Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: agosto 2005

note su note [3]

Approfittando della “vacatio” agostana, nonostante la lontananza da Roma e da un computer, questo mese è stato finora il più ricco di post, pur se appuntati, nella stragrande maggioranza, prima sulla cara vecchia carta (benché quasi stentassi a ricordare come si fa…) e poi riversati quasi tutti insieme al mio ritorno. Comunque, i post del mese di agosto hanno avuto per titolo i seguenti brani:

leave the city: magnolia electric co. – trials & errors [secretly canadian 2005]

in an expression of the inexpressible: blonde redhead – in an expression of the inexpressible [touch & go 1998]

takk…: sigur rós – takk… [emi 2005]

living with the human machines: strangelove – love and other demons [food 1996]

what the world is waiting for: stone roses – what the world is waiting for  7’’ [silvertone 1990]

big decision: damien jurado – on my way to absence [secretly canadian 2005]

townes: early day miners – all harm ends here [secretly canadian 2005]

now there’s that fear again: mùm – finally we are no one [fat cat 2002]

faking the books: lali puna – faking the books [morr music 2004]

smiles: spiritualized – lazer guided melodies [dedicated 1992]

perversion: stereolab – peng! [too pure 1992]

gong: sigur rós – takk… [emi 2005]

beauty lies in the eye: sonic youth – sister [sst 1987]

glósóli: sigur rós – takk… [emi 2005]

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glósóli

Finalmente, dopo la “differita” di buona parte del mese di agosto, torno a scrivere in presa diretta le emozioni e le sensazioni del momento. Lo faccio succintamente per dire soltanto che mi sento proprio come quel bambino che si sveglia e, non vedendo la luce del giorno perché intorno a lui tutto è oscuro, teme che il sole sia stato rubato, così va alla sua ricerca, finché non lo ritrova, rendendosi conto che in fondo si trovava lì dov’era sempre stato.

Le cose belle, che non cambiano, sono vicine a noi, ma a volte quasi non ce ne accorgiamo, se non quando rischiamo (o pensiamo di rischiare) di perderle.

L’oscurità è dissolta; gli incubi delle scorse settimane, già più pallidi negli ultimi giorni, sono del tutto svaniti; la luce del sole (perché quella luce esiste) è al suo posto e brilla come e più di sempre.

beauty lies in the eye

[…] il fatto è che questa gente non sa un cazzo, dell’arte. Le loro unità di misura non hanno niente a che vedere, con l’arte. Misurano il valore delle cose dal prezzo: un Van Gogh da un miliardo di dollari, un Rembrandt da dieci milioni di euro. Hanno messo il loro marchio osceno sulla bellezza, e il marchio è quello del loro dio, il denaro. Euro, yen, dollari, sterline. L’arte è commercio, la bellezza un prodotto. Tutto si compra, tutto si vende. L’arte dei rivoluzionari, anche quella viene venduta. Siqueiros e Malevic e Rodenov sono battuti all’asta da Sotheby’s. Non c’è più niente di sacro. E non è giusto. La bellezza creata dal popolo dovrebbe tornare al popolo. Le canzoni non dovrebbero avere copyright e diritti. Come ai tempi di Shakespeare dovrebbero essere cantate nelle piazze, essere proprietà di chiunque le ascolti e le voglia cantare…

 

(Tullio Avoledo, Mare di Bering, Einaudi 2004, p. 351)

gong

25 agosto, ore 20,20

Ad ennesima conferma della mia cronica ed inguaribile sedentarietà, ormai in procinto di lasciare questi luoghi nei quali ho trascorso le ultime tre settimane, si affaccia in me una seppur lieve sensazione di malinconia.

Certo, sono stati giorni non sempre sereni ed anzi a volte piuttosto convulsi, senza peraltro che ciò fosse giustificato da qualche motivo apparente. Negli ultimi giorni, invece, ho riacquistato una relativa serenità, dettata anche dall’abitudine, ed è in fondo questo che mi rincresce un po’ lasciare, soprattutto perché l’agognato ritorno a Roma presenta ancora qualche incognita e mi proietterà di fronte a tante cose da fare ed a qualche non sempre comoda assunzione di responsabilità; ma questi giorni qui trascorsi, spesso irrequieti e decisamente strani, mi hanno anche dato una certa forza e motivazioni per ciò che mi attende.

