Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: gennaio 2006

note su note [8]

Tra riflessioni, citazioni, pensieri notturni espressi (ed altri rimasti dentro di me a causa di disguidi tecnologici…) e molta, molta  musica, i post del mese di gennaio hanno avuto per titolo i seguenti brani:

 

side by side: chuzzlewit – an experimental index of the heart [low voltage 2005]

as if all the stars were laughing: theodore – a child counts the stars [lo recordings 2006]

clear day: hope sandoval & the warm inventions – bavarian fruit bread [rough trade 2001]

enjoy the silence: sylvain chauveau & ensemble nocturne – down to the bone [le disques du soleil et de l’arcier 2005]

love & music: piano magic – disaffected [green ufos 2005]

it’s hard to see: saw – the yellow light [80h 2005]

the moon versus the sea: hulk – silver thread of ghosts [osaka 2005]

something more: chapterhouse – whirlpool [dedicated 1991]

something sometimes: mimi secue – naila [karate joe 2005]

names: cat power – you are free [matador 2003]

out of the sky, into the sea: lauren hoffman – choreography [fargo 2006]

in words: patrick phelan – cost [jagjaguwar 2005]

my delusions: ampop – my delusions [stimulus 2005]

the left side: shearwater – dissolving room [grey flat 2001]

with the passing of the seasons: pillow – flowing seasons [2nd rec 2006]

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with the passing of the seasons

Nell’ormai discretamente lungo periodo in cui mi diletto a segnalare alcune delle opere musicali che più spesso occupano la mia mente e le mie orecchie ho già spaziato un bel po’, sia dal punto di vista strettamente musicale, sia da quello dell’origine geografica di gruppi o artisti da me reputati meritevoli di segnalazione. Ora, per la prima volta, mi accingo a parlare di un album italiano, che proprio negli ultimi giorni mi ha molto colpito. Si tratta del lavoro solista di Luca Di Mira, tastierista dei Giardini di Mirò, che proprio in questi giorni sta licenziando, attraverso l’etichetta tedesca 2nd Rec, il suo album di esordio, Flowing seasons, sotto il nome di Pillow (da non confondere con l’omonimo gruppo post-rock belga, autore di un paio di buoni album sulla scia di Mogwai e Godspeed You! Black Emperor).

Le otto tracce racchiuse in Flowing seasons rappresentano senza dubbio un ottimo viatico nell’attesa del nuovo prossimo lavoro dei Giardini di Mirò (sulla cui lavorazione alcune informazioni sono già disponibili direttamente dalla fonte), visto che condividono inevitabilmente le ambientazioni sonore della band d’origine. Tuttavia, l’affinità è qui più concettuale che non sonora, perché in questo disco si ritrova sì l’attitudine alla dilatazione ed alla sospensione sonora vagamente acida, propria di GdM, calata però in malinconiche ballate dalle predominanti atmosfere autunnali di indietronica minimale e romantica. A ciò contribuisce una scrittura non banale, pur in un ambito ormai piuttosto battuto, ed una sensibilità compositiva aperta anche a più d’una piacevole divagazione, come l’incipit acustico di Cut-out-and-keep-quarrels e Mixologists and waifs, i romantici archi di Tree shadows o il pianoforte che accompagna l’intensissima, finale, With the passing of the seasons, ma anche un brano dall’impronta decisamente elettronica come In a deep sea.

Se a ciò si aggiunge che più di metà dei brani sono anche cantati (uno dei quali da Finn) e presentano accattivanti sembianze tra il pop e l’elettronica più fruibile, ce n’è abbastanza per considerare questo album di debutto non una mera divagazione dalla band d’origine, ma un lavoro che esprime compiutamente le capacità del suo autore, collocandolo con pari dignità accanto ai migliori interpreti delle oblique intersezioni tra musica elettronica ed emozionali ambientazioni acustico-romantiche.

www.2ndrec.com

the left side

amaca27.1.06

(da Repubblica di oggi, p.20)

Non oso aggiungere altro, se non che concordo e sottoscrivo in pieno quanto scritto dall’ottimo Serra, col quale condivido altresì i dubbi e l’interrogativo finale. 

my delusions

Ci piace essere delusi. Tutto quel che facciamo finisce in una delusione. Lo sappiamo, ce lo aspettiamo, così abbiamo lasciato che la delusione entrasse a far parte dell’essenziale più profondo delle nostre vite. La delusione è la nostra emozione innata. Il nostro spirito-guida. Ci creiamo situazioni in cui la delusione è inevitabile. È così che ci nutriamo durante l’inverno.

(Don DeLillo, I nomi, Einaudi 2004, p.150) 

Sono queste le ultime frasi da me lette ieri sera del romanzo di DeLillo, la cui lettura prosegue ancora con lentezza estrema. Devo dire di aver faticato abbastanza ad addormentarmi dopo averle fatte circolare nella mia mente, anche per la coincidenza di averle trovate davanti a me proprio pochi minuti dopo che i miei pensieri si erano immersi nelle consuete sterili riflessioni sulla mia perenne tendenza all’insoddisfazione, che con la delusione ha fin troppi punti in comune, poiché essa deriva soprattutto da aspettative a volte davvero eccessive.

Il fatto è che, per chi ha una visione non propriamente positiva del mondo, il confine tra effettive delusioni ed aspettative troppo grandi è piuttosto labile. Quindi, quel senso di insoddisfazione o delusione resta sempre latente, diventando una sorta di compagno inevitabile in tante diverse situazioni; e ciò non tanto per semplice incapacità di discernimento tra l’effettiva realtà e le nostre aspettative, quanto perché, in fondo, queste sono prodotte soltanto da una continua tensione al miglioramento e all’altruismo, a volte tale da incorrere nell’errore di fare di noi stessi un parametro per il mondo che ci circonda. Quando poi ci si accorge che tale comparazione è impropria, l’insoddisfazione è già montata, rischiando anche di produrre danni reali, e quella sottile insoddisfazione diventa quasi attitudine costante di vita.

in words

C’erano una volta i South, quelli americani, quelli che hanno realizzato un solo disco omonimo – inciso per l’ottima Jagjaguwar nell’ormai lontano 1998 – piccolo capolavoro minimale di grazia e lentezza, ideale colonna sonora per giornate come queste, dall’aria limpida e tagliente, serena come pensieri.

La mente e la voce (ma anche la chitarra, il basso e il pianoforte) di quei South era un certo Patrick Phelan, artista delicato e introverso come pochi contemporanei. Del progetto South si persero ben presto le tracce ed anch’io, forse, li amai davvero con un po’ di ritardo, visto che all’epoca dell’uscita di quel lavoro non ero ancora così maturo per poter recepire compiutamente la loro musica. Lo stesso avvenne anche per l’esordio solista di Patrick Phelan, nel 2000 (Songs of Patrick Phelan), prezioso consiglio musicale del caro G. che sono riuscito ad apprezzare soltanto qualche anno più tardi, quando le mie orecchie e la mia sensibilità erano ormai più pronte per i delicati acquerelli sonori di Phelan, nel quale intanto mi ero imbattuto in alcuni brani degli splendidi Spokane.

Così, pochi mesi fa ho salutato con enorme piacere il ritorno sulla scena del cantautore di Richmond con il nuovo album Cost, dopo ben quattro anni di distanza dal secondo, Parlor, quando ormai già iniziavo a temere di averne perso definitivamente le tracce.

