Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: novembre 2005

note su note [6]

Complice la maggiore facilità di accesso alla rete ed anche l’accresciuta dimestichezza con l’impaginazione, il mese di novembre ha raggiunto il record di sedici post. Escludendo, come sempre, quelli relativi a compilation e recensioni, i restanti hanno avuto per titolo i seguenti brani:

 

afternoon sun: l’altra – in the afternoon [aesthetics 2002]

sleepless nights: blindfold – blindfold [resonant 2005]

second nature: cradle – baba yaga [ultimate 1996]

long saturday: yellow 6 – melt inside [make mine music 2005]

this is just a modern rock song: belle and sebastian – push barman to open old wounds [rough trade 2005]

white light of: do make say think – & yet & yet [constellation 2002]

love grows slow: lisa cerbone – ordinary days [little scrubby music 2004]

hoppípolla: sigur rós – takk… [emi 2005]

all sparks: editors – the back room [kitchenware 2005]

(i can’t seem to) make you mine: the clientele – strange geometry [pointy 2005]

mostly ghosts: lazarus – like trees we grow up to be satellites [temporary residence 2004]

to our sounds: squares on both sides – dunaj [hausmusik 2005]

without word: magnetophone – the man who ate the man [4ad 2005]

the end of the pier: the workhouse – the end of the pier [bearos 2003]

the end of the pier

Per mantenere un minimo di equità, devo smentire almeno in parte, come peraltro ampiamente previsto, qualcuna delle solite inutili lamentele della scorsa notte. Analogamente a quelle che hanno portato la tempesta di ieri, le nubi si diradano veloci, lasciando un pur timido ed incerto squarcio, non tale da farmi illudere che le intemperie siano del tutto dietro le spalle. Sono ormai troppo disincantato per cancellare sensazioni appena vissute, pensieri da poco fluiti dalla mia mente. Dopo la sfuriata temporalesca, stasera ho recuperato le parole, ed anche quel sorriso che non è poi così difficile far apparire sul mio volto, ultimamente un po’ troppo tirato. Sono sempre dell’avviso che basti davvero poco, poiché soprattutto in questi momenti mi rendo conto come, per quanto possa riuscire ad essere rigido e razionale, qualcosa di splendidamente incontrollabile prende ben presto il sopravvento. In fondo ritengo sia giusto così, cedere di fronte ad un imponderabile, a qualcosa come di predeterminato sul quale la ragione ha un dominio molto limitato, sterile ed incapace di esprimersi in maniera persuasiva, nemmeno verso me stesso.

E poi devo ammettere di iniziare ad apprezzare con (una certa) serenità questi momenti da “quiete dopo la tempesta”, poiché mi sembra di riuscire a trovare in essi conferme importanti, al di là delle parole o dei gesti, pur graditi. Sono forse proprio queste le situazioni nelle quali ci si riesce a conoscere meglio e non certo per il benessere ed il sollievo momentaneo, benché il suo arrivo in maniera soddisfacente e tempi rapidi sia già di per sé denso di significati.

Allora, quando la tempesta si sta dissolvendo, è ancora più piacevole contemplare le evoluzioni delle nuvole ormai già in lontananza, pensando soltanto che anche esse fanno parte dell’alternarsi dei momenti della vita, così da coglierne l’impeto per poi godere pienamente della ricostituita serenità.

Non è così difficile, anzi a me lo sembra sempre di meno, come nei versi di uno dei miei “brani della vita”, che mi girava in testa da qualche ora e, dopo tanto tempo, ho sparato a tutto volume, mentre mi accingevo a scrivere queste parole, riacquiastandole, abbracciandole ancora una volta per cercare di non lasciarle sfuggire più.

 

It’s getting easy, it’s getting easy  

but we all have to struggle sometimes.

It’s getting easy…

without word

Interrompo per un po’ lo sterile gioco del "piccolo critico musicale", che tanto mi ha impegnato nei giorni scorsi, solo per dire un paio di parole (anzi, per non dirle) su una serata di pioggia intensa ed incessante.

