Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

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Il quattro di luglio aveva letto su una rivista, in un articolo che parlava di americani famosi, che si può formare il proprio carattere facendo ogni giorno qualcosa di cui non si ha voglia. Significava che tutti gli ostacoli potevano avere qualche utilità? Jeremy aveva copiato la frase su un cartoncino e l’aveva attaccato con una puntina da disegno al davanzale accanto al suo letto. La sua speranza era che il cartoncino allontanasse metà di ogni dolore dichiarando il suo scopo, come una madre che dice a suo figlio: «Ti fa bene, credimi». In realtà, però, lo deprimeva soltanto, perché gli ricordava il numero di volte che era costretto a fare cose che non gli piacevano. Il novanta per cento della sua vita consisteva in cose che non gli piacevano. Anche alzarsi la mattina. Aveva un timore da superare prima ancora di vestirsi! Se quella frase era giusta, non avrebbe dovuto avere il carattere più forte che ci si poteva immaginare? Invece no. Ultimamente si era reso conto che le altre persone sembravano avere dentro di sé un nucleo duro, che davano per scontato. Non si accorgevano quasi nemmeno che ci fosse, l’avevano per natura. Lui era nato senza.(pp. 84-85)

[……]

Rimaneva a letto fino a tardi e si alzava per gradi, spesso restava seduto contro il cuscino anche un’ora, con lo sguardo vuoto fuori dalla finestra. La puntina si staccò e il cartoncino cadde dietro il suo letto; lo lasciò per terra. Sedeva curvo e afflosciato, continuava a lisciarsi il lenzuolo sul petto, e se voleva cambiare scenario alzava lo sguardo dalla parte inferiore della finestra con la zanzariera, che era aperta, a quella superiore, chiusa, dove i vetri sporchi rendevano opaco il sole del mattino. Forse un giorno li avrebbe puliti. Il pavimento aveva una cornice di sporco che partiva dai battiscopa e si diradava solo in quelle zone dove i suoi passi avevano rimosso la polvere. C’erano piccoli ritagli di carta ovunque, alcuni talmente vecchi che sembravano incassati nel legno. Se la luce era giusta, guardando verso il suo studio poteva individuare un lungo capello rosso luccicante. Era di un’allieva di due anni prima, di cui aveva dimenticato il nome. Non spazzava via il capello né faceva alcuno sforzo per conservarlo. Era lì, un particolare che registrava di mattina, senza mai considerare la possibilità di poter intervenire in qualche modo. [……] Da qualche tempo la maggior parte dei suoi abiti sembrava cadere a pezzi. Continuava a dover buttare via camicie con lunghi strappi e pantaloni con le cerniere rotte e mutande con l’elastico allentato, ma non si curava di ordinarne altri dal catalogo Sears. Era quasi contento di buttarli nella spazzatura. Più tardi avrebbe ascoltato con soddisfazione il frastuono dei bidoni metallici sbatacchiati, quando gli spazzini venivano a vuotarli e si portavano via le sue cose. Gli dava una sensazione piacevole liberarsi delle cose. Pensava alle sere di Capodanno trascorse in piedi, al sollievo per un altro anno andato, a come si strofinava le mani sapendo che c’erano dodici mesi in meno da sopportare. O a tutta la sua vita, le centinaia di ricordi che aveva archiviato, gli anni che gli erano stati assegnati e che aveva sopportato con senso del dovere, in attesa di arrivare in fondo alla pila.” (pp. 109-111)

 

ancora da Anne Tyler, L’amore paziente, Guanda 2003

È probabile che quando finirò questo romanzo, ne scriverò qualcosa in termini generali, anche perché sembra fin troppo adeguato a questo momento ed a certe mie attuali riflessioni. Forse anche per questo alcuni suoi passi mi stanno colpendo tanto, o forse non era proprio il caso di iniziare a leggerlo, visto che il suo acquisto risale a tempi ormai lontani e visto che il "momento" ha avuto inizio appena dopo quello della sua lettura.

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