È quasi un destino, però, che le opere di Phelan, da solo o con i South, non mi colpiscano subito al cuore, ma debba metabolizzarle un po’ per amarle appieno. Questa volta però questo è avvenuto per un motivo opposto rispetto a quello di anni fa; infatti, l’approccio di Cost mi ha inizialmente sorpreso, visto che mi aspettavo un album denso di brani lenti e delicati, mentre mi sono trovato di fronte a composizioni pur sempre molto raffinate ma dall’andamento ben più veloce rispetto alle mie aspettative, tanto che per un po’ lo avevo quasi del tutto trascurato dopo appena un paio di fugaci ascolti. Per fortuna, però, una sorta di sesto senso mi ha quasi obbligato a non abbandonarlo prima di averlo ascoltato a fondo. Il risultato è che da domenica non riesco a staccarmene, forse anche per motivi contingenti di vita, per momenti nei quali questo album mi ha accompagnato, momenti che adesso riesce a descrivere molto meglio delle parole, fatto sta che lo sto ascoltando in continuazione, lasciandomi rapire dalla leggera grazia dei suoi undici brani, tra i quali non mancano peraltro nemmeno taluni momenti di quelle bellezza cristallina per cui ricordavo con tanto piacere i South e i precedenti lavori di Phelan.

Come essi, anche Cost è un bell’affresco di emozioni – a tratti sospese, a tratti più concrete – nel quale il delicato lirismo di Phelan si esprime in contesti piuttosto diversi tra loro ed anche radicalmente nuovi, comprensivi non solo di un’intensità dalle sembianze drakeiane ma anche di atmosfere lente e dilatate e addirittura di alcuni passaggi dall’impronta chitarristica sorprendentemente netta (un paio di passaggi mi hanno fatto venire tanto in mente gli ultimi Blonde Redhead che mi aspettavo da un momento all’altro i miagolii di Kazu Makino…).

Certo, un brano come A moment a broken è assolutamente irripetibile, ma Cost rappresenta un’altra ottima prova di Patrick Phelan e denota una notevole versatilità nell’ambito delle sue ottime capacità liriche e della sua grande sensibilità compositiva. Il suo registro espressivo è in parte mutato, ma quello che conta, lo spirito, è intatto e mi ha ancora colpito al cuore, con il lieve ritardo ormai abituale e quasi fisiologico. 

http://jagjaguwar.com/patrickphelan

out of the sky, into the sea

L’avevo scoperta alcuni mesi fa, grazie ad una delle compilation online curate dall’ottima webzine francese A decouvrir absolument (non a caso…) ed avevo subito apprezzato molto la sua intensità vocale e l’arrangiamento romantico e raffinato di Out of the sky, into the sea. Sto parlando di di Lauren Hoffman, cantautrice e polistrumentista di stanza a New York, musicalmente attiva dalla fine degli anni ’90, con già alle spalle alcuni EP e due album (uno dei quali uscito peraltro per la major Virgin nel 1997), nei quali ovviamente non mi ero imbattuto in precedenza.

Dopo anni di quasi totale silenzio, la sua discografia piuttosto frammentaria si è arricchita da poco di un nuovo album, Choreography, appena uscito per Fargo Records. Il lavoro consta di undici tracce in pieno stile cantautorale, connotate da un’impronta tipicamente femminile ma non aliene da deviazioni verso registri espressivi diversi e più complessi rispetto al romantico classicismo che si può facilmente evincere anche dalla copertina.

Il primo accostamento naturale è quello con Cat Power, della quale la Hoffman possiede senza dubbio il lirismo e la capacità di dar luogo in maniera essenziale a brani sobri ma dall’efficace impatto sonoro ed emotivo, tanto nei passaggi più liricamente intensi (Ghost you know, Love gone wrong, le splendide Out of the sky, into the sea e Joshua), quanto in quelli dall’indubbio sapore di pop elettrico (Crush, Hiding in plain sight), peraltro a volte alternati tra loro all’interno dello stesso brano. In realtà, a parte l’andamento trip-hop di Another song about the darkness, Choreography non presenta particolari sorprese stilistiche e ad un orecchio disattento o distaccato potrebbe risultare anche prevedibile e non molto originale. Ma la grazia e la sensibilità con cui tutto il lavoro è costruito lo rende di piacevole fruizione, musicale ed emotiva, e me lo fa preferire nettamente all’ultimo The greatest di Cat Power, disco che, salvo un paio di brani, mi ha lasciato invero piuttosto freddino.

