Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: luglio 2005

note su note [2]

Essendo ormai invalsa l’abitudine di dare titoli di brani musicali ai miei scritti un po’ strampalati su questa pagina, ho notato che in prevalenza i brani richiamati sono piuttosto “vecchi” (come cantavano i Mogwai "old songs stay ‘til the end"), forse anche a dimostrazione della loro maggiore sedimentazione nella memoria o dell’influenza da essi avuta in qul periodo della mia vita. Comunque, i post del mese di luglio hanno avuto per titolo i seguenti brani:

eyes & smiles: bark psychosis – hex [circa 1994]

feed me with your kiss: my bloody valentine – isn’t anything [creation 1988]

city sickness: tindersticks – i [this way up 1993]

flower: the charlatans – some friendly [situation two 1991]

the year of occasional lull: hood – the year of occasional lull 7’’ [rocket racer 1998]

small deaths are the saddest: múm – sumer make good [fat cat 2004]

want: the cure – wild mood swings [fiction 1996]

stupid questions: new model army – thunder & consolation [emi 1989]

the happy birthday song: andrew bird – the mysterious production of eggs [fargo 2005]

the happy birthday song

Non ho mai amato particolarmente ricorrenze, feste e compleanni. Fin da piccolo, quell’atmosfera di necessaria gioia mi ha anzi piuttosto infastidito, così come mi ha sempre dato una strana sensazione vedere la famiglia riunita, magari vestita più elegantemente del solito, a pranzare o cenare in sala con tutta una serie obbligata di portate che – devo confessarlo – poi immancabilmente finivo per mangiare abbondantemente, anche se inizialmente non ne avevo particolare voglia.

Col passare del tempo è decisamente aumentato quel senso di disagio o fastidio in simili occasioni, anche se negli ultimi tempi mi ci sono tanto assuefatto da non farci nemmeno troppo caso, rassegnato alla consuetudine ed allo stesso consapevole della sua rapida conclusione, volta per volta. In particolare, non ho mai amato il giorno del mio compleanno, forse da quando a quattordici o quindici anni mi fu organizzata un’imbarazzantissima festa a sorpresa o forse anche da prima. Come tutti i nati in estate, da piccolo non ho mai potuto festeggiare (?) con i miei compagni di classe o amici di tutto l’anno, perché mi trovavo quasi sempre fuori Roma, ma in realtà non ne ho mai sofferto più di tanto, arrivando fino a cercare di celare a tutti la data del mio compleanno, anche per evitare la solita rituale e formale trafila di auguri a volte più obbligati che sentiti. Poi, negli ultimi anni, non potevo certo essere felice di trovarmi ogni anno ad assistere al trascorrere del tempo, senza notare significativi cambiamenti nella mia vita. Proprio questi ultimi anni sono coincisi con compleanni un po’ strani, gli ultimi tre dei quali vissuti lontano dalla famiglia, a cercare di perpetuare da solo il simulacro di un evento da ricordare per chissà quali motivi. Già lo scorso anno, ho però voluto condividere quel giorno con un amico di vecchissima data e mi sono stupito di come, dopo tanti anni, ci siamo ritrovati a fare discorsi seri sulla vita, su decisioni prese, su suo figlio all’epoca in arrivo e su prospettive personali e lavorative.

Ieri, ormai ad un solo passo dalla soglia psicologica dei trenta (aiutooooo!!!), ho invece per la prima volta trascorso parte del mio 29 luglio in coppia, apprezzando così tante piccole cose della giornata di ieri e soprattutto rilevando come quelle piccole cose non ci sarebbero state non essendo in coppia. Allora, dalla graditissima sorpresa della mattina alla pur semplice cena fredda della sera, tutto ha composto una giornata da ricordare, un compleanno indimenticabile e per una volta apprezzatissimo. E poi non fa nulla se ho finito per tornare a casa da solo ed a tarda sera, perché per la prima volta qualcuno ha ordinato una torta di compleanno per me, perché per la prima volta ho brindato ad una ricorrenza, condividendola con la persona con la quale penso di poter condividerne tante altre.