Già la serata non era nata sotto i migliori auspici, tra tuoni, fulmini ed un diluvio che mi accoglie appena messo piede fuori casa; ovviamente mi inzuppo per bene, nonostante l’ombrello formato-famiglia. La flebile speranza di riscattare tanto disagio resta poi delusa, come peraltro nelle previsioni, a causa di non altro che ciò di cui parlavo circa una settimana fa a quest’ora, perché quel po’ d’impegno che richiedevo non c’è stato, anzi non ve n’è stata nemmeno l’ombra.

Come allora, mille interrogativi continuano ad affollare la mia mente, anche se forse mi sto convincendo che il tutto non dipenda soltanto da una mia visione distorta, dovuta alla solita voglia di perfezionismo. Per ora è meglio dormirci sopra, cercando di glissare sull’argomento, poiché è grande il timore di pensare, dire o – peggio ancora – fare qualcosa di cui potrei pentirmi.

Per una volta, quindi, mi tengo le parole per quando avrò voglia di dire qualcosa di positivo, anziché profonderle sempre per lagnanze inutili, visto che so benissimo come già domani tutto tornerà al suo corso normale, non so se per convinzione reale o per incapacità di modificare il corso degli eventi.

E che la pioggia di stanotte trascini con sé anche questi afasici interrogativi e, una volta scivolata via, restituisca spazio a tutte le parole…

my music reviews: the clientele – strange geometry

Come l’araba fenice, il pop britannico, ormai da decenni periodicamente considerato morto, rinasce trasformandosi ed arricchendosi di voci, stili ed elementi tali da far pensare che la scrittura di canzoni semplici ma profonde, leggere ma allo stesso tempo venate di sottile malinconia, sia qualcosa di endemicamente connaturato agli animi ispirati di tanti giovani cresciuti, al suono delle varie ondate wave, in città grigie e perennemente umide. Potranno anche apparire luoghi comuni, ma sono solo questi gli elementi genetici della musica dei Clientele, così come quelli che con evidenza traspaiono dalla loro musica. “Strange Geometry” è il loro terzo lavoro (dopo la raccolta di singoli “Suburban Light” ed il primo album vero e proprio, “The Violet Hour”), opportunamente uscito in autunno, sì da renderlo ideale colonna sonora alle atmosfere uggiose nelle quali risulta piacevole farsi avvolgere dai toni tiepidi e sfumati della loro musica.

“Strange Geometry” è anche la prima opera dei Clientele ad avvalersi di una produzione esterna – ad opera di Brian O’Shaughnessy – che però sembra aver influito soltanto sulla pulizia d’ascolto dei loro brani, non invece sui contenuti delle dodici tracce qui raccolte, come sempre sospese tra il cantato delicato e malinconico di Alasdair MacLean, impressioni folk-pop, chitarre sottilmente psichedeliche ed ora anche romantici archi arrangiati da Louis Philippe. I nuovi brani confermano i Clientele come una band dotata di un proprio suono, fresco e caratteristico, nonostante i tanti possibili accostamenti ad almeno tre decenni di pop sognante e raffinato, dai La’s ai Belle & Sebastian, dai Byrds ai Galaxie 500.

Il lavoro si presenta con "Since K Got Over Me" (quasi una riproposizione in chiave più veloce della splendida "Reflections After Jane", compresa in “Suburban Light”), i cui accordi ci accompagnano da subito a passo spedito in un girovagare senza meta attraverso strade cittadine bagnate e scarsamente illuminate; ma già la successiva "(I Can’t Seem To) Make You Mine" provvede a rallentare le cadenze, con il cantato soffuso di MacLean ed un copioso e languido accompagnamento d’archi, anticipando di fatto una sorta di filo conduttore dell’intero album, ovvero la continua e non casuale alternanza di episodi più movimentati ed altri decisamente introspettivi, presenti in maniera mai così cospicua in un lavoro della band. Si passa infatti con disinvolta agilità dalla scattante impronta sixties dell’Hammond di "My Own Face Inside The Trees" alla sommessa ed introspettiva scarnezza di "Step Into The Light", dall’andamento sincopato di "E.M.P.T.Y." e quello quasi soul di “Spirit” alle riflessioni esistenziali di “K” e "When I Came Home From The Party", fino al nostalgico spoken-word di "Losing Haringey" che, con le sue immagini da fotografia sbiadita, rende perfettamente l’idea del mood compositivo di MacLean, pur ora esplicantesi in uno spettro di variazioni discretamente ampio.