http://www.forlauren.com

names

Devo riconoscere che dall’inizio dell’anno, complice l’ingente mole di impegni e le altrettanto ingenti occasioni di distrazione (blog compreso…), i miei ritmi di lettura hanno subito un  notevole rallentamento. Forse ciò è in parte dovuto anche al fatto che non mi sto particolarmente appassionando alla lettura de I nomi, del pur ottimo Don DeLillo. Certo, la lettura frammentaria cui lo sto sottoponendo di certo non aiuta, così come il registro narrativo dell’autore che, pure nell’imprescindibile Rumore bianco, non era propriamente agevole. Tuttavia, come in esso la spietata critica della società americana, presente per tutta la durata del romanzo, emergeva con evidenza in alcuni suoi passaggi significativi, a volte anche molto brevi, così anche nelle sole cento pagine de I nomi (opera peraltro precedente rispetto a Rumore bianco) che sono riuscito a leggere finora, non mancano alcuni spunti di riflessione sui temi più vari.

Ne riporto qui alcuni, ripromettendomi di fare altrettanto con altri che nel corso di questa lenta lettura dovessero affiorare.

 

Il matrimonio è una cosa che creiamo da quello che abbiamo a disposizione. In questo senso è improvvisato, è quasi casuale. Forse è per questo che ne sappiamo così poco. È una cosa troppo ispirata e mercuriale per essere compresa del tutto. Due persone creano qualcosa di indistinto.

 

Nulla dell’esterno di una pesca ti dice che sarà così sugosa, così aromatica e umida, con il suo succo che ti scorre sulle gengive, o così sottilmente colorata all’interno, una fioritura dorata screziata di rosa. Cercai di discutere questa cosa con le facce davanti a me.

– Ma io credo che il piacere non sia facilmente replicabile, – disse Eliades. – Domani lei mangerà una pesca presa dallo stesso cesto e ne sarà deluso. Una pesca, una sigaretta. Io gusto veramente solo una sigaretta su mille, eppure continuo a fumare. Credo che il piacere sia più nel momento che nell’oggetto.

 

– Io penso che è solo nei momenti di crisi che gli americani si accorgono degli altri popoli. Ovviamente, bisogna che si tratti di una crisi americana. Se a combattere sono due paesi e nessuno dei due fornisce all’America alcunché d’importante, allora il pubblico non viene istruito. Ma quando la dittatura cade, quando il petrolio è minacciato, allora accendete la Tv, e vi viene detto hi che paese si tratta, quale lingua vi si parla, come pronunciare i nomi dei capi, che tipo di religione c’è, forse uscirà nei giornali persino qualche inserto da ritagliare sulla cucina persiana. Le dirò questo: tutto il mondo si interessa a questo modo curioso che hanno gli americani di istruirsi. La Tv. Ecco, questo è l’Iran, questo è l’Iraq. Adesso pronunciamole correttamente: I-raan, i-raaniani. Questo è un sunnita, questo è uno sciita. Molto bene. L’anno prossimo faremo le Filippine, okay?

something sometimes

Sono tra i non pochi a non aver apprezzato moltissimo l’ultimo lavoro dei Low, The great destroyer, forse perché un po’ troppo “rockettaro” ed a tratti incongruamente solare rispetto alle ultime produzioni della band di Duluth. Eppure, benché Mimi Parker ed Alan Sparhawk siano universalmente considerati i maestri dello “slowcore” (ammesso che tale definizione ormai convenzionale possa avere un senso), l’attitudine alla raffinata lentezza ed alla dilatazione dei suoni non è certo loro esclusiva prerogativa, ed anzi si manifesta anche in ambiti sonori che a volte ben poco hanno in comune tra loro.