Allora, tra le varie riflessioni affacciatesi nella mia mente dalla tarda serata di ieri a tutto oggi, vi è soprattutto quella che non sono tanto gli eventi della vita ed i particolari in sé a produrre determinate reazioni in noi, quanto piuttosto il modo in cui si vivono momenti, situazioni e circostanze, anche in apparenza banalissime.

stupid questions

La seguente dovrebbe essere una delle tante catene che si rincorrono di blog in blog, come quelle riguardanti musica ed altro: non è che non voglia citare la fonte, ma in tutta sincerità non mi ricordo dove ho trovato questa specie di questionario, probabilmente su qualche blog il cui nome mi aveva colpito. Chissà che l’unico – presumibilmente – lettore di questa pagina o qualcuno che ci capita per caso non voglia raccogliere il testimone, perdendo una mezz’ora del proprio tempo.

Comunque ci proviamo:

un mese: luglio 

un giorno: sabato

un orario: poco prima di mezzanotte

un pianeta: terra

un articolo di arredamento: letto a una piazza e mezzo

un peccato: troppi, ma sono troppo poco cattolico per conoscerli uno ad uno

un personaggio storico: Giuseppe Mazzini

un liquido: acqua

un albero: abete

un uccello: aquila

un fiore: rosa

un evento atmosferico: vento

una  creatura mitologica: minotauro

uno strumento musicale: chitarra

un animale: gatto

un colore: azzurro

una verdura: zucchina

un suono: il respiro della persona amata che dorme al mio fianco

un elemento: aria 

una macchina: qualunque, tanto l’idea dell’automobile non mi appartiene

una canzone: una è troppo poco ma, se proprio devo, direi “Sometimes” dei My Bloody Valentine (Loveless, Creation 1991), che proprio “canzone” non è, ma in qualche modo rappresenta la colonna sonora della mia vita

un film: non amo molto il cinema, forse Fucking Åmål, con una giovanissima ed intrigante Rebecca Liljeberg…

un cibo: pizza

un materiale: legno

un sapore: l’amaro della vita

un gelato: fragoline di bosco della pasticceria Mondi

un profumo: muschio bianco

una parola: essere

un oggetto: libro

un’espressione del viso: la concentrazione vagamente ombrata ed assente della riflessione su me stesso

una materia scolastica: italiano

un  personaggio di un cartone animato: Willy il coyote, ovviamente

un pregio: la sensibilità (in tutte le sue espressioni)

un  difetto: la sensibilità (in tante sue espressioni)

un libro: quello che ha iniziato a cambiarmi: Alta fedeltà, di Nick Hornby, Guanda 1997; quello che più mi ha colpito negli ultimi mesi: Molto forte, incredibilmente vicino, di Jonathan Safran Foer, Guanda 2005

una stagione: autunno

un vizio: addormentarmi con la musica

un segno: l’intesa di sguardi tra due persone che si amano

un senso: udito, perché senza la musica non so cosa sarei

3 cose che odi di te: testardaggine, mancanza di diplomazia, scarsa considerazione di me
3 cose che dicono di te: sensibile, puntuale, orgoglioso

3 cose che non riesci a comprendere: l’odio, l’ipocrisia, la competizione spietata

3 cose che ti annoiano: la televisione, le persone troppo sicure e piene di sé, rimettere in ordine la cucina dopo aver mangiato

3 cose che ti spaventano: la vita, la guerra, i cambiamenti (non tutti…) 

3 cose essenziali di ogni giorno: l’aria, la luce, l’amore

3 hobbies preferiti: musica, lettura, conversazione

3 cose che non puoi attendere: credo di poter attendere tutto nella vita – l’ho già fatto – purché ne valga la pena

3 carriere che hai preso in considerazione: quella universitaria, la libera professione, quella di impiegato in un’amministrazione

3 colori che ti piacciono: celeste, verde, blu

3 posti dove dovresti andare in vacanza: Islanda, Irlanda, Bretagna

3 cose che devi fare oggi: dovrei farne troppe per far sì che un domani possa averne tre già programmate da fare…

3 frasi che dici spesso: ci sto pensando troppo, quindi deduco che non ci siano troppe frasi che dico spesso, se si eccettuano quelle d’amore e di circostanza (purché non diventino la stessa cosa!)

