Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: marzo 2006

note su note [10]

Abituale appuntamento autoreferenziale per chiudere il mese, sull’opportunità di mantenere il quale mi sto interrogando, anche se dovrei trovare un modo alternativo per indicare i brani, non sempre facilmente individuabili, utilizzati per dare un titolo alle mie varie elucubrazioni. Per intanto, vado ancora diligentemente ad elencare che i brani richiamati nei titoli dei post del mese di marzo sono stati i seguenti:                      

my life in rooms: barzin – my life in rooms [weewerk 2006]

the mezzanine: liz durrett – the mezzanine [warm 2006]

is this all i that came for?: delgados – universal audio [chemikal underground 2004]

sweetness follows: r.e.m. – automatic for the people [warner 1992]

flyover: the workhouse – untitled [unreleased 2006]

working days: starfish – ¡cinco anos! compilation [trance syndicate 1995]

next time on the back of a goose: safe home – the wide wide world and all we know [now here 2006]

the week never starts around here: arab strap – monday at the hug & pint [chemikal underground 2003]

space travel is boring: sun kil moon – tiny cities [caldo verde 2005]

pay attention: bexar bexar – haralambos [western vinyl 2003]

motoroller scalatron: stereolab – emperor tomato ketchup [duophonic 1996]

 

motoroller scalatron

Anche se su queste pagine non compare nemmeno il disclaimer che pare andare tanto di moda – quello per cui il blog non è una testata giornalistica, ai sensi di non ricordo quale norma – non credo proprio di dovermi preoccupare di rispettare la famigerata par condicio di questo febbrile periodo pre-elettorale. E poi, non intendo né fare nomi, né fornire indicazioni, ma solo constatare la realtà che tocco con mano e la sua stridente distanza rispetto a quella, magnifica e per la maggior parte inesistente, che ci viene propinata quotidianamente.

Insomma, per non farla troppo lunga, ho ricevuto anch’io da qualche giorno, in un plico furbescamente anonimo, le oltre 150 pagine patinate (poveri alberi, almeno avessero usato carta riciclata!) che descrivono i mirabolanti risultati degli ultimi cinque anni di governo. Dopo la quasi naturale tentazione di rispedire, indignato, il tutto al mittente, presto frustrata dalla considerazione che non sarebbe valsa la pena di spendere nemmeno due o tre euro di spedizione, ho dato una rapida sfogliata al contenuto della pubblicazione. Non che mi aspettassi qualcosa di diverso, ma in fondo ritengo sempre utile conoscere i mezzi (o mezzucci?) altrui nel procacciarsi il consenso. Come prevedevo, infatti, quelle pagine suscitano una certa ilarità (benché ci sia ben poco da ridere…), risultano quasi tenere, nell’ingenuità dei loro contenuti ed in quella che evidentemente presuppongono in coloro ai quali sono destinate. Purtroppo il problema in quest’Italietta è che la sprovvedutezza e creduloneria sulla quale simili messaggi fanno affidamento è fin troppo diffusa ed ogni giorno indotta nelle maniere più diverse.

Mentre vengono descritte grandiose riforme condotte nei campi più disparati, invece, la mia pur parzialissima esperienza di alcuