Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: febbraio 2006

note su note [9]

Le tante parole in libertà su istanti di vita, lavoro, questioni personali, riflessioni varie e dischi che mi hanno più o meno emozionato, sono finite su queste pagine, durante il mese di febbraio, sotto i titoli dei seguenti brani musicali:

l’amore a trent’anni: valentina dorme – il coraggio dei piuma [fosbury 2005]

disclose your eyes: all my faith lost – as you’re vanishing through silence [cold metal industry 2005]

hard work never pays: delaney – delaney [pehr 2005]

thanx for sundays (nothing to do with any god!): sweek – the unbelievable cinematic crash [carte postale 2005]

love is still a mystery: jens lekman – the opposite of hallelujah e.p. [thievery 2005]

comets: piano magic – the troubled sleep of piano magic [green ufos 2003]

rock post rock: polvo – shapes [touch & go 1997]

what the fuck am i doing on this battlefield?: matt elliott – drinking songs [acuarela 2005]

friend of the night: mogwai – mr. beast [matador 2006]

no limits on the words: songs: ohia – ghost tropic [secretly canadian 2000]

 

my compilations: #24

Anche se non ho mai apprezzato molto, né prestato troppa attenzione al molto diffuso fenomeno delle cover musicali, quasi per una serie di coincidenze, negli ultimi tempi mi è capitato di ascoltarne molte, complice anche l’uscita di alcuni album interamente costituiti da reinterpretazioni di brani altrui, a volte del tutto stravolti e con risultati tutt’altro che negativi. Mi è allora venuta l’idea di dedicare alle cover una delle mie compilation, per una volta “a tema”: ne è venuta fuori la raccolta che vado qui a presentare, costituita sia da alcune cover recenti e pregevoli – quelle che hanno destato il mio interesse per questa forma d’arte particolare e non necessariamente banale – sia da qualcuna un po’ meno recente, che già tempo fa mi aveva colpito. I brani reinterpretati sono quasi tutti “classici”, anche se non manca qualche brano meno noto, la cui versione mi ha particolarmente colpito per come l’originale è stato rielaborato e a volte piacevolmente stravolto.

Il titolo della raccolta sarebbe dovuto essere un altro ma, come spesso accade, nella ricerca della copertina, mi sono imbattuto in quest’opera del grande Roy Lichtenstein (lo so che non è un’idea originalissima utilizzarlo per copertine di compilation, ma del resto neanche i brani qui contenuti lo sono…), che mi è sembrata particolarmente adatta ad una raccolta di cover, tanto da attribuirle il titolo che da essa si ricava, anche per non “sporcare” l’opera con troppe scritte ulteriori. Quindi la compilation si intitola The melody haunts my reverie e copertina e tracklist sono le seguenti:

24cover

01. nouvelle vague – love will tear us apart (joy division)

02. the concretes – miss you (rolling stones)

03. king creosote – grace (jeff buckley)

04. junip – the ghost of tom joad (bruce springsteen)

05. cat power – wonderwall (oasis)

06. aroah – cupid come (my bloody valentine)

07. low – last night i dreamt that somebody loved me (the smiths)

08. trespassers william – love is blindness (u2)

09. damon & naomi – while my guitar gently weeps (the beatles)

10. my bloody valentine – we have all the time in the world (louis armstrong)

11. ben gibbard – joga (bjork)

12. andrew kenny – angel sigh (spiritualized)

13. iron & wine – peng! 33 (stereolab)

14. sufjan stevens – the one i love (r.e.m.)

15. james yorkston & the athletes – song to the siren (tim buckley)

16. sun kil moon – four fingered fisherman (modest mouse)

17. amanda rogers – no surprises (radiohead)

18. tori amos – love song (the cure)

19. the innocence mission – over the rainbow (judy garland)

20. half asleep – gazeboo tree (krisitin hersh)

21. sylvain chauveau & ensemble nocturne – never let me down again (depeche mode) 

[rafcd24]

no limits on the words

Libertà, sì, libertà. Libertà di manifestazione del pensiero.

Non ci tengo a fare una dissertazione sull’origine storica o sull’elaborazione dottrinaria del concetto, anche perché non ne sarei capace, nonostante i miei studi. Solo che di libertà oggi troppi si riempiono la bocca, ma in maniera strisciante e raffinata essa continua ad essere compressa e limitata, nell’illusione di goderne in maniera compiuta. Ma questa è spesso soltanto un mero simulacro di libertà, nelle mani di pochi in grado di decidere del grado di libertà del quale fare godere i propri “sudditi”.