Poi, penso che tornerò in questi luoghi tra quasi un anno e mi risulta spontaneo cercare di immaginare in che condizione li rivedrò. E allora, in questo crepuscolo nel quale fanno pian piano capolino, una dopo l’altra, stelle che l’inquinamento romano mi impedirà di vedere già da domani, sul mio terrazzo più alto ascolto la musica degli amati Sigur Rós che – forse complice quest’aria, resa ancor più limpida dal diluvio di oggi e già piuttosto fredda – mi sta sempre più entrando nell’anima, abbraccio con lo sguardo la catena di monti lì sul fondo e tutto il panorama di questo luogo, così speciale nella sua semplicità, che in fondo domani un po’ mi mancherà…

perversion

25 agosto

Io credo che la civiltà sia una patina molto sottile, come la doratura di un orologio da poco, che poi con l’acqua o semplicemente col tempo o alla prima grattata contro un muro va via e lascia vedere cosa c’è sotto: il grigio e il freddo dell’acciaio.

(Tullio Avoledo, Mare di Bering, Einaudi 2004, p. 159)

smiles

22 agosto, ore 23

Basta davvero poco, a volte, per rimettere in sesto ciò che la mia mente da sola costruisce nelle sue costanti ed inspiegabili torsioni verso il basso. Basta poco, in fondo, per scaricare giorni e giorni di tensioni, come lavate via dalla pioggia oggi caduta copiosa. Come l’aria, anch’io sembro essermi liberato di cariche elettriche (negative) e tormenti latenti, anche se forse né immotivati né del tutto inutili. Anche questi momenti così negativi ed agitati producono effetti catartici e aiutano a farmi conoscere ancora di più errori e debolezze, così che li possa con più vigore cercare di superare; e poi producono comportamenti e decisioni per il futuro, oltre ad eventi imprevedibili quale la ripresa di un lavoro che per orgoglio intendevo abbandonare e soprattutto l’inaspettato bisogno di entrare in chiesa e l’intensa partecipazione emotiva che ne è seguita.

Non è detto che tra tutto ciò vi sia un legame, anzi in apparenza si tratta di fatti e sensazioni tra loro slegate. Comunque sta di fatto che con così poco, pur senza con ciò abbassare la guardia per il prossimo futuro, si può ritrovare un equilibrio troppe volte da me stesso destabilizzato e persino tornare a veder comparire un sorriso sul mio volto, negli ultimi giorni tanto teso. Allora, a conferma del fatto che ho minore impulso alla scrittura quando non sono ai limiti della sofferenza e della disperazione, affido la chiusura di questa giornata al semplicissimo testo di un breve ma efficacissimo brano degli Spiritualized, risalente ormai a tanti anni fa che, con mia gradita sorpresa, si è insinuato nella mia mente da appena qualche ora.

smiles

when you shine,

you know you take a massive part out of me;

when you smile

you know you blind me to all the horrors i see.

 

(Spiritualized, Lazer guided melodies, Dedicated 1992) 

faking the books

20 agosto

Cerchiamo per una volta di sfatare due luoghi comuni allo stesso tempo, ovvero quello per cui scrivo su questo povero blog soltanto per sfogarmi e lamentarmi per i più svariati motivi, e quello che, nelle troppo rare volte nelle quali sono finora riuscito a parlare d’altro, è stato solo per farlo in maniera positiva circa qualche libro letto o disco ascoltato.

Beh, per il primo posso dire che non ho certo motivi per fare salti di gioia, ma se non altro riesco ad evitare di lagnarmi di quanto da solo costruisco nella mia mente, anche perché sarebbe inutile e oltremodo noioso ripetermi mentre, almeno in apparenza, non dovrei avere ulteriori nuovi motivi di sofferenza e spleen; per il secondo, senza dubbio sto per parlar male di un libro appena (e faticosamente) finito di leggere, ovvero il tanto incensato – fino a farne un vero e proprio “caso letterario dell’anno” in Italia – Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno.

