ultimi mesi e mi accompagna in questo tratto di viaggio ferroviario, così come mi sta accompagnando in questo periodo di vita.
Questo viaggio, per quanto stancante, ci voleva proprio, per farmi staccare un po’ da giorni vissuti con i nervi a fior di pelle, non per un solo motivo ma per tanti. Ieri pomeriggio mi sono ritrovato in uno dei tanti miei momenti nei quali inizio a pensare che tutto al mondo è sbagliato, oppure che sono io sbagliato per il mondo e che quindi non troverò mai pace e completa realizzazione ai miei desideri; mi sono ritrovato in preda a quelle sensazioni che provai tanti anni fa e che in fondo mi appartengono, tanto da non avermi mai abbandonato del tutto, restando al massimo solo in sottofondo. Allora era l’ingenuità, la disillusione ed il disincanto del primo amore, della prima volta che ho rivolto ad una donna quelle fatidiche cinque lettere, era ancora la piena e feroce consapevolezza di me e del mio modo di essere; ma era anche quasi metà della mia vita fa! Ora quelle sensazioni riaffiorano, temperate da una maturità forse soltanto anagrafica, filtrate dal tempo ma non dall’abitudine, rese più pressanti dal tempo e dalle circostanze.
Eppure sono un paio di giorni che mi sono ripromesso di controllare i miei impeti ed essere relativamente più “freddo”, anche se non per questo accondiscendente. Devo dire che ci sto riuscendo anche abbastanza bene e che in fondo il tanto temuto “lento morire” ha i suoi lati positivi e lascia comunque aperte altre possibilità, trasformando gli impeti momentanei in più composte riflessioni anche sulla propria parte di responsabilità (sempre che le cose non si reputino immutabili ed insuscettibili di un nostro intervento, ma non è il mio caso…).
Non che speri chissà cosa, anzi, non so neanche cosa augurarmi; per ora già esternare ciò che sto vivendo mi ha aiutato e lo farà anche nei prossimi giorni, ma non perché mi piaccia sentirmi dare ragione, com’è possibile avvenga ancora.
Certo, il senso di tutto ciò mi risulta piuttosto oscuro, visto com’è facile, in momenti diversi, interpretare le stesse cose in modi diametralmente opposti, a seconda dell’occhio (o pregiudizio?) con il quale le si vedono. È stupefacente com’è facile virare in nero immagini, emozioni, parole, momenti di vita. Non rivendico coerenza a tutti i costi, ma almeno equilibrio, e con equilibrio sento di dire che, analizzando e soppesando il tutto, vale ancora la pena di tentare, di “resistere” per evitare se non altro di covare alternativamente rancori e rimpianti.
Su questo sono senza dubbio cambiato: non voglio essere io a buttare all’aria il tavolo, anzi, proprio perché mi sembra così importante, voglio difenderlo. È strano che dica questo proprio io che sono sempre stato tacciato di “rigidità” mentale? Forse a rendermi più flessibile, oltre al confronto con un “altro da me”, è stato il perdurare di questo sottile senso di ineluttabilità, questa specie di disagio, di male di vivere che mi accompagna e si fa sentire anche quando non vorrei, perché c’è sempre qualcuno o qualcosa a farlo riemergere e ricordarmelo.
Ora sono quasi le 21, Johnson canta languidamente che non ti puoi perdere se non hai un posto dove andare, le ombre stanno scendendo tra il celeste tenue del cielo e nubi più scure, mentre il treno si avvicina a Orte e mi domando se in questa mia esistenza vi sia un luogo dove andare, se quel luogo sia la fine della corsa o solo, come questa, una delle stazioni intermedie verso una meta che forse non raggiungerò mai.

Durante la mia andata e ritorno Roma-Perugia-Roma ho ascoltato i seguenti albums:

antony & the johnsons – i am a bird now [secretly canadian 2005]
arco – restraint [dreamy 2004]
hood – outside closer [domino 2005]
hrsta – stem stem in electro [constellation 2005]
piano magic – disaffected [green ufos 2005]
efterklang – tripper [leaf 2004]

postilla, poco dopo le 23:
…ma il ritorno a Roma mi riporta alla dura realtà, a come una singola parola, senza alcun significato particolare, possa scatenare reazioni imprevedibili e incomprensibili, generando tensioni che, dopo una giornata così stento davvero ad accettare, tanto da mettere in serio dubbio anche i propositi migliori.

this heart machinery

"Nell’anima cullar la giovinezza, amare
e il cuore che batte ascoltare:
è questo a guarirci, che al mondo dà un sorriso
e la misera baracca trasforma in paradiso."

(da Orme nel cielo, di Einar Már Gudmundsson, Iperborea 2003, p. 31)

Forse potranno sembrare banali ma, nella loro semplicità, questi versi mi hanno fatto pensare (eh, l’Islanda è sempre vicina al mio cuore!).

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