Tratto comune di tutto l’album è comunque anche l’accresciuta immediatezza del suono, probabilmente dovuta anche ad una produzione attenta e professionale, testimoniata con evidenza dal brano che rappresenta la vetta emotiva dell’intero lavoro, “Impossibile”, la cui versione qui contenuta denota alcune significative differenze rispetto a quella già edita nell’e.p. “Ariadne” – uscito lo scorso anno per Acuarela –, come l’aggiunta dei violini dell’intro e di una concreta divagazione chitarristica da classico rock anni ’60.

In definitiva, salvo alcuni esigui elementi formali, “Strange Geometry” non si discosta dal suono della band, ormai tipizzato già nei precedenti lavori, del cui approccio non viene dispersa la freschezza e levità, nonostante l’accresciuta ricercatezza e ponderazione delle soluzioni melodiche. Poiché quindi si farebbe un enorme torto ai Clientele se si pretendesse necessariamente qualcosa di nuovo nelle loro produzioni, non si può negare che “Strange Geometry” sia un lavoro affascinante nella sua semplicità, costellato com’è da tenere e raffinate melodie capaci, nella loro classicità, di rappresentare molto degnamente e senza pretese la quintessenza del pop britannico d’autore, anno 2005. (7/10)

 

Ovviamente questa non è una delle mie recenti scoperte, visto che conosco il disco da ormai tre mesi e la band da molto più tempo… Si tratta invece della mia ultima recensione (un po’ più "seria" ed approfondita delle segnalazioni fatte su questo blog), che sarà pubblicata tra breve, come sempre, su Ondarock e qui per una volta è stata anticipata.

to our sounds

Da quando posso soddisfare in maniera pressoché infinita la mia enorme fama di conoscenza musicale, oltre al già citato rischio di una vera e propria “bulimia” d’ascolto, posso dire di aver fatto già alcune piccole scoperte, relative ad artisti ed opere – più o meno recenti – con le quali altrimenti ben difficilmente sarei entrato in contatto. Ripromettendomi di lasciare qualche breve appunto su alcune di queste nei prossimi giorni, voglio soffermarmi da subito su un album che non avrei mai conosciuto se non fosse stato per una richiesta fattami da una persona del tutto sconosciuta e che, quasi per caso (o per una specie di sesto senso?), ho deciso di seguire.

Si tratta di Dunaj, secondo album per il progetto del tedesco Daniel Buerkner, Squares On Both Sides (Hausmusik 2005). È un lavoro affascinante, che sta accompagnando costantemente ed in maniera molto adeguata questi ultimi giorni di novembre, alleviando in parte, quanto a mood e a suoni, la mia nostalgia per gli ormai due anni di silenzio degli Spokane. In realtà, il suono di Daniel Buerkner è affine a quello della band di Rick Alverson soprattutto per la sua attitudine alla lentezza ed alle note stillate con precisione e codeinica pacatezza, molto meno invece per l’oscura vena mitteleuropea, qui riscontrabile con evidenza.

La grigia malinconia di Squares On Both Sides si esprime qui in brani ovattati, caratterizzati in prevalenza dal dialogo tra chitarre lentamente cadenzate, a volte incorniciate dal suono romantico ed emozionante del pianoforte ed accompagnate dalla morbida voce di Buerkner. Tra le dieci tracce, si fanno apprezzare maggiormente gli episodi più languidi e sognanti, tra i quali spiccano brani come To our sounds, Ladder-Telescopes e, su tutte, la splendida Forehead and chin. Un po’ meno gradevoli risultano invece i per fortuna non molti passaggi nei quali è dato cogliere qualche tentazione di sperimentalismo dissonante di troppo.