È successo ancora, in questo Paese che non a caso, nelle classifiche mondiali sulla libertà di informazione, si trova dalle parti di Botswana e Mozambico. Non ci sono soltanto i casi eclatanti di Biagi, Santoro, Grillo, ma tanti altri episodi di vera e propria censura, di bando dai mezzi di comunicazione di massa avvengono in continuazione. L’ultimo ha riguardato ieri – e non è la prima volta che gli capita – Diego Cugia, autore controverso come pochi, ma di indubbia capacità ed intelligenza, nonché coraggioso nel fare il proprio lavoro. Dopo oltre tre anni di assenza dall’etere, bandito da mammaRai, aveva trovato uno spazio su Radio24, da dove è stato posto nelle condizioni di dover sospendere la sua trasmissione Zombie per non meglio precisati motivi. La famigerata “par condicio” non c’entra, visto che i suoi testi – spesso molto scomodi – passavano ogni giorno al vaglio del direttore della testata; si può però immaginare che c’entri qualcosa la pubblicazione, un paio di giorni fa, di un articolo sul Corriere della Sera, riferito ad una recente trasmissione nella quale Cugia parlava della P2, facendo i nomi, alcuni dei quali da qualche anno stanno facendo in modo di realizzare, in altre vesti, gran parte dei programmi della loggia massonica.

Comunque, a prescindere da qualsiasi considerazione, di carattere artistico o politico, sul contenuto delle sue trasmissioni, il fatto è che ancora una volta in questo Paese, per quieto vivere, si preferisce mettere a tacere le voci scomode, non allineate, nel chiaro intento di impedire ai comuni cittadini di formarsi un’idea con la propria testa, spesso al di là delle verità ufficiali. 

Per quanto poco possa contare, allora, riporto qui il testo del commiato radiofonico di Cugia – nel suo stile urticante, ironico ma profondamente serio – letto al termine della puntata di ieri e che oggi dovrebbe essere stato pubblicato dal quotidiano La Nuova Sardegna.

 

Cari amici, nemici, “zomberos” di tutte le età. Non è facile spiegare quel che neanch’io ho capito. Non so nemmeno se questo testo andrà in onda. Ho ricevuto da parte della direzione di Radio 24 la notizia che questo programma sarà sospeso a partire da lunedì prossimo, 27 febbraio, e che Giancarlo Santalmassi avrebbe annunciato lui stesso, al giornale radio del mattino del 27, di aver chiuso Zombie. Siamo già da tempo in par-condicio, e abbiamo avuto il benestare del direttore su tutti i copioni, compresi quelli che non andranno più in onda. Quindi, la par condicio non c’entra. Naturalmente, anche se già morto, ho lottato contro questa decisione francamente assurda con tutta l’energia vitale di uno zombie. Ho proposto che, fino al 10 Aprile, giorno delle elezioni, non solo avrei stralciato ogni e qualsiasi riferimento a parlamentari e partiti. Ma non avrei proprio parlato di politica. Nulla da fare. Così, martedì scorso, ho alzato le mani dal computer in segno di resa e ho smesso di scrivere. Ho naturalmente rifiutato la remotissima possibilità di riprendere Zombie su Radio 24 dopo il 10 Aprile. Perché…
…Perché… Caro Direttore, così come ti ho detto sì tutte le volte che mi hai chiesto qualcosa, (non sono un duro e puro e conosco il Paese in cui vivo), e dopo una delle più brutte notti della mia vita, ti rispondo con un fermo, sereno e ragionato "No." Ricordi la campagna di noi autori e registi contro gli spot assillanti che "interrompevano l’emozione" delle opere? Mi stai chiedendo uno spot di puro silenzio lungo quattro settimane, 2000 minuti di nastro che fruscia, un oscuramento cupo e apparentemente inspiegabile. E anche se, come scrivi, le critiche a questa censura sui giornali non durerebbero più di una settimana (anche meno, aggiungo io, e forse neppure ci saranno) dimentichi di aver tradito te stesso e la tua autonomia, un tuo autore, e soprattutto un pubblico crescente di migliaia e migliaia di ascoltatori ai quali, dopo 40 giorni di deserto, non puoi dire "Oilà, eccoci tornati, abbiamo scherzato! Siamo indipendenti a corrente alternata!" E questo ammesso e non concesso che questo programma l’avresti fatto effettivamente tornare. Tu, l’editore, e l’editore dell’editore.