un luogo dove:

pensare in santa pace —> in qualunque luogo potrei estraniarmi e richiudermi in me stesso

piangere —> ho pianto in troppi posti, ma direi tra le braccia della persona amata leggere —> sul letto, prima di addormentarmi

ricordare belle cose del passato —> qualunque recesso dell’anima le abbia conservate

parlare con qualcuno —> in una stanza con nessun altro dentro

divertirsi —> non comprendo molto bene il verbo “divertirsi”, quindi anche da solo, seguendo le mie inclinazioni del momento

organizzare una bella uscita con gli amici —-> un posto tranquillo vdove poter parlare e scambiarsi idee e raccontarsi eventi

un oggetto che ricorda:

la persona di cui sei innamorato —> qualunque cosa guardi; in casa o in giro per Roma

 

persone veramente amiche —> alcuni cd, una bottiglia di vino

un periodo bellissimo —> qualunque cosa ricordi la persona di cui sono innamorato, ma quel periodo desidero che sia sempre il presente

un periodo orribile —> alcuni dischi dei primi anni ‘90

la persona perfetta con cui:

stare al telefono per ore —> colei che amo 

 

parlare di una cosa in particolare per cui vai pazzo —> chiunque sia altrettanto pazzo quanto me per quella cosa

messaggiare —> non sono solito mandare messaggi

da sbattere sul letto —> non ho mai desiderato sbattere nessuno sul letto

da sbattere contro un muro e baciare —> non ho mai desiderato sbattere nessuno contro un muro, come atto fine a se stesso

passare una vacanza —> colei che amo

fare un viaggio —> colei che amo

uscire per la città —> colei che amo

confidarsi su tutto —> colei che amo

chattare —> mai chattato in vita mia e credo proprio che mai lo farò

want

Il quattro di luglio aveva letto su una rivista, in un articolo che parlava di americani famosi, che si può formare il proprio carattere facendo ogni giorno qualcosa di cui non si ha voglia. Significava che tutti gli ostacoli potevano avere qualche utilità? Jeremy aveva copiato la frase su un cartoncino e l’aveva attaccato con una puntina da disegno al davanzale accanto al suo letto. La sua speranza era che il cartoncino allontanasse metà di ogni dolore dichiarando il suo scopo, come una madre che dice a suo figlio: «Ti fa bene, credimi». In realtà, però, lo deprimeva soltanto, perché gli ricordava il numero di volte che era costretto a fare cose che non gli piacevano. Il novanta per cento della sua vita consisteva in cose che non gli piacevano. Anche alzarsi la mattina. Aveva un timore da superare prima ancora di vestirsi! Se quella frase era giusta, non avrebbe dovuto avere il carattere più forte che ci si poteva immaginare? Invece no. Ultimamente si era reso conto che le altre persone sembravano avere dentro di sé un nucleo duro, che davano per scontato. Non si accorgevano quasi nemmeno che ci fosse, l’avevano per natura. Lui era nato senza.(pp. 84-85)

[……]

Rimaneva a letto fino a tardi e si alzava per gradi, spesso restava seduto contro il cuscino anche un’ora, con lo sguardo vuoto fuori dalla finestra. La puntina si staccò e il cartoncino cadde dietro il suo letto; lo lasciò per terra. Sedeva curvo e afflosciato, continuava a lisciarsi il lenzuolo sul petto, e se voleva cambiare scenario alzava lo sguardo dalla parte inferiore della finestra con la zanzariera, che era aperta, a quella superiore, chiusa, dove i vetri sporchi rendevano opaco il sole del mattino. Forse un giorno li avrebbe puliti. Il pavimento aveva una cornice di sporco che partiva dai battiscopa e si diradava solo in quelle zone dove i suoi passi avevano rimosso la polvere. C’erano piccoli ritagli di carta ovunque, alcuni talmente vecchi che sembravano incassati nel legno. Se la luce era giusta, guardando verso il suo studio poteva individuare un lungo capello rosso luccicante. Era di un’allieva di due anni prima, di cui aveva dimenticato il nome. Non spazzava via il capello né faceva alcuno sforzo per conservarlo. Era lì, un particolare che registrava di mattina, senza mai considerare la possibilità di poter intervenire in qualche modo. [……] Da qualche tempo la maggior parte dei suoi abiti sembrava cadere a pezzi. Continuava a dover buttare via camicie con lunghi strappi e pantaloni con le cerniere rotte e mutande con l’elastico allentato, ma non si curava di ordinarne altri dal catalogo Sears. Era quasi contento di buttarli nella spazzatura. Più tardi avrebbe ascoltato con soddisfazione il frastuono dei bidoni metallici sbatacchiati, quando gli spazzini venivano a vuotarli e si portavano via le sue cose. Gli dava una sensazione piacevole liberarsi delle cose. Pensava alle sere di Capodanno trascorse in piedi, al sollievo per un altro anno andato, a come si strofinava le mani sapendo che c’erano dodici mesi in meno da sopportare. O a tutta la sua vita, le centinaia di ricordi che aveva archiviato, gli anni che gli erano stati assegnati e che aveva sopportato con senso del dovere, in attesa di arrivare in fondo alla pila.” (pp. 109-111)

 

ancora da Anne Tyler, L’amore paziente, Guanda 2003

È probabile che quando finirò questo romanzo, ne scriverò qualcosa in termini generali, anche perché sembra fin troppo adeguato a questo momento ed a certe mie attuali riflessioni. Forse anche per questo alcuni suoi passi mi stanno colpendo tanto, o forse non era proprio il caso di iniziare a leggerlo, visto che il suo acquisto risale a tempi ormai lontani e visto che il "momento" ha avuto inizio appena dopo quello della sua lettura.

small deaths are the saddest

A volte mi accorgo che le persone mi giudicano e mi scartano ancor prima che abbia finito di parlare, come se ciò che sono emergesse più chiaramente di qualsiasi cosa io possa decidere di dire. Vedo che distolgono lo sguardo da me e lo puntano altrove. Credono che non me ne renda conto? Ho sempre sospettato che quello che gli altri ottengono così facilmente non sia destinato a me. Sono stat[o] dimenticat[o], mi è stato negato qualcosa. E la cosa peggiore è che ne sono cosciente.” (p. 41)

Le persone tristi sono le uniche autentiche. Possono dirti la verità sulle cose; sanno da sempre che non ci si può fidare di nessuno e che nessun cambiamento nella tua vita, per quanto grande, alla fine ti impedirà di essere quell[o] che eri all’inizio: pers[o] e sol[o], sedut[o] su una tela cerata a guardare gli altri che nuotano a farfalla.” (p. 83)

da Anne Tyler, L’amore paziente, Guanda 2003

the year of occasional lull

È passato un anno: molte cose in me e intorno a me sono cambiate”; così, nel lontano (solo temporalmente) 1992, iniziavo un tema in classe nel quale, tra citazioni di Battiato e frasi criptiche, chiare solo a me, cercavo per la prima volta di esternare e porre su carta il mio impatto con la vita e quei tormenti esistenziali dei quali allora iniziavo a sentire il sapore acre, che mi sembra di essere condannato a sentire finché vivrò.

Oggi potrei dire che più di un anno è passato ed ugualmente in questo periodo molte cose di me sono cambiate, in sensi e direzioni molteplici, e non tutte positive. Anzi, forse ora sono troppo condizionato negativamente da avvenimenti recenti per poter guardare lucidamente alla realtà, tanto che potrei affermare cose nelle quali in seguito non mi riconoscerei. Un anno sembra poco nella vita di un essere umano, ma ci sono periodi di tempo che imprimono così profondamente un segno all’esistenza, tanto da non essere più cancellabili. Infatti, temo di essere sempre più convinto che quell’inverno 1991-92 sia stato decisivo almeno sul mio approccio alla vita ed ai rapporti, visto che, come vado dicendo da tempo, finisco per perpetuare comportamenti, errori ed atteggiamenti, nonostante ciò che vivo adesso non sia per nulla paragonabile a quanto vissuto allora.

