Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

eyes & smiles

Lay down low. You give it all.

Fresh trace on my back. Hands on my face.

You want it all. Lay down low.

Questa volta il titolo del post è venuto ben prima della scrittura del suo contenuto, perché è da almeno un paio di giorni che volevo scrivere qualcosa sul mio fine settimana e, cercando di riassumerlo, non mi veniva altro in mente che questo splendido ed intensissimo brano tratto dal magnifico “Hex” dei Bark Psychosis (Circa 1994). Poi mi erano venute tante altre riflessioni che benissimo potevano finire sotto quel titolo, infine le cose sono andate diversamente da come credevo e forse ora avrei tantissimo da dire ma sento di non averne così tanta voglia e di stare anche perdendo le parole (“but these are only words, now I’ve only words, once there was a choice” – D. Sylvian & R. Fripp “Damage”, in “Damage”, Virgin 1994).

Dopo un sabato tra alterni momenti di afasia, imperscrutabilità e passione incontrollabile, intensa ricerca reciproca, la domenica inizia ancora con i soliti dubbi inconsistenti, i soliti fantasmi che solo la mente riesce a materializzare, ma ben presto si trasforma in un giorno stupendo, indimenticabile, dominato appunto da sguardi incancellabili, da bagliori accesissimi degli occhi, dalle gioie delle piccolissime cose, da dialoghi finalmente reali e rivolti al futuro con consapevolezza e (almeno così pare) sicurezza reciproca. Eppure, in serata, qualche sottile nube torna ad affacciarsi, senza con ciò intaccare lo splendido ricordo della giornata, ma pur sempre ricordando la latenza di queste ombre, che noi stessi generiamo, facendole alimentare dalla nostra mente, talmente abile da incasellare in negativo tutti gli elementi fino a renderli coerenti tra loro e fino ad avvicinare la concretizzazione di timori che invece il pensiero stesso dovrebbe essere sufficiente ed in grado di esorcizzare. Ma di quel giorno resta solo l’intensità ed un barlume di ritrovata pace, gli sguardi, l’amore incredibilmente intenso e desiderato in continuazione e la consapevolezza dell’importanza dei piccoli gesti, delle cose quotidiane, di quelle apparentemente infantili ed insignificanti ma forse proprio per questo più autentiche e dense di significato. Insomma, ancora una volta credo di aver avuto la conferma di come per me non conti ciò che si fa (o come lo si fa) ma semplicemente ciò che si è e si vive.

Poi, ieri: avrei tantissimo da dire, tanto su cui riflettere, ma non è questo il momento, anche perché l’ho già fatto molto nel corso della giornata, eppure sono sempre più confuso. Posso dire solo che, di nuovo alla ricerca di sguardi, sorrisi, espressioni del volto, ho potuto trarre (sembra banale e tardivo dirlo, alla mia età) la consapevolezza che nella vita le cose cambiano in continuazione, prima anche che noi ce ne rendiamo conto; i rapporti, come iniziano, finiscono, si trasformano, ne producono dei nuovi, non si devono mai dare per scontati. L’esperienza di chi ci è caro ed in fin dei conti affine può forse regalarci l’effimera illusione di essere invece diversi, può forse persino farci vestire da giudici, dimenticando com’è difficile esserlo innanzitutto di se stessi, come sia profondamente sbagliato parametrare le scelte e le esistenze altrui alla nostre malferme convinzioni, ai nostri troppo astratti discorsi e desideri. È un periodo – e qualche appunto sparso su queste pagine sta a testimoniarlo – che sono molto meditabondo su tante e tante cose (potrei dire sul “senso della vita”!), sulla finalità reale di scelte, idee, progetti, desideri che poi immancabilmente, anche qualora si realizzassero, non produrrebbero certamente la soddisfazione di chi, come me, è perennemente insoddisfatto, di chi delle cose riesce a cogliere soltanto la parte negativa, per quanto infinitesimale possa essere. E allora so che nemmeno la fuga, nemmeno questa latente voglia di cambiar la mia vita in tanti diversi modi potrebbe produrre alcunché di positivo, se non temporaneo.

Infine, ieri in serata, tornano nubi nere, a causa anche di incomprensioni generate non solo dalla mia inesperienza e dal mio essere contorto, dal momento che persino i piccoli gesti, da interpretarsi positivamente e tali da rendermi comunque gioioso, vengono interpretati in maniera difforme ed ovviamente negativa; così passa in secondo piano ciò che è veramente importante e si dà rilievo ad aspetti e rapporti secondari ed insignificanti; e da lì le solite accuse rinfacciate a brutto muso, la ripetizione infinita delle stesse litanie senza senso e la deprimente trama di accuse, spiegazioni e scuse che davvero stanno mettendo a dura prova la mia resistenza e la pazienza che, quasi beffardamente, mi viene da così tante fonti riconosciuta. Forse quella di vedere tutto in negativo, di trovare la pagliuzza e farla diventare una trave invalicabile, è ora un’abitudine comune, ma se la negatività, forse per troppo ottimismo o troppa fiducia nel prossimo (!), è in me insita e più non sradicabile, mi sembra che altrove vi sia proprio la volontà di essere insoddisfatti a tutti i costi, o il pregiudizio di vedere tutto in nero, anche laddove dovrebbe esserci un pregiudizio positivo o almeno il beneficio del dubbio rispetto alla diversa (e reale) versione delle cose di volta in volta prospettata.

E poi finisce che torno a casa alle due di notte (anche perché, pur nelle piccole cose, qualunque scelta diversa faccia non mi va mai bene niente) dopo essere uscito di casa alle dieci di mattina e mi ritrovo poco prima dell’una, solo, a Piazza Barberini, dove all’incirca alla stessa ora l’anno scorso pensavo e provavo ben altro, a chiedermi che senso abbia tutto ciò, se ne valga davvero la pena, a canticchiare nella mente “what the hell am I doing here?” e persino a rispondermi che un senso probabilmente ancora ce l’ha, perché c’è qualcosa in cui credo fortemente, che va ben oltre la mera e fredda razionalità e che, come le canzoni, le parole autentiche dettate dal cuore, le belle giornate romane e tante altre piccole e grandi cose, vanno vissute per quelle che sono, catturando e provando, senza schermo alcuno, tutte le emozioni che da esse possono derivare.

E, come scrisse qualcuno cui devo molto (al di là di quanto se ne possa rendere conto) ed al quale mi sento nonostante tutto molto vicino, “forse, è questo il motivo principale per il quale siamo sempre considerati infantili ed immaturi. E, forse, lo siamo….”, irrimediabilmente.   

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Una risposta a “eyes & smiles

  1. utente anonimo 7 luglio 2005 alle 16:37

    But I’m a creep
    I’m a weirdo
    What the hell am I doing here?
    I don’t belong here

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