"Zombie" non era affatto un programma politico, ma un manifesto poetico in cui si riconosce (e trova sollievo dalla propria solitudine) un pubblico vasto e eterogeneo dai venti ai novant’anni, e di ogni ceto sociale. Quale credibilità avrei più nell’accettare non un piccolo compromesso, ma addirittura un oscuramento totale? Non infrangendo la ‘par condicio’ il problema è un altro. Ti aspetteresti adesso che io dica che Zombie non può vivere in una Radio 24 che ha alle spalle Confindustria. Invece io sono proprio convinto del contrario. E’ proprio la nostra piccola grande industria, i dirigenti, gli operai, gli impiegati, i manager, che in Italia hanno bisogno di una ventata di notizie senza guinzaglio, di poesia, di musica e di libertà. Hanno bisogno di alzare la testa, di guardare oltre i confini, e di ritrovare se stessi, e con la dignità, voglia di darci dentro e lavorare. Il Paese delle idee è fermo. E questo contagia il Paese della produttività. Il sogno collettivo è un ricordo degli Anni del Boom. I lavoratori italiani, tramontate tutte le utopie, subiscono dalla TV il meno che c’è. Un finto pieno, com’è finto il benessere, in realtà un vuoto reazionario, sì, un vuoto pericolosissimo, soprattutto per le piccole e grandi imprese. Zombie poteva e doveva vivere proprio qui, a Radio 24 il Sole 24 ore, senza essere mai interrotto da nessuno, perché era un piccolo spazio di libertà creativa, e perché non ha infranto la legge. Interrompendolo s’interrompe la fiducia. Fra te e me, direttore. Fra gli ascoltatori e Zombie. Ma tu, direttore, sei stato irremovibile, mi hai dato del sordo che non vuol sentire, e ci sospendi. Fallo a testa alta e guardandomi negli occhi. Io ti sto rispondendo a viso aperto con la testa un po’ reclinata (perché mi stai facendo molto male) ed entrambi sappiamo che tu solo, da domani, avrai un microfono per spiegarti. Ma io so che non te ne approfitterai. Perché non puoi fingere che è stato commesso un errore. Questo piccolo programma non è il malessere da strappare o da occultare. Questo programma ha importato il malessere che cova sotto le braci, e lo trasforma in qualcosa di più creativo, e non più di auto-distruttivo. Era una piccola sveglia. A volte, lo capisco, le sveglie irritano e fanno male, ma sono sempre salutari. Invece c’è chi preferisce puntare su questo lungo sonno. Sul letargo. Sul vuoto.
Ma va bene così, ho vissuto un solo mese, e "da morto". E mi risolleverò da questa ennesima porcata: quella di chi gestisce, male, e con la benda sugli occhi, il sistema della comunicazione e dell’informazione in Italia. Al diavolo i presunti martiri. Così va’ il Paese, bellezza!
Ringrazio prima di tutto il mio 85 enne amico Franco Rispoli, giornalista professionista, tutto ringalluzzito perché non gli capitava più dal ventennio di essere censurato, e i giornalisti Andrea Purgatori che ha di nuovo rimbalzato contro il muro di gomma di questo tremolante e smarrito Paese, e Valeria Serra, giornalista free-lance dagli oceani e dal Sud del mondo, Stefano Micocci, primo collaboratore, che di musica è un enciclopedia vivente, Luciano Francisci che ha realizzato tecnicamente e musicato dolcemente le mie parole, il ventiquattrenne Gabriele Policardo che aveva appena iniziato a fare pratica d’autore. E naturalmente voi tutti, un pubblico vastissimo, dai 15 ai novantanni, trasversale, vagabondo, poetico e senza etichette, oltre ogni stupido vicolo cieco sinistra/destra, che mi aspettava da tre anni di censura della radio pubblica, e si è rifatto vivo con una tempestività struggente. Grazie, mi dispiace davvero che sia durata così poco. Avevo una montagna di cose da dirvi e da darvi ma non possiedo una radio nazionale (a proposito, c’è qualcuno che ci ospita? Non siamo barbudos, siamo professionisti intelligenti e per bene, e ci facciamo la doccia tutte le mattine e abbiamo i nostri bravi pantaloni grigi e i golfini blu) oppure magari, chissà, potrei attrezzarmi come uomo-sandwich, e battere pianure e città con una lampadina rotante in testa, un megafono e l’organetto. Al Gruppo Sole 24 ore-Confindustria e a Giancarlo Santalmassi, direttore di Radio 24, che avevo già ringraziato pubblicamente per avermi ridato la libertà di esprimermi, lascio un punto interrogativo alto come l’Everest. E a tutti voi la Guerra di Piero di Fabrizio De André, e un segno sulla fronte, un marchio azzurro per riconoscerci la prossima volta, una piccola zeta, che in greco antico vuol dire “è vivo”. A tutti, un appuntamento sul sito Internet,
www.diegocugia.com per rimanere in contatto. Alla prossima, speriamo un po’ più lunga e meno tribolata trasmissione. Grazie a tutti!

friend of the night

È il bello ed il brutto della moderna, potenzialmente illimitata, fruizione della musica: un album che in altri tempi avrei atteso in maniera spasmodica sta per uscire tra pochi giorni ed io l’ho già metabolizzato fin troppo, esplorandone dettagli ed assimilando le tante diverse sensazioni in esso contenute. Sto parlando di Mr. Beast, sesto lavoro dei Mogwai, in realtà in “circolazione” già da oltre un paio di mesi, tanto che su di esso, ben prima della sua uscita, si sono espressi tanti pareri, a volte anche piuttosto infondati, ai quali ritengo ora giunto il momento di aggiungere anche il mio.

Premetto di aver sempre amato moltissimo la band scozzese – restando fin dall’inizio abbagliato dall’aspra acerbità della raccolta di singoli Ten rapid – tanto che giudico Come on die young, la loro opera in assoluto più completa e riuscita, uno degli album che hanno segnato maggiormente la musica della parte finale degli anni ’90. Da allora, la band di Braithwaite non si è, secondo me, più ripetuta a quei livelli, pur essendo sempre rimasta fedele alla propria impronta musicale, col tempo sgrezzata attraverso una maturità artistica che non si è trasformata in mera ed indolente ripetitività. Pertanto, da parte mia, l’attesa di una loro nuova prova su disco, dopo Happy songs for happy people, era notevole, anche se certo non mi sono fatto impressionare dalle prime dichiarazioni ad effetto del produttore Alan McGee, che parlava di Mr. Beast come un lavoro di importanza paragonabile a Loveless dei My Bloody Valentine (sul punto, direi di andarci davvero molto piano…).