Ma io sono sempre io! Con i pregi e gli innumerevoli difetti che da solo mi riconosco, nella mia spietata e per nulla generosa analisi di me stesso. Mi viene rinfacciato il ricordo o il pensiero come colpa pressoché inestinguibile, senza per nulla considerare come il pensiero possa assumere forme e nature diversissime. E poi la vita passata fa parte di noi e non si può cancellare con un colpo di spugna, lascia tracce, esperienze, modella il nostro essere attuale. Il vissuto (qualunque vissuto) non può scivolarci addosso, non si può ricominciare ogni volta daccapo facendo finta che dietro di noi non vi sia nulla. Eppure non dovrebbe contare soltanto ciò che si vive e l’idea di vita proiettata al futuro? È davvero più ancorato al passato chi razionalmente lo riconosce, ammettendo anche eventuali errori, o chi a quel passato conferisce realtà attuale e viva presenza pur in dettagli insignificanti?

Intanto sto perdendo forza e volontà, ma non per questo potrei riprendere ad anestetizzare le mie emozioni, come ho fatto per troppo tempo, ma ciononostante mi sto arroccando sempre più attorno a quello in cui credo, a quello che desidero, tanto da essere persino disposto a sacrifici enormi pur di realizzarlo, fosse anche l’ultima (o l’unica?) cosa che riuscirò a realizzare nella vita.

Perché in fondo non voglio fare altro che “vivere”!  

flower

Don’t bring me flowers to my bed,  

I don’t wish you to know.

It’s time to find myself again

as cold as houses on your street,

as hollow as my own.

I hope you wish them all away.

Time to say goodbye, bye to the bad, bad girl.

It’s time to say goodbye, bye to the bad, bad girl.

Don’t bring me flowers to my bed,

she got what she deserved.

I told her I am of my time,

as cold as houses on my street,

as hollow as my own.

I hope you wish them all away.

Time to say goodbye, bye to the bad, bad girl.

It’s time to say goodbye, bye to the bad, bad girl.

(The Charlatans, Some friendly, Situation Two 1991)

…sono sempre le vecchie canzoni che riaffiorano in certi momenti, quando tutto sembra andare come al solito male, forse perché appunto il tempo passa ma in fondo in fondo non si cambia poi tanto, forse perché già a quindici anni ci si condanna a ciò che si sarà nella propria vita e negli anni successivi non si fa che perpetuare – magari solo sotto forme differenti – comportamenti, errori e soprattutto sentimenti.

[forse, è questo il motivo principale per il quale siamo sempre considerati infantili ed immaturi. E, forse, lo siamo….”, irrimediabilmente.] 

 

city sickness

In questi ultimi giorni – nei quali l’assenza dal blog è stata causata da diversi impegni e da giornate quiete e intense al tempo stesso sul piano personale – anche le mie passioni per musica e letteratura stanno cedendo il passo ad attività per una volta più costruttive e ad emozioni più tangibili. Tuttavia, nonostante abbia addirittura passato un paio di giorni senza ascoltare nemmeno un brano musicale (!), in genere la musica mi accompagna sempre nei rari momenti di quiete e nei miei spostamenti diurni e soprattutto notturni in giro per Roma. In particolare, già dopo il primo ascolto, sono stato molto favorevolmente colpito dall’esordio di uno dei migliori interpreti maschili in assoluto degli anni ’90, ovvero Stuart Staples, già voce dei Tindersticks, che, esaurita ormai da qualche anno la spinta creativa di quel gruppo, si propone ora nella quasi inevitabile veste di solista. Dico inevitabile perché la sua voce calda e profonda, che impreziosiva le fascinazioni orchestrali, a tratti dissonanti e vagamente folk dei primi Tindersticks, lasciava presagire meraviglie anche qualora estrapolata dal peculiare contesto della band.

Stuart si presenta ora con nove nuove canzoni, racchiuse sotto il titolo di Lucky dog recordings, che perpetuano la chiave romantica e melanconica dei Tindersticks ma in una dimensione decisamente intimista, quando non dimessa, e permeata da un’impeccabile eleganza formale, tale da avvicinare ancora una volta il suo inconfondibile cantato a quelli di autentici mostri sacri come Nick Cave e Leonard Cohen. I toni dell’album sono, inutile dirlo, per lo più pacati e riflessivi, anche se non mancano un paio d’episodi nei quali il ritmo si eleva sulla consueta pacatezza ed introversione.