Il risultato del lavoro è però senza dubbio quello di creare un’atmosfera soffusa e decadente, velata da una luce oscura e malinconica, che riesce facilmente a toccare i cuori sensibili, alla ricerca, in questi giorni freddi, di una colonna sonora avvolgente, introspettiva, lenta, delicata e (in)dolente.

Caldamente consigliato a tutti coloro che amano Spokane, Montgolfier Brothers, Sepia Hours…

www.squaresonbothsides.de

mostly ghosts

Proprio mentre apprendo della pubblicazione in Italia di un suo nuovo romanzo, ho appena finito di leggere Dolore fantasma di Arnon Grunberg, scrittore olandese, celeberrimo in patria, che da tanto tempo mi incuriosiva. Ebbene, lo stile dell’autore è molto particolare: narra con grande leggerezza dei mille dubbi ed insicurezze della vita moderna, degli interrogativi esistenziali che se non posti possono far pensare ad una certa superficialità, ma se posti rischiano di far vivere davvero male, soprattutto se si ha la consapevolezza che la vita ce la si rovina preferibilmente da soli…

La lettura è stata piacevole, agile ed anche divertente. Ma tra le righe Grunberg ha inserito tante di quelle brevi frasi sulle quali davvero riflettere (è vero, rifletto sempre troppo!) alla ricerca di un qualche senso nei tanti comportamenti umani.

Ne riporto solo alcune, ma decine di altre analoghe sono disseminate per l’intero libro.

 

La felicità era diventata tempo presente, e la felicità al presente è una felicità che terrorizza: la felicità al passato o al futuro è molto più sopportabile. (pp. 127-128)

 

«…Ma ciò che sento è niente, o meglio sento che manca qualcosa nel punto in cui dovrei sentire qualcosa. È ovvio che resteremo due estranei, Rebecca, ma non è forse questa la condizione dell’innamoramento e di ciò che la gente, con tanta passione mancata, definisce amore? Restare due estranei, non conoscersi, lasciare che l’altro sia un buco nero di cui sono visibili solo i contorni, un buco nero che va riempito con la fantasia. Non è forse questa la promessa implicita dell’innamoramento? Io sono la tua fantasia che diventa realtà. La mia vera identità rimarrà sempre segreta. Ammesso che una vera identità esista». (pp. 133-134)

 

Alcuni soffrono perché non hanno bisogno di vivere. Hanno tutto. Da mangiare, bere, un tetto sopra la testa. Non hanno bisogno di vivere proprio perché hanno tutto. Se fossero un libro il commento dei critici sarebbe senz’altro questo: «Non male, ma non si avverte l’urgenza». E il fatto di non aver bisogno di vivere li tormenta, a quanto pare terribilmente. […] C’è gente che soffre per non dover vivere. Che vede la sofferenza come un’occupazione giornaliera per sfuggire alla vita. (pp. 180-181) 

(i can’t seem to) make you mine

Prima serata davvero fredda della stagione, di quel freddo secco e vivificante che tanto mi piace. È un po’ come sentirsi di nuovo a casa, a proprio agio, stretto tra una giacca pesante ed avvolto nel caldo abbraccio di una confortevole sciarpa.

Come sono sensazioni abituali quelle piacevoli derivanti dal clima, così mi sembra di sentirmi più a mio agio in pensieri solitamente dubbiosi, interrogativi, latamente incontentabili. Non che essi siano stati originati da motivi particolari, anche se una certa influenza potrei addebitarla ad alcune riflessioni originate dal romanzo che sto finendo di leggere, del quale presto riporterò qui qualche citazione. Ma è inutile cercare cause esterne o contingenti: semplicemente riaffiorano in me piccoli disagi, forse lievi sintomi di qualcosa non facilmente individuabile.