Restando nell’ideale scia musicale dei Low, tuttavia, si possono collocare alcune band che negli ultimi anni hanno fornito ottime prove del loro valore, dimostrando inoltre significative capacità nel tracciare una propria impronta musicale. Mi riferisco soprattutto alle lente e delicate ninnananne di Halfway to you dei Coastal (Words on Music 2004) ed all’ottimo ultimo lavoro dei Lorna, Static patterns and souvenirs (Words on Music 2005), un disco davvero maturo, che denota una particolare sensibilità nello sviluppo di suoni e stili in fondo già conosciuti.

A questi dischi aggiungo adesso senza dubbio alcuno un altro bel lavoro, la cui tardiva scoperta da parte mia mi ha impedito di inserirlo tra i migliori album dello scorso anno, tra i quali avrebbe certamente occupato un posto di tutto rispetto. Sto parlando di Naila, terzo lavoro della misconosciuta band Mimi Secue, uscito per l’etichetta Karate Joe nel novembre del 2005. Si tratta un album dolce e sfuggente, dai toni soffici ma mai stucchevoli, emozionalmente vibrante ma al tempo stesso dolce pacato. Voci (in prevalenza quella maschile) e morbide chitarre si alternano ed intrecciano sulle quinte di paesaggi sonori essenziali, ora lenti e desolati ora più romantici e strutturati.

L’ascolto di questo Naila non è agevolissimo, tanto per l’orecchio poco aduso a questi toni sfumati, tanto per quello legato a forme e stilemi troppo strettamente riconducibili ai Low. L’inizio dell’album può risultare infatti un po’ spiazzante: il brano strumentale che dà il titolo al lavoro presenta infatti una miscela di chitarre languide e ritmiche (relativamente) pronunciate, quasi prossima ai ricami sonori dei primi tristezza. Anche la successiva Something sometimes parte su un mood non dissimile, ma l’entrata in scena della voce dissolve pian piano tale sensazione iniziando a liberare la suadente componente emozionale, vera protagonista nel successivo trittico di brani Far away, Farwell e Pilot, una splendida ed intensa carrellata emotiva tra passaggi al tempo stesso languidi ed intensi, nei quali la delicatezza del suono resta sempre composta ed elegante, senza mai risultare melensa; prova ne sono l’ambientazione dilatata di Pilot, davvero degna di una colonna sonora, e la vena schiettamente cantautorale di Grey, che rimanda, per stile e mood alle limpide composizioni di Mark Kozelek. Ma la capacità di questi Mimi Secue risiede anche nella sapiente alternanza di toni e ritmi, come dimostrano episodi nei quali il suono delle chitarre si fa più corposo (Not your fault) ed anche distorto (Hats), senza però mai travalicare i confini della loro impronta stilistica – che pur pare meglio a proprio agio nei brani più sommessi – e di un songwriting crepuscolare, coerente e riconoscibile nella sua versatilità, pur in una nicchia musicale non priva di validi affini.  

http://www.mimisecue.com

something more

Come si impara ad esternare pensieri ed emozioni, così si può imparare a trattenersi un po’ a non essere troppo precipitosi in impeti e reazioni momentanee. È quello che mi è capitato negli ultimi giorni, nei quali sono riuscito a non rovinarmi le immagini di momenti in fondo piacevoli, che la mia abituale incontentabilità avrebbe potuto porre seriamente in discussione.

Già altre volte mi sono trovato a domandarmi se esista un accettabile equilibrio tra la perenne ricerca di un qualcosa di più e la giusta soddisfazione per quanto finora vissuto e conseguito. Ci si accontenta per mera acquiescenza, per eccessiva remissività, per paura di diventare davvero incontentabili? L’attitudine al continuo miglioramento ha un fondamento reale o deriva da una visione del mondo a tinte sempre fosche?

Certo, non vi può essere una misura precisa ed incontestabile che permetta di non incorrere in distorsioni emotive delle percezioni relative a singoli episodi di vita, ma è molto meglio così, e poi per questo a volte può riuscire più sensato e proficuo non cedere ad istinti fugaci quanto potenzialmente distruttivi.

