Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

rock post rock

Era ormai qualche anno fa, quando entrai in possesso, per scelta, curiosità ed un po’ per caso, del primo lavoro dei Godspeed You Black Emperor!, F#A#infinity, uno di quegli album davvero capaci di ridisegnare gli orizzonti musicali, rideclinando stili e registri espressivi in fondo esplorati anche decenni addietro, secondo sensibilità nuove e con strutture sonore di grande impatto sonoro ed emotivo. Quell’album e soprattutto il successivo monumentale doppio, Lift your skinny fists like antennas to heaven, mi hanno totalmente avvinto, introducendomi anima e corpo in quella nicchia musicale poi finita nell’indistinto calderone “post-rock”, tutt’al più contraddistinta dalla specificazione delle lunghe cavalcate apocalittiche, sospese tra orchestralità e rumorismo.

Da allora, e per un periodo abbastanza lungo, mi ero quasi totalmente rifugiato in quella nicchia musicale, trovando invece, per assurdo, difficoltoso l’ascolto di brani in forma canzone o comunque dalle strutture in genere più semplici. Poi le cose sono inevitabilmente cambiate ma, benché lo spettro dei miei interessi musicali sia ora molto, molto più vasto, sono tuttora emotivamente molto legato a quei suoni e ne vada con piacere alla ricerca. Tuttavia, l’amplissima disponibilità sul mercato di band che si richiamano in maniera fin troppo esplicita alla nota formula Mogwai/GYBE!/Explosions In The Sky, mi ha indotto a qualche riflessione sullo stato di salute e sulle possibili prospettive di un genere affascinante ma dai confini decisamente angusti.

Lo spunto è stata la scrittura della tardiva recensione del disco della band texana My Education, oltre all’ascolto di molte opere collocabili in prossimità nei dintorni artistici dei gruppi sopra citati, tra le quali anche l’ultimo lavoro dei giapponesi Mono. Proprio a quest’ultima band, da me non particolarmente amata, tendevo ad attribuire parte della responsabilità di aver prodotto troppe copie-carbone che, una volta invalsa l’equazione tra passaggi strumentali più tranquilli e repentine esplosioni rumoriste, si limitano a ripercorrere quello schema senza alcuna variazione ed anzi appiattendosi su derive addirittura vicine al metal o al progressive. Sono questi i motivi che mi hanno fatto bocciare immediatamente band quali Cue, God Is An Astronaut, Let Airplanes Circle Overhead ed altre ancora, tutte prive dell’autentica tensione emozionale, spesso favorita dalla presenza di passaggi orchestrali. Ero peraltro molto perplesso avvicinandomi al nuovo Mono, ma, benché le prime tre tracce confermassero le mie riserve, con le loro violentissime ed improvvise esplosioni su tappeti sonori più pacati, devo dire che le successive tre mi hanno piacevolmente sorpreso con il loro suono più delicato, privo di incongrue asperità, e con un’accuratezza strumentale finora quasi sconosciuta alla band giapponese.

Insomma, non sono molte le band ancora capaci di comunicare qualcosa di significativo in quest’ambito musicale; tuttavia la difficoltà di innovazione di un suono così particolare, la cui componente di “rottura” si è inevitabilmente esaurita qualche anno fa, non impedisce chi, come me, lo ha così profondamente amato di apprezzarne alcune recenti espressioni. È avvenuto così, un anno e mezzo fa, con i Grace Cathedral Park, che riproponevano le componenti più romantiche ed orchestrali di quel suono in un album dall’altissima intensità emozionale; lo scorso anno, invece, davvero degno di nota è stato il lavoro dei Reigns, We lowered a microphone into the round, sospeso tra oblique fascinazioni orchestrali e suggestioni nordiche.

Il 2006 è invece già iniziato con un paio di album interessanti, che propongono gradevoli interpretazioni delle lunghe suite post-rock. Si tratta dei lavori di Sickoakes e, soprattutto, This Is Your Captain Speaking: il primo, Seawards, rappresenta l’ultima uscita in casa Type, etichetta che, dopo tanti ottimi lavori, sospesi tra classicismo ed elettronica, si cimenta con un’opera di grande intensità drammatica, a tratti quasi teatrale, molto affine per suono alle prime cose dei Godspeed You Black Emperor!, ma dalla costruzione alquanto particolare e complessa, sempre altalenante tra momenti di quiete ed altri rumorosi, senza tuttavia disdegnare sperimentazioni ambientali che accrescono il suo pathos.

Storyboard è invece l’album di debutto degli australiani This Is Your Captain Speaking, uscito in realtà lo scorso anno nel loro Paese d’origine ed appena ripubblicato dall’ottima Resonant (etichetta che davvero non sbaglia un colpo): sette brani per oltre un’ora di musica che dei capostipiti del genere recupera i tratti più lenti, gravi ma allo stesso tempo morbidi, caratterizzati da raffinate tessiture orchestrali. Nonostante la lunghezza di alcuni brani, il lavoro risulta molto sobrio, essenziale, privo com’è delle prevedibili impennate (l’unico brano che “cresce” un po’ è A wave to Bridget Fondly), ma ricco di accurati accorgimenti di un’orchestralità classica ed austera. Benché molto diverso dallo splendido In the evening of regrets dei Grace Cathedral Park, Storyboard mi ha fatto venire in mente proprio quel lavoro, perché, mentre a conquistare era lì il toccante romanticismo delle composizioni, qui è la sobrietà e la cura nelle soluzioni armoniche, senza dubbio di impatto emotivo meno immediato, ma ugualmente molto apprezzabili per la cura nelle soluzioni armoniche, che a mio avviso rappresentano ormai l’unico piano sul quale vi è ancora un sufficiente margine di manovra in tale ambito musicale.

Certo, album del genere non possiedono più la spinta propulsiva e la capacità di impressionare come i primi lavori di GYBE!, ma siccome non mi sono mai posto particolari interrogativi sul senso di quello che veniva definito “post-rock”, né sui suoi possibili sviluppi, ora semplicemente ascolto con piacere quelle (poche) opere veramente di livello nel genere, al di là del fatto che si collochino in solchi già tracciati da altri, senza cercarne a tutti i costi la via d’uscita.

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2 risposte a “rock post rock

  1. evelins 18 febbraio 2006 alle 22:47

    sono approdata nelle tracce della tua vita non sò da dove.

  2. utente anonimo 19 febbraio 2006 alle 21:55

    no me piacce il post rock ma é un disco bello

    🙂

    ana-apenina-mirtamirta

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