Mi sovviene il pensiero di un disegno di vita preordinato chissà come, un disegno rispetto al quale rimango ai margini, ad interpretare un ruolo assegnatomi, incapace di aderirvi del tutto, ma assolutamente inadatto a rivestirne un altro. Così, mi ritrovo a temere la ricaduta nel lasciarmi vivere o di costruire un’esistenza dalla quale fuggire mentalmente.  

Certo che è proprio vero che faccio sempre del mio meglio per rovinare momenti belli! Però ogni volta che provo queste sensazioni mi sento davvero sospeso tra il dubbio se tutto ciò abbia un fondamento reale o se sono solo io ad essere come al solito idealisticamente incontentabile, perfezionista fino all’eccesso e sempre così pieno di aspettative che, quando appena mi tocca fare i conti con la realtà, ne subisco l’impatto in maniera traumatica persino quando l’attrito è inesistente. Il mio essere perfezionista ed esigente nei confronti degli altri è però simmetrico a quello nei confronti di me stesso, per ciò che desidero dare agli altri (anche se non sempre ci riesco…), tanto che una pur minima mancanza di corrispettività mi fa andare in crisi, generando tutta questa serie di inutili interrogativi.

È vero, la mancanza di un quid può assumere dimensioni macroscopiche, se non razionalmente controllata: ed è strano che in tali casi sia proprio io a non riuscire a vedere obiettivamente la realtà, concentrandomi sulla classica “pagliuzza” e quasi tralasciando tutto il complesso. Ormai non sono più così giovane per domandarmi se mai smetterò di praticare questo inutile esercizio, cui da tempo ho fatto una specie di abitudine, considerandolo in qualche modo inevitabile, un evento naturale come il susseguirsi delle stagioni e la gradevole sensazione di calore quando all’esterno la temperatura si avvicina allo zero. Posso solo sperare che la cadenza di tali momenti diventi meno frequente e di conseguenza quella delle piccole ma importanti gratificazioni un po’ più costante.

In fondo non ci vuole molto…

all sparks

Piccola, rapidissima incursione musicale che sorprenderà quei pochi che capitano da queste parti più o meno per caso. Se appena una settimana addietro davo dei giudizi su alcuni recenti dischi, sottolineando ancora una volta la mia generale recente inclinazione verso suoni tranquilli e rallentati, anch’io oggi mi sorprendo a voler spendere qualche riga su un disco “rockettaro”, diretto, semplice, persino un po’ banale, che ho appena scoperto ed ascoltato senza crisi di rigetto.

Si tratta di The back room, album d’esordio degli Editors, band di Birmingham decisamente affine agli Interpol. Già questo basterebbe a dire tutto sulla loro impronta musicale e ad affermare che non ci si trova certo di fronte ad un lavoro dotato di creatività ed innovatività. In effetti, a scanso di equivoci, preciso subito che per me l’album stenta a raggiungere la sufficienza, costruito com’è su ritmiche marcate e riff chitarristici dal sapore decisamente eighties. Però la band confeziona il tutto in maniera alquanto onesta e tutto sommato non sgradevole, manifestando una vena oscura che denota una buona formazione musicale, sicuramente comprensiva di riferimenti quali Joy Division, Echo & The Bunnymen, Psychedelic Furs.

È vero, l’insopportabile e costruito “emul-rock” degli Strokes e gli eccessi studiatamente glamour dei Franz Ferdinand sono appena dietro l’angolo, ma se non altro questi Editors sono riusciti a non infastidirmi già al primo ascolto, quindi mi sento di giudicarli in fondo passabili, perché mi sembra che sappiano il fatto loro più di tante altre banalissime band contemporanee fatte con lo stampino.