In effetti, anch’io non mi sarei dovuto lasciar trarre in inganno, avendo sempre diffidato di questi giovani scrittori italiani così pompati dalla critica, tanto più se si tratta, come in questo caso, di un giovane docente universitario di letteratura francese. Le trecento pagine del romanzo (che pur si sarebbero potute ridurre all’incirca alla metà) tracciano un trito e moralisteggiante quadro della nobiltà economica e della miseria morale di uno spaccato della c.d. “Roma bene”, attraverso le vicende di una ricca famiglia ebrea e dei personaggi che, nel corso delle diverse generazioni, sono ruotate intorno ad essa ed alla stessa assimilabili per lusso, sfrenatezza, culto dell’effimero e povertà di valori. E fin qui ci si sarebbe potuti aspettare anche una sana critica sociale e di costume: peccato che Piperno descriva tutto ciò in maniera scarsamente analitica e senza particolari colpi di genio, ma anzi con una notevole pedanteria espressiva, tanto nella struttura quanto nel lessico spesso autoreferenziale. Excursus troppo lunghi e a volte inutili, troppi orpelli linguistici ed una minuzia eccessiva in dettagli ridondanti, oltre alla – purtroppo diffusa tra i giovani scrittori – volontà di stupire con termini e situazioni forti (ma che ormai stenterebbero a sconvolgere anche mia nonna…): tutto ciò rende insomma Con le peggiori intenzioni una lettura che vale la pena di evitare, se ancora si è in tempo, per dedicarsi magari a Jonathan Coe (la lettura del cui ultimo Circolo chiuso è gradevole, essendo il romanzo ottimamente costruito, seppur a volte un po’ prevedibile) o a Jonathan Safran Foer, autore del capolavoro dell’anno, Molto forte, incredibilmente vicino (del quale ho già diffusamente parlato su queste pagine e che non vedo l’ora di rileggere) e prova vivente che non di tutti i giovani scrittori si debba diffidare.

Ma l’Italia, da Baricco in poi, è un Paese letterariamente particolare, nel quale troppi scrittori alle prime armi pensano di dover stupire ed impressionare a tutti i costi, anziché semplicemente esprimersi senza cercare stancamente forzati colpi ad effetto, capaci di proiettarli dai vari Vespa e Costanzo di turno, o peggio ancora. Purtroppo temo proprio che Piperno finirà ben presto a far bella mostra di sé in qualche talk-show, magari passando pure per intellettuale di sinistra o “alternativo” (ovviamente finto).

as sparkles swirl…

A volte, di fronte alla frenesia del continuo movimento della vita quotidiana, capita di fermarsi – almeno metaforicamente – a riflettere sulla pregnanza di significato e di senso che tale frenesia reca con sé. È un po’ come ritagliare a fatica un attimo di quiete, anche mentre intorno tutto gira; tutto gira tanto vorticosamente da non permettere nemmerno di capire se siamo noi a produrre ed incrementare quel movimento oppure se siamo da esso trascinati e coinvolti in un ritmo che in realtà non ci appartiene e non corrisponde a quello nostro naturale.
Riuscire a distaccarsi da tutta questa frenesia non sempre è però una condizione auspicabile, anche perché tale distacco non rappresenta tanto una condizione fisica o di fatto quanto piuttosto uno stato mentale, una sensazione di disagio ed estraneità rispetto a ciò che ci circonda. In quei momenti tutto sembra inutile, vacuo, privo di senso; si vorrebbe riavvolgere il nastro di ciò che si vive e si manifesta forte la tentazione di lasciarsi andare, di abbandonare tutto per semplicemente lasciarsi vivere e trasportare dalla corrente circostante. Ma, viceversa, ci si può aggrappare con forza ad un punto di appoggio, sul quale poi basare una tacita resistenza nei confronti del mondo esterno, nell’intento di rifuggire al turbine della nostra vita di scintille impazzite trasportate dal vento, irrimediabilmente destinate a perdere ben presto il loro fugace bagliore…

now there’s that fear again

16 agosto, ore 10 circa

Mattinata grigia, con il cielo coperto da tante nubi scure, in movimento ed in tumulto come il mio animo così inquieto (forse senza alcun motivo) da qualche giorno a questa parte. Inutile dire che non ho voglia di fare niente, nessuna voglia di scuotermi. In realtà ieri non è successo nulla, se non l’ennesimo tentativo maldestro da parte mia di porre dei punti, cercare rassicurazioni e, immancabile, la consapevolezza di non essere stato all’altezza e la sensazione di aver inconsapevolmente peggiorato la situazione.

Davvero, non è successo nulla: sono solo io che mi infliggo sofferenze preventive ed auspicabilmente inutili, ma che ci posso fare se sono tornate sensazioni tristemente note, se è tornata quella paura che mi stringe lo stomaco facendomi essere così irrequieto? E menomale che sono riuscito in parte a controllarmi, onde evitare di fare danni ancora peggiori! Poi però mi rendo conto che le mie sono solo elucubrazioni, “pippe mentali” tutte volte in negativo, così invasive nella mia mente ma anche così labile che basta un minimo ed insignificante segnale positivo a far sparire il groppo allo stomaco e a darmi un po’ di serenità, a far prevalere, una volta tanto, la ragione e il buon senso, liberando sulla mia anima un raggio di sole, proprio come quello che fa capolino fuori dalla mia finestra, tra nubi in apparenza scure ed impetuose (come i brutti pensieri che da solo mi costruisco) ma tutto sommato innocue.