I primi commenti che ho letto su questo disco sono stati piuttosto contrastanti: da una parte si rimprovera ai Mogwai di essere troppo fedeli a se stessi, addirittura banali e ripetitivi, dall’altra, anche chi ne ha parlato in termini positivi, ha sottolineato soprattutto l’atteggiamento più rumoroso di alcune sue tracce, arrivando ad usare persino il termine hard-core, che mi pare invece davvero fuori luogo. Mr. Beast mi sembra senza dubbio un buon disco, irruente e fresco, anche se non fa altro che ripercorrere molte delle passate esperienze della band, tanto da poter essere collocato a metà strada tra Come on die young e Young Team, con una netta prevalenza di quest’ultimo. L’album contiene infatti numerosi brani dall’impatto sonoro immediato e piuttosto rumoroso, come subito si capisce dalle prime due tracce: Auto rock rappresenta l’essenza del suono Mogwai, con il suo substrato di feedback, il drumming iterativo e lo sghembo pianoforte a fare da contrappunto, mentre la tiratissima Glasgow mega-snake crea vortici chitarristici indubbiamente rumorosi che però, anziché svolgersi in fragorose esplosioni, restano quasi ovattati, dissolvendosi in maniera relativamente lieve tra i tanti effetti. In questo come in altri brani, la musica dei Mogwai non comunica mai bruta violenza ma solo energia liberatoria, come nell’elegia noise finale We’re no here o in Travel is dangerous, dotata di una melodia fluida e strutturata come poche altre in tutta la loro discografia.

In altri brani si manifestano invece le altre caratteristiche per le quali i Mogwai sono stati, negli anni apprezzati: il sottile battito elettronico da ninnananna acida di Acid food rimanda facilmente a certi passaggi di Happy songs for happy people, mentre i due brani più lenti (oltre allo spoken-word di Tetsuya Fukagawa su I chose horses), Emergency trap e la splendida Team handed, concentrano entrambi in meno di quattro minuti l’intensità malinconica propria di alcune delle composizioni di Come on die young, lasciando intravedere una luce al di là della nebbia che si dirada. Ma il brano di punta del lavoro, opportunamente scelto anche come singolo, è Friend of the night, nel quale l’emozionante piano di Barry Burns alterna momenti di controtempo ed omogeneità rispetto allo sfondo chitarristico e dilatato, in un loop che dura solo poco più di cinque minuti ma potrebbe ripetersi per intere mezz’ore senza mai annoiare, tanto è in grado di trasportare e coinvolgere l’ascoltatore in un malinconico straniamento.

Nulla di nuovo sotto il sole? Forse sì, ma non vedo perché i Mogwai (come anche i Sigur Rós dopo l’uscita di Takk…) si debbano criticare soltanto per il loro restare fedeli a se stessi, una volta creato e consolidato un dato suono, che col tempo può evolvere e diventare più maturo, come in questo caso, senza per questo doversi radicalmente stravolgere nell’avventurosa ricerca di qualcosa di “nuovo” a tutti i costi. E, conoscendo i Mogwai ed il loro pubblico, non li si può certo accusare di aver seguito questa linea di coerenza per accaparrarsi simpatie commerciali, che pure non sarebbero state così lontane dalla loro portata con pochi accorgimenti, ai quali avrebbe magari plaudito proprio chi oggi li accusa di ripetitività. Questo è il loro stile, e Mr. Beast ne è l’ennesima riprova, pur senza essere un capolavoro, ma solo un onesto album di un’altrettanto onesta band, ancora capace di trasmettere emozioni, in una forma ormai matura. Se poi il suo difetto principale è semplicemente quello di suonare “troppo Mogwai”, è facilmente superabile da parte di chi ha sempre amato la band e che di sicuro, come il sottoscritto, ne apprezzerà proprio la notevole coerenza di suono e d’impronta al di là di qualsiasi considerazione più “tecnica”, anche perché di fronte alle emozioni, gli estetismi della forma espressiva lasciano davvero il tempo che trovano.

what the fuck am i doing on this battlefield?

Appena pochi giorni fa, riflettevo qui sulla mia perdurante incapacità di evitarmi ingrati impegni di lavoro, consideravo anzi come spesso mi vada letteralmente a cercare incombenze inutili e poco gratificanti. Ora, appena espletate quelle incombenze, devo dire che l’impegno da parte mia è stato tutt’altro che ingente, nonostante i risultati non sono stati poi così malvagi. Eppure, una qualche utilità tutto ciò l’ha pure avuta, ed essa risiede non tanto nell’esito del lavoro, quanto nella percezione che ho tratto da esso durante il suo svolgimento: una sensazione di lontananza mentale, travalicante di gran lunga la mia presenza fisica ed attenzione mentale, un senso di inadeguatezza, forse non assoluta ma senza dubbio attualmente riferita alle mie propensioni per il contesto.