Quanto traspare da questo lavoro (ed è questa la capacità maggiore di Staples) è senza dubbio una sottile malinconia che però mai sembra sfociare in un impetuoso o disperato tormento; è musica introspettiva, riflessiva, romantica, fondamentalmente amara anche quando sembra assumere vesti rabbiosamente meno cupe; è musica per le mezze luci, per il crepuscolo più che per la notte, ma anche per le persiane abbassate nel pieno di un giorno troppo caldo.

Sono passati ormai oltre dieci anni da quando, ancora fanciullo, mi avvicinai per la prima volta alla musica dei Tindersticks, ma Stuart Staples, che già allora mi colpì da subito, è ancora in grado di farmi ritagliare momenti di serena riflessione emozionandomi con la sua voce densa e dolente e le sue storie di amori difficili, ricordi e rimpianti, mentre lui canta ancora una volta la solitudine e lo straniamento dell’individuo di fronte al turbine della moderna vita cittadina, della quale dodici anni addietro aveva in maniera impareggiabile descritto la sofferenza. Ecco, forse in quest’album manca una City sickness (e, onestamente, sarebbe chiedere troppo), ma quello spirito è rimasto intatto, così come le emozioni che sa trasmettere la voce di Staples non appena lo si sente cantare, nella splendida Friday night, “come on and wake this heart” o “where is no feeling there is no pain”, versi che restano da subito aggrappati al cuore ed impressi nella mente, insieme alla loro melodia sofferta e dolente.

Grazie, Stuart, bentornato!

feed me with your kiss

Più della libertà ho aspettato il minuto bollente in cui quattro labbra sospendono il respiro e si mischiano per gustare se stesse attraverso altre due e si confondono per appartenersi.

[…] I baci non sono anticipo d’altre tenerezze, sono il punto più alto. Dalla loro sommità si può scendere nelle braccia, nelle spinte dei fianchi, ma è trascinamento.

 

(da Erri De Luca, Il contrario di uno, Feltrinelli 2003, pp. 42-43)

eyes & smiles

Lay down low. You give it all.

Fresh trace on my back. Hands on my face.

You want it all. Lay down low.

Questa volta il titolo del post è venuto ben prima della scrittura del suo contenuto, perché è da almeno un paio di giorni che volevo scrivere qualcosa sul mio fine settimana e, cercando di riassumerlo, non mi veniva altro in mente che questo splendido ed intensissimo brano tratto dal magnifico “Hex” dei Bark Psychosis (Circa 1994). Poi mi erano venute tante altre riflessioni che benissimo potevano finire sotto quel titolo, infine le cose sono andate diversamente da come credevo e forse ora avrei tantissimo da dire ma sento di non averne così tanta voglia e di stare anche perdendo le parole (“but these are only words, now I’ve only words, once there was a choice” – D. Sylvian & R. Fripp “Damage”, in “Damage”, Virgin 1994).

Dopo un sabato tra alterni momenti di afasia, imperscrutabilità e passione incontrollabile, intensa ricerca reciproca, la domenica inizia ancora con i soliti dubbi inconsistenti, i soliti fantasmi che solo la mente riesce a materializzare, ma ben presto si trasforma in un giorno stupendo, indimenticabile, dominato appunto da sguardi incancellabili, da bagliori accesissimi degli occhi, dalle gioie delle piccolissime cose, da dialoghi finalmente reali e rivolti al futuro con consapevolezza e (almeno così pare) sicurezza reciproca. Eppure, in serata, qualche sottile nube torna ad affacciarsi, senza con ciò intaccare lo splendido ricordo della giornata, ma pur sempre ricordando la latenza di queste ombre, che noi stessi generiamo, facendole alimentare dalla nostra mente, talmente abile da incasellare in negativo tutti gli elementi fino a renderli coerenti tra loro e fino ad avvicinare la concretizzazione di timori che invece il pensiero stesso dovrebbe essere sufficiente ed in grado di esorcizzare. Ma di quel giorno resta solo l’intensità ed un barlume di ritrovata pace, gli sguardi, l’amore incredibilmente intenso e desiderato in continuazione e la consapevolezza dell’importanza dei piccoli gesti, delle cose quotidiane, di quelle apparentemente infantili ed insignificanti ma forse proprio per questo più autentiche e dense di significato. Insomma, ancora una volta credo di aver avuto la conferma di come per me non conti ciò che si fa (o come lo si fa) ma semplicemente ciò che si è e si vive.