Insomma, nel suo piccolo, la band riesce a produrre qualcosa di accettabile, visto che all’interno del suo (limitato) spettro musicale si muove dimostrando di saper espletare degnamente almeno il proprio compitino. A differenza di quanti, pur molto più dotati artisticamente, vorrebbero ugualmente avvicinarsi a queste sonorità “facili” ed ora così in voga ma, forse anche per paura di compromettersi troppo, finiscono per produrre ibridi del tutto incolori (ogni riferimento ai lavori dei quali parlavo qui non è puramente casuale…).

hoppípolla

Oggi questo blog ha compiuto sei mesi, un periodo già abbastanza lungo per tracciare qualche piccolo bilancio. Mi pare superfluo ripercorrere l’alternarsi di sensazioni ed emozioni riversate su queste pagine in righe a volte concitate, ma voglio almeno sottolineare – e lo faccio con molto piacere – come il mio spirito iniziale sia oggi immutato ed anzi rafforzato, nonostante qualche momento di smarrimento, e forse anche grazie all’attitudine, nel frattempo scoperta, di esternare di più ciò che provo.

Se proprio devo pensare a questi mesi, sono ancora più felice di poter affermare che le difficoltà servano a migliorarsi ed a conoscersi meglio, apprezzando in maniera ancor più completa il calore dei “raggi di sole tra le nubi”, con la consapevolezza della loro persistenza, tutt’altro che fugace. 

Allora, ho interpretato come un piccolo “regalo” la notizia, appresa nella giornata di oggi, della prossima uscita, il 28 novembre, del primo singolo tratto dal (da me) pluricitato Takk… dei Sigur Rós: il singolo infatti conterrà, oltre ai brani già editi Hoppípolla e Með Blóðnasir, proprio una nuova versione da studio del brano che ha ispirato questo blog, Hafssól, risalente ad ormai quasi dieci anni fa ma poi costantemente evoluto dal vivo, fino alla versione compresa in questo singolo, già definita irriconoscibile rispetto a quella originaria.

Quello che invece è quanto mai riconoscibile e vivo è ciò che provo, ora come allora, baciato dal sole, così intenso persino in una serata ormai declinante verso l’inverno…

my compilations: #21

Ha appena visto la luce la mia ventunesima raccolta musicale che, come già anticipato presentando la precedente, segna un deciso ritorno ad atmosfere autunnali e soffuse – tra folk cantautorale e psichedelico – molto adatte a questo periodo dell’anno ed alle prime, piacevoli sensazioni del freddo dell’incipiente inverno.

È ormai un periodo nel quale riesco a mantenere il buon ritmo di una compilation al mese all’incirca, anche grazie alla mole di musica enorme e per me senza precedenti con la quale entro in contatto negli ultimi tempi. Sono infatti già in cantiere altre raccolte, che sto progettando "a tema", ma penso che a questo punto non se ne parli prima del periodo natalizio o dell’anno nuovo.

Intanto, il titolo della nuova compilation è "At the end of a lonesome day", anche perché mi sembra l’ideale colonna sonora per rilassarsi o riflettere dopo una pesante e monotona giornata di lavoro.

La copertina della raccolta – un po’ scura, ma autunnale e vagamente "hoodiana" – è questa:

21cover

I brani in essa contenuti sono i seguenti:

01. lowlights – the one i love is gone

02. gravenhurst – nicole

03. espers – black is the color

04. vashti bunyan – turning backs

05. songs of green pheasant – the burning man

06. boduf songs – grains

07. dawn smithson – somewhere far

08. lorna – will you still love me yesterday

09. sun kil moon – space travel is boring

10. josé gonzález – broken arrow

11. james yorkston – i awoke

12. norfolk & western – she won’t be famous

13. the clientele – (i can’t seem to) make you mine

14. the solvents – your sparrow

15. whip – one for fire

16. the prayers and tears of arthur digby sellers – above the waves

17. the montgolfier brothers – don’t get upset if i…

18. squares on both sides – forehead and chin

19. last harbour – the ties that bind

20. sigur rós – andvari

[rafcd21]

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