Anche perchè a simili momenti possono seguire a breve quelle soddisfazioni apparentemente piccole ma in realtà dense di significati profondi, come quelli racchiusi nelle sensazini provate oggi, al semplice cospetto di due occhi ridenti e cristallini, illuminati da un limpido raggio di sole.

it’s hard to see

Come mi diceva in un recente scambio di mail Sébastien Biset (aka Sepia Hours, ormai definibile a ragione mio pupillo musicale), tra i pregi della musica liberamente e legalmente scaricabile dalla rete, vi è senza dubbio quello di prestarsi a diversi adattamenti ambientali, soggetta com’è alla distanza piuttosto che alla prossimità d’ascolto e fruizione. Tra questi pregi vi è però soprattutto (e qui parlo da “utente”) la possibilità di conoscere artisti che per scelta o per limitatezza di disponibilità si affidano a tale veicolo. Le sempre più numerose netlabel fiorite, nel volgere di pochi anni, qua e là per il mondo rappresentano un prezioso strumento di diffusione musicale ed a volte contribuiscono a scoprire e proporre all’attenzione di un pubblico potenzialmente illimitato artisti davvero interessanti.

È da ultimo il caso di Saw, duo francese attualmente stabilitosi in Svezia, con alle spalle già alcune autoproduzioni, alcune delle quali ospitate proprio dalla netlabel newyorkese 80H. I dieci brani compresi in The yellow light, la più recente fatica di Sam ed Annak, sono infatti liberamente disponibili sul loro sito. Ascoltando questi brani, fin dall’iniziale Controlling my fear, si capisce subito che il “regalo” di quest’album fattoci da Saw è davvero prezioso: musica delicata ed introspettiva, il cui ascolto scorre agevolmente tra romanticismo drakeiano (Leaving traces) e folk intimista che rimanda al Devendra Banhart meno bizzarro e più riflessivo (Until you fall, Changing times). Molto gradevole anche l’alternanza del cantato maschile e femminile (Hiding in corners), entrambi molto adeguati ad una musica semplice ma ottimamente costruita col solo ausilio del suono di limpide chitarre acustiche e concentrata in brani dalla durata inferiore al minuto. Proprio queste strutture essenziali, unite ai toni intimi e pacati, possono far venire in mente José González, col quale i Saw condividono senz’altro l’approccio discreto ed emozionale alla composizione. In alcuni brani, poi, il duo riesce a dilatare piacevolmente le sue atmosfere folk, dimostrando notevoli capacità creative, pur in uno spettro musicale ben circoscritto. In tal senso questo loro folk essenziale ed avvolgente può a tratti (Worries, Through the fire) portare alla mente i passaggi acustici dei Gravenhurst du Nick Talbot, in particolare alcuni di quelli compresi in Flashlight seasons.

Insomma, nella sua semplicità questa band mi ha davvero colpito e rappresenta certamente per me una delle più piacevoli scoperte dell’anno appena concluso, che mi sento di consigliare caldamente. E ciò soltanto grazie alla solita serie di coincidenze in giro per la rete ed alla libera disponibilità di questa musica offerta da chi la crea e da qualche intraprendente netlabel,peraltro non sempre facile da scoprire.

Tutto ciò mi ha fatto pensare ad una decina di anni fa (ma sembra ormai quasi preistoria!), quando i Flying Saucer Attack includevano nel booklet del loro splendido album Further la frase “home taping is reinventing music”: oggi quella frase si potrebbe tranquillamente parafrasare, per sottolineare come alcune produzioni online, ospitate da piccolissime etichette virtuali, forniscano talora prove davvero notevoli e possano contribuire, in maniera molto immediata, al rinnovamento dell’espressione artistica musicale e ad una vera e propria rivoluzione nel modo di fruire la musica.   

 

http://sawweb.free.fr/main.htm

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