Come in tanti altri aspetti della vita, è solo questione di motivazioni, delle quali non mi si può certo rimproverare la mancanza in questo momento, preso come sono da altre numerose e più concrete preoccupazioni e soprattutto perché la loro esistenza non dipende per nulla da me. È proprio questo che il mio carattere (sì, troppo rigido, come al solito) non tollera più ed anzi non ha mai tollerato, soltanto che prima ne avevo una visione un po’ più sfumata, ottimistica o ingenua che fosse: l’attesa e di valutazioni e decisioni altrui, le “prove” senza fine e senza finalità concrete, il docile assoggettamento fondato su parole o speranze astratte, non garantite in alcun modo, né al presente né tanto meno al futuro.

Non sto dipingendo a tinte fosche una realtà che prima non sono stato in grado di metter bene a fuoco: il cambiamento è avvenuto nella mia condizione, nella priorità delle mie esigenze, semplicemente nel mio modo di relazionarmi alle situazioni. È soltanto un dato di fatto, oggi così fortemente percepito: non si tratta, credo, di inadeguatezza o incapacità, ma di nette sensazioni che preludono soltanto alla manifestazione di decisioni in realtà già operate dentro di me e che non necessitano nemmeno di un’esplicitazione univoca, poiché esse hanno determinato altri miei recenti comportamenti, ai quali oggi non è giunta altro l’ulteriore, forse persino superflua, conferma della loro consonanza con il mio attuale modo di sentire.

rock post rock

Era ormai qualche anno fa, quando entrai in possesso, per scelta, curiosità ed un po’ per caso, del primo lavoro dei Godspeed You Black Emperor!, F#A#infinity, uno di quegli album davvero capaci di ridisegnare gli orizzonti musicali, rideclinando stili e registri espressivi in fondo esplorati anche decenni addietro, secondo sensibilità nuove e con strutture sonore di grande impatto sonoro ed emotivo. Quell’album e soprattutto il successivo monumentale doppio, Lift your skinny fists like antennas to heaven, mi hanno totalmente avvinto, introducendomi anima e corpo in quella nicchia musicale poi finita nell’indistinto calderone “post-rock”, tutt’al più contraddistinta dalla specificazione delle lunghe cavalcate apocalittiche, sospese tra orchestralità e rumorismo.

Da allora, e per un periodo abbastanza lungo, mi ero quasi totalmente rifugiato in quella nicchia musicale, trovando invece, per assurdo, difficoltoso l’ascolto di brani in forma canzone o comunque dalle strutture in genere più semplici. Poi le cose sono inevitabilmente cambiate ma, benché lo spettro dei miei interessi musicali sia ora molto, molto più vasto, sono tuttora emotivamente molto legato a quei suoni e ne vada con piacere alla ricerca. Tuttavia, l’amplissima disponibilità sul mercato di band che si richiamano in maniera fin troppo esplicita alla nota formula Mogwai/GYBE!/Explosions In The Sky, mi ha indotto a qualche riflessione sullo stato di salute e sulle possibili prospettive di un genere affascinante ma dai confini decisamente angusti.

Lo spunto è stata la scrittura della tardiva recensione del disco della band texana My Education, oltre all’ascolto di molte opere collocabili in prossimità nei dintorni artistici dei gruppi sopra citati, tra le quali anche l’ultimo lavoro dei giapponesi Mono. Proprio a quest’ultima band, da me non particolarmente amata, tendevo ad attribuire parte della responsabilità di aver prodotto troppe copie-carbone che, una volta invalsa l’equazione tra passaggi strumentali più tranquilli e repentine esplosioni rumoriste, si limitano a ripercorrere quello schema senza alcuna variazione ed anzi appiattendosi su derive addirittura vicine al metal o al progressive. Sono questi i motivi che mi hanno fatto bocciare immediatamente band quali Cue, God Is An Astronaut, Let Airplanes Circle Overhead ed altre ancora, tutte prive dell’autentica tensione emozionale, spesso favorita dalla presenza di passaggi orchestrali. Ero peraltro molto perplesso avvicinandomi al nuovo Mono, ma, benché le prime tre tracce confermassero le mie riserve, con le loro violentissime ed improvvise esplosioni su tappeti sonori più pacati, devo dire che le successive tre mi hanno piacevolmente sorpreso con il loro suono più delicato, privo di incongrue asperità, e con un’accuratezza strumentale finora quasi sconosciuta alla band giapponese.

Insomma, non sono molte le band ancora capaci di comunicare qualcosa di significativo in quest’ambito musicale; tuttavia la difficoltà di innovazione di un suono così particolare, la cui componente di “rottura” si è inevitabilmente esaurita qualche anno fa, non impedisce chi, come me, lo ha così profondamente amato di apprezzarne alcune recenti espressioni. È avvenuto così, un anno e mezzo fa, con i Grace Cathedral Park, che riproponevano le componenti più romantiche ed orchestrali di quel suono in un album dall’altissima intensità emozionale; lo scorso anno, invece, davvero degno di nota è stato il lavoro dei Reigns, We lowered a microphone into the round, sospeso tra oblique fascinazioni orchestrali e suggestioni nordiche.