Detesto autocitarmi, ma mi viene in mente quanto scrissi un paio di mesi fa su un treno in corsa tra l’Umbria e il Lazio (end of the train working): per me è tutto ancora valido, soprattutto la conclusione sulle stazioni della vita e la perenne incertezza sull’arrivo a destinazione.

Per ora, per quanto possa apparire banale, devo solo evitare di “fasciarmi la testa prima di essermela rotta”, sia perché, nonostante certe sensazioni, non è per nulla scontato che me la romperò, sia perché questa paura e queste sofferenze non possono certo rappresentare un anticipo o una qualche diminuzione di quelle, ipotetiche, future, che anche da me dipende evitare e, soprattutto, evitarmi.

townes

15 agosto, ore 15,30

Pomeriggio ferragostano, come prevedibile immobile e solitario, come la mia vita e la vita intorno a me, se non fosse per le rapide nuvole in viaggio, trasportate dal vento, che immancabilmente scuote questo luogo immutabile, collocato quasi per caso a ridosso dei monti, ai piedi del massiccio del Pollino.

Dopo il rituale pasto controvoglia, mi ritrovo in quel piccolo “luogo dell’anima”, rifugio di tanti momenti belli o difficili della mia vita, che è il luogo dal quale riesco a dominare la valle, per chilometri e chilometri, e ad osservare gli imponenti monti sopra di me. Mi è di compagnia la musica degli Early Day Miners, che ascolto immerso nei miei pensieri e nei miei dubbi per la vita futura, mentre mi muovo irrequieto intravedendo il panorama così scarsamente messo a fuoco dai miei occhi malati, privi delle loro lenti e in più ulteriormente velati da una ben nota coltre di lacrime, latente ma quasi restia a scendere.

Anche oggi la mia anima è tormentata; benché da poco sufficientemente rassicurato rispetto alle paure dei giorni scorsi, non mi è facile riempire di senso pensieri e comportamenti tenuti, né tanto meno riesco a trarre serenità dal senso di precarietà che ogni giorno di più sembra pervadere un’esistenza nella quale vorrei almeno scorgere l’ombra di qualcuna di quelle (poche) certezze costruite(si) in me ed intorno a me.

Mi sorprendo nel constatare che fortunatamente il mio soggiorno in questi luoghi è ormai prossimo al suo giro di boa, forse nell’illusione (e nella speranza che non resti solo tale) che il ritorno alla vita “normale” possa significare anche quello ad una maggiore linearità e profondità delle mie reazioni, soprattutto perché sono ben consapevole che molti dei miei attuali pensieri da non altro sono determinati se non dalla solita, pessima abitudine di interpretare in maniera negativa anche semplici espressioni o atteggiamenti; eppure sono queste le sensazioni dominanti da un paio di giorni a questa parte, benché le mie sovrastrutture razionali non manchino di sottolineare come non sia cambiato nulla, così come mi viene confermato in maniera esplicita da altre fonti. Forse è, come al solito, una mera questione di aspettative, per cui si tende ad enfatizzare la mancata realizzazione di un miglioramento atteso, piuttosto che rilevare quanto continuativamente si vive.

Intanto questo mese di agosto è ormai giunto alla sua metà, e con esso la mia lontananza con la vita che sono solito condurre (che nel bene e nel male tanto mi manca). C’è ancora da soffrire altrettanto distacco e lontananza, oltre a quella già patita; non è per nulla facile, ma è già di discreto conforto pensare che tra poco la “strada” sarà in discesa. Allora, nella mia totale mancanza di volontà, non mi resta che cercare di far trascorrere questo tempo, in apparenza interminabile, nel modo (relativamente) più sereno possibile, cercando di soffocare i cattivi pensieri, come sempre, nella lettura e nella musica (nonostante per entrambe abbia perso un po’ d’entusiasmo), e di convincermi che non fare passi avanti significa almeno non farne indietro e quindi continuare a vivere tutto quanto, fino a un paio di settimane fa, illuminava e dava un senso alla mia vita.

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