Poi, ieri: avrei tantissimo da dire, tanto su cui riflettere, ma non è questo il momento, anche perché l’ho già fatto molto nel corso della giornata, eppure sono sempre più confuso. Posso dire solo che, di nuovo alla ricerca di sguardi, sorrisi, espressioni del volto, ho potuto trarre (sembra banale e tardivo dirlo, alla mia età) la consapevolezza che nella vita le cose cambiano in continuazione, prima anche che noi ce ne rendiamo conto; i rapporti, come iniziano, finiscono, si trasformano, ne producono dei nuovi, non si devono mai dare per scontati. L’esperienza di chi ci è caro ed in fin dei conti affine può forse regalarci l’effimera illusione di essere invece diversi, può forse persino farci vestire da giudici, dimenticando com’è difficile esserlo innanzitutto di se stessi, come sia profondamente sbagliato parametrare le scelte e le esistenze altrui alla nostre malferme convinzioni, ai nostri troppo astratti discorsi e desideri. È un periodo – e qualche appunto sparso su queste pagine sta a testimoniarlo – che sono molto meditabondo su tante e tante cose (potrei dire sul “senso della vita”!), sulla finalità reale di scelte, idee, progetti, desideri che poi immancabilmente, anche qualora si realizzassero, non produrrebbero certamente la soddisfazione di chi, come me, è perennemente insoddisfatto, di chi delle cose riesce a cogliere soltanto la parte negativa, per quanto infinitesimale possa essere. E allora so che nemmeno la fuga, nemmeno questa latente voglia di cambiar la mia vita in tanti diversi modi potrebbe produrre alcunché di positivo, se non temporaneo.

Infine, ieri in serata, tornano nubi nere, a causa anche di incomprensioni generate non solo dalla mia inesperienza e dal mio essere contorto, dal momento che persino i piccoli gesti, da interpretarsi positivamente e tali da rendermi comunque gioioso, vengono interpretati in maniera difforme ed ovviamente negativa; così passa in secondo piano ciò che è veramente importante e si dà rilievo ad aspetti e rapporti secondari ed insignificanti; e da lì le solite accuse rinfacciate a brutto muso, la ripetizione infinita delle stesse litanie senza senso e la deprimente trama di accuse, spiegazioni e scuse che davvero stanno mettendo a dura prova la mia resistenza e la pazienza che, quasi beffardamente, mi viene da così tante fonti riconosciuta. Forse quella di vedere tutto in negativo, di trovare la pagliuzza e farla diventare una trave invalicabile, è ora un’abitudine comune, ma se la negatività, forse per troppo ottimismo o troppa fiducia nel prossimo (!), è in me insita e più non sradicabile, mi sembra che altrove vi sia proprio la volontà di essere insoddisfatti a tutti i costi, o il pregiudizio di vedere tutto in nero, anche laddove dovrebbe esserci un pregiudizio positivo o almeno il beneficio del dubbio rispetto alla diversa (e reale) versione delle cose di volta in volta prospettata.

E poi finisce che torno a casa alle due di notte (anche perché, pur nelle piccole cose, qualunque scelta diversa faccia non mi va mai bene niente) dopo essere uscito di casa alle dieci di mattina e mi ritrovo poco prima dell’una, solo, a Piazza Barberini, dove all’incirca alla stessa ora l’anno scorso pensavo e provavo ben altro, a chiedermi che senso abbia tutto ciò, se ne valga davvero la pena, a canticchiare nella mente “what the hell am I doing here?” e persino a rispondermi che un senso probabilmente ancora ce l’ha, perché c’è qualcosa in cui credo fortemente, che va ben oltre la mera e fredda razionalità e che, come le canzoni, le parole autentiche dettate dal cuore, le belle giornate romane e tante altre piccole e grandi cose, vanno vissute per quelle che sono, catturando e provando, senza schermo alcuno, tutte le emozioni che da esse possono derivare.

E, come scrisse qualcuno cui devo molto (al di là di quanto se ne possa rendere conto) ed al quale mi sento nonostante tutto molto vicino, “forse, è questo il motivo principale per il quale siamo sempre considerati infantili ed immaturi. E, forse, lo siamo….”, irrimediabilmente.   

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