Il 2006 è invece già iniziato con un paio di album interessanti, che propongono gradevoli interpretazioni delle lunghe suite post-rock. Si tratta dei lavori di Sickoakes e, soprattutto, This Is Your Captain Speaking: il primo, Seawards, rappresenta l’ultima uscita in casa Type, etichetta che, dopo tanti ottimi lavori, sospesi tra classicismo ed elettronica, si cimenta con un’opera di grande intensità drammatica, a tratti quasi teatrale, molto affine per suono alle prime cose dei Godspeed You Black Emperor!, ma dalla costruzione alquanto particolare e complessa, sempre altalenante tra momenti di quiete ed altri rumorosi, senza tuttavia disdegnare sperimentazioni ambientali che accrescono il suo pathos.

Storyboard è invece l’album di debutto degli australiani This Is Your Captain Speaking, uscito in realtà lo scorso anno nel loro Paese d’origine ed appena ripubblicato dall’ottima Resonant (etichetta che davvero non sbaglia un colpo): sette brani per oltre un’ora di musica che dei capostipiti del genere recupera i tratti più lenti, gravi ma allo stesso tempo morbidi, caratterizzati da raffinate tessiture orchestrali. Nonostante la lunghezza di alcuni brani, il lavoro risulta molto sobrio, essenziale, privo com’è delle prevedibili impennate (l’unico brano che “cresce” un po’ è A wave to Bridget Fondly), ma ricco di accurati accorgimenti di un’orchestralità classica ed austera. Benché molto diverso dallo splendido In the evening of regrets dei Grace Cathedral Park, Storyboard mi ha fatto venire in mente proprio quel lavoro, perché, mentre a conquistare era lì il toccante romanticismo delle composizioni, qui è la sobrietà e la cura nelle soluzioni armoniche, senza dubbio di impatto emotivo meno immediato, ma ugualmente molto apprezzabili per la cura nelle soluzioni armoniche, che a mio avviso rappresentano ormai l’unico piano sul quale vi è ancora un sufficiente margine di manovra in tale ambito musicale.

Certo, album del genere non possiedono più la spinta propulsiva e la capacità di impressionare come i primi lavori di GYBE!, ma siccome non mi sono mai posto particolari interrogativi sul senso di quello che veniva definito “post-rock”, né sui suoi possibili sviluppi, ora semplicemente ascolto con piacere quelle (poche) opere veramente di livello nel genere, al di là del fatto che si collochino in solchi già tracciati da altri, senza cercarne a tutti i costi la via d’uscita.

comets

Came to London to find myself but in ten million people, where do you start?/Drunk at a party, you asked me if I was someone else and I say, "Yeah, if it helps you, I won’t be myself"/Like Japanese poets who capture a Summer in only three lines, with just one kiss, I want to tell you but it takes all night/You just can’t wait for the right time because like comets, it could be the last time/You should always tell them you love them in case you never see them again.

(Piano Magic – The troubled sleep of Piano Magic, Green Ufos 2003)

Ieri, o meglio, stamattina, a notte ormai avanzata, questo splendido brano echeggiava nella mia mente ed anche nelle mie orecchie. Riprenderlo è stata quasi un’esigenza di riflessione e contestualizzazione della realtà contingente, venata di una sottile patina di malinconia o incompiutezza.

La musica ha da sempre quest’effetto su di me, e soprattutto quella in grado di coinvolgere così tanto le emozioni di chi l’ascolta.

Oggi pomeriggio, a poche ore di distanza la mente è riandata inevitabilmente a quel brano, soprattutto per il significato delle sue ultime parole: solo che ripensavo ad esse in maniera molto più positiva, nel senso che in fondo le parole possono anche mancare, pur in presenza di moti d’animo che invece richiederebbero di essere espressi.

La capacità di esternarli non era mai stata il mio forte, ma ultimamente ci riesco molto bene, quasi per una naturale esigenza. Non sono mai stato un fautore del carpe diem, ma preferisco vivere compiutamente gli eventi della vita nel momento in cui essi accadono, esprimendo quanto essi mi comunicano, anziché poi dovermi voltare indietro per coglierne i lati positivi quando essi possono rappresentare soltanto un ricordo, seppur piacevole. Così, all’immediato senso di incompiutezza, segue facilmente una gratificazione differita, soddisfacente almeno dal punto di vista morale e sostanziale. Ma siccome la mia prospettiva è sempre quella di lunga periodo, non mi lamento di certo, benché a volte resti un po’ interdetto, ed anzi da poco posso godermi la meritata soddisfazione, forse sì in ritardo, ma proprio per questo più autentica e depurata dalle possibili distorsioni causate dalla fugacità dei momenti.

E in tutto questo, ancora lo splendido brano di Piano Magic ha accompagnato, nella mia mente, l’accendersi di un sorriso sulle mie labbra, prima un po’ timido, poi sempre più convinto.

love is still a mystery

Siccome per me questo piccolo blog ha sempre avuto la prevalente funzione di strumento per esternare le mie emozioni, oltre che per sfogare la mia logorroica passione per la musica, nei pochi mesi della sua esistenza mi sono ben guardato dal ricordare su queste pagine festività e ricorrenze più o meno importanti. Non ho “addobbato” qualche post con immagini natalizie, né fatto gli auguri all’inizio del nuovo anno: non perché lo giudichi sbagliato o per altri motivi, semplicemente perché non fa parte del mio carattere.

