Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

in words

C’erano una volta i South, quelli americani, quelli che hanno realizzato un solo disco omonimo – inciso per l’ottima Jagjaguwar nell’ormai lontano 1998 – piccolo capolavoro minimale di grazia e lentezza, ideale colonna sonora per giornate come queste, dall’aria limpida e tagliente, serena come pensieri.

La mente e la voce (ma anche la chitarra, il basso e il pianoforte) di quei South era un certo Patrick Phelan, artista delicato e introverso come pochi contemporanei. Del progetto South si persero ben presto le tracce ed anch’io, forse, li amai davvero con un po’ di ritardo, visto che all’epoca dell’uscita di quel lavoro non ero ancora così maturo per poter recepire compiutamente la loro musica. Lo stesso avvenne anche per l’esordio solista di Patrick Phelan, nel 2000 (Songs of Patrick Phelan), prezioso consiglio musicale del caro G. che sono riuscito ad apprezzare soltanto qualche anno più tardi, quando le mie orecchie e la mia sensibilità erano ormai più pronte per i delicati acquerelli sonori di Phelan, nel quale intanto mi ero imbattuto in alcuni brani degli splendidi Spokane.

Così, pochi mesi fa ho salutato con enorme piacere il ritorno sulla scena del cantautore di Richmond con il nuovo album Cost, dopo ben quattro anni di distanza dal secondo, Parlor, quando ormai già iniziavo a temere di averne perso definitivamente le tracce.

È quasi un destino, però, che le opere di Phelan, da solo o con i South, non mi colpiscano subito al cuore, ma debba metabolizzarle un po’ per amarle appieno. Questa volta però questo è avvenuto per un motivo opposto rispetto a quello di anni fa; infatti, l’approccio di Cost mi ha inizialmente sorpreso, visto che mi aspettavo un album denso di brani lenti e delicati, mentre mi sono trovato di fronte a composizioni pur sempre molto raffinate ma dall’andamento ben più veloce rispetto alle mie aspettative, tanto che per un po’ lo avevo quasi del tutto trascurato dopo appena un paio di fugaci ascolti. Per fortuna, però, una sorta di sesto senso mi ha quasi obbligato a non abbandonarlo prima di averlo ascoltato a fondo. Il risultato è che da domenica non riesco a staccarmene, forse anche per motivi contingenti di vita, per momenti nei quali questo album mi ha accompagnato, momenti che adesso riesce a descrivere molto meglio delle parole, fatto sta che lo sto ascoltando in continuazione, lasciandomi rapire dalla leggera grazia dei suoi undici brani, tra i quali non mancano peraltro nemmeno taluni momenti di quelle bellezza cristallina per cui ricordavo con tanto piacere i South e i precedenti lavori di Phelan.

Come essi, anche Cost è un bell’affresco di emozioni – a tratti sospese, a tratti più concrete – nel quale il delicato lirismo di Phelan si esprime in contesti piuttosto diversi tra loro ed anche radicalmente nuovi, comprensivi non solo di un’intensità dalle sembianze drakeiane ma anche di atmosfere lente e dilatate e addirittura di alcuni passaggi dall’impronta chitarristica sorprendentemente netta (un paio di passaggi mi hanno fatto venire tanto in mente gli ultimi Blonde Redhead che mi aspettavo da un momento all’altro i miagolii di Kazu Makino…).

Certo, un brano come A moment a broken è assolutamente irripetibile, ma Cost rappresenta un’altra ottima prova di Patrick Phelan e denota una notevole versatilità nell’ambito delle sue ottime capacità liriche e della sua grande sensibilità compositiva. Il suo registro espressivo è in parte mutato, ma quello che conta, lo spirito, è intatto e mi ha ancora colpito al cuore, con il lieve ritardo ormai abituale e quasi fisiologico. 

http://jagjaguwar.com/patrickphelan

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