Figurarsi quindi se mi metto a cercare qualche immagine romantica e frasi ad effetto per la giornata di oggi, oppure se inizio disquisizioni sul significato dell’amore e sul senso di una ricorrenza ad esso dedicata, con tutte le connesse implicazioni biecamente commerciali e materiali. Invece, oggi mi è venuto da riflettere sulla diversità del mio modo di vivere ed interpretare questa giornata. Ricordo ancora i miei 14 febbraio trascorsi ad ascoltare a tutto volume i muri di chitarre dei My Bloody Valentine, quasi fosse un rito vagamente esorcizzante, e non solo nel corso della mia adolescenza ma anche in periodi ben più recenti. Davvero, ho sempre cordialmente detestato l’atmosfera forzatamente zuccherosa di questa giornata, le ingenti dosi di melassa – così spesso artefatta – che tendono a contraddistinguerla, come se poi l’indomani non ci si ritrovasse con i difetti di tutti i giorni e la vita da affrontare nella sua quotidianità, tensioni e scontri compresi.

È chiaro che più di qualcosa sia cambiato per me da un po’ di tempo a questa parte, anche se lo scorso anno una provvidenziale influenza mi ha evitato quelli che ancora mi apparivano fastidiosi obblighi ed inutili sovrastrutture. Oggi invece è tutto diverso: i dischi dei My Bloody Valentine se ne resteranno al posto loro, in attesa, chissà, del mio prossimo attacco di nostalgia per quei suoni e per la musica che ha tanto segnato la mia adolescenza: invece, nonostante la giornata lavorativa lunga e pesante, ho già provveduto ad organizzare la cena a lume di candela e già nutro la speranza di trovare un fioraio a portata di mano dopo le otto di sera (orario prima del quale difficilmente si concluderanno i miei ingrati impegni), oltre ad ingegnarmi fin d’ora per cercare di mimetizzare nel miglior modo possibile nella mia borsa “seria” da lavoro un tenero peluche pieno di cioccolata (argomento sul quale prego vivamente i pochi lettori che mi conoscono personalmente di astenersi dai pur comprensibili commenti salaci…).

Non avrei mai immaginato di vivere questi momenti e di comportarmi in essi in tal modo, anzi, se qualcuno mi avesse detto le stesse cose anni fa, avrei certamente commentato “che tristezza!”. Eppure, oggi più che mai mi rendo conto di come non sia ciò che si vive in sé ad avere significato, ma solo il modo in cui viene vissuto: rami e foglie possono apparire identici, ma le radici dalle quali essi promanano possono essere ben diverse e differentemente piantate nel terreno. Forse la mia intransigenza, a volte così estrema, si sta davvero in parte allentando, anche se tutto quello che faccio risponde soltanto ai desideri originati dalle mie emozioni, non certo a presunti obblighi dettati dalle condizioni, dai momenti e dal calendario, né tanto meno da passeggeri stati di esaltazione, così estranei alla mia eccessiva razionalità. Tutto quello che farò fino a stasera lo sento e sono ben felice di farlo, con autentico entusiasmo, con la consapevolezza della sua novità ed anche fugacità, ma soprattutto con la serena gioia dei gesti nuovi, unici e proprio per questo meritevoli di essere assaporati nei singoli momenti del loro prezioso avvenire.

Allora, visto che detesto le frasi fatte e le espressioni costruite, ecco alcune interpretazioni dell’amore semplici, disincantate e spontanee: le frasi che seguono sono state scritte da bambine e bambini di età compresa tra i quattro e gli otto anni. Le avevo lette qualche tempo fa girando distrattamente per la rete e le riporto ora perché nella loro ingenua ed ormai così rara autenticità continuo, in fondo, a rispecchiarmi.

“Quando mia nonna fu colpita dall’artrosi, non poteva più piegarsi per mettersi lo smalto alle unghie dei piedi. Così mio nonno lo fece per lei per tutto il tempo, finché anche le sue mani non divennero artritiche. Questo è amore.”

“L’amore è ciò che ti fa sorridere quando sei stanco.”

“L’amore è ciò che è con te a Natale se smetti di aprire i regali e inizi ad ascoltare.”

“Amore è quando dici a un ragazzo che ti piace la sua camicia, eppure lui l’indossa ogni giorno.”

“Amore è quando tua madre vede tuo padre sudato fradicio e non proprio profumato, ma dice ancora che è più attraente di Robert Redford.”

“Quando ami qualcuno le tue ciglia vanno su e giù ed è come se tante piccole stelle uscissero dal tuo corpo.”

“Quando qualcuno ti ama, il modo in cui pronuncia il tuo nome è diverso. Riesci a sentire che il tuo nome è al sicuro sulle sue labbra.”

“Amore è quando il tuo cucciolo ti lecca la faccia anche se l’hai lasciato solo tutto il giorno.”

“Non devi dire ‘ti amo’ a meno che tu non lo senta davvero. Ma se lo senti, devi dirlo tante volte. Le persone potrebbero dimenticarlo.”

thanx for sundays (nothing to do with any god!)

È già un po’ di tempo che, nonostante i miei impegni “seri” siano come sempre disordinati e temporalmente incostanti, riesco ad impormi una loro relativa periodizzazione, non proprio dipendente da me quanto invece dalla persona con cui trascorro i miei momenti relativamente liberi o, meglio, quelli che posso decidere diventino tali. Insomma, è da ormai qualche mese che i fine settimana rappresentano un’autentica interruzione, da me letteralmente “rubata” a tanti pensieri ed obblighi pur pendenti sulla mia testa anche in quei giorni.

Forse con l’età sto diventando pigro come mai lo sono stato o, più semplicemente, la mia soglia di sopportazione e la mia forza di volontà si sono entrambe abbassate di molto rispetto ai miei anni d’università ed a quelli immediatamente ad essi successivi. Fatto sta che nel fine settimana mi estranio da tutto il mondo circostante, pur senza fare nulla di eccezionale: tante volte basta persino restare chiuso in una stanza a contemplare un respiro, in penombra, sospeso in un caldo e non sempre comodo abbraccio. Già tante volte ho sottolineato la bellezza e l’importanza delle piccole cose, di gesti in fondo banali e quotidiani, ma capaci di assurgere a significati tanto profondi in un contesto mentale di piena concentrazione, nel quale emozioni e sensazioni anche fugaci elevano il livello di consapevolezza, lasciandomi in uno stato di piacevole ed attento stordimento. Eppure, col passare delle settimane, questi momenti si arricchiscono di nuovi particolari, di una dimensione più ampia, che, come nella domenica appena trascorsa, coinvolge altre persone, alimenta certezza, si proietta al futuro.

Queste esperienze, queste sensazioni mi fanno ora attendere quasi con impazienza l’arrivo del fine settimana, benché non sempre sia possibile viverle, ma soprattutto, arrivato a quest’ora, oppure al lunedì mattina, vi è in parte l’inevitabile nostalgia di quanto appena vissuto e, nettamente prevalente, una sorta di strana concentrazione per la settimana che mi attende, densa di buoni propositi e di voglia di fare. Non sempre, poi, riesco a farmi accompagnare da questi effetti positivi per il resto della settimana, ma comunque il ricordo di questi giorni resta ben presente nella mia mente, così come i significati profondi ad essi sottesi, nella sola attesa del semplice trascorrere del tempo e delle condizioni favorevoli perché questa specie di magia tutta interiore possa nuovamente verificarsi.

Davvero, sto iniziando ad apprezzare così tanto questi momenti che è quasi un peccato non consacrarli ad effettivo riposo di un effettivo lavoro settimanale: ma questo dipende soprattutto da me, e quindi sono ben deciso a porre a breve le condizioni perché ciò accada. Ma per ora, mentre gli impegni settimanali mi attendono già tra pochissime ore, non posso banalmente evitare di essere lo stesso davvero felice per l’esistenza di questi giorni e per come anche questi ultimi due sono trascorsi. 

this geography of ours

Non farei che ripetermi se indugiassi ancora sulla stretta relazione esistente tra la percezione della musica e le condizioni climatiche, ambientali ed emotive nelle quali essa viene fruita. Eppure, come tante altre volte mi trovo quasi a stupirmi di come determinate situazioni d’ascolto riescano a far apprezzare al meglio le caratteristiche di un disco.

Così, per farmi riaccompagnare a casa, stanotte, dopo lunga ponderazione la scelta è caduta su “Evening Water Project” (Jonathon Whiskey 2006), secondo album dei Sierpinski, band di Leeds in qualche modo musicalmente imparentata con gli Hood. L’ora, più tarda del solito, acuiva il piacevole freddo della stagione imminente, mentre mi immergevo di nuovo in una solitudine metropolitana quanto mai gradita e nell’intimo silenzio dei miei pensieri, unito a quello impalpabile ma denso di significati della musica che scorreva nelle mie orecchie. Che l’album sia davvero molto bello non l’ho scoperto stanotte, ma questa volta il suo ascolto si è rivelato particolarmente felice, perché ho potuto coglierne con la meritata attenzione le atmosfere sinistramente accoglienti, originate dall’espressiva interazione di pianoforte, chitarre acustiche e soprattutto elettriche, fiati sparsi qua e là nel corso dell’album; quello che colpisce di questo lavoro, oltre all’atmosfera complessiva, a cavallo tra Hood e Mogwai, sono però soprattutto i caldi battiti elettronici, che squarciano l’apparente immobilità del contesto sonoro ma più spesso creano loop essenziali e sinuosi di un fascino accattivante ma emotivamente impietoso, nella sua descrizione dell’intricata geografia dell’anima, così adeguata per le infinte riflessioni di questa tarda serata. 

mp3: This Geography Of OursAbyss

www.myspace.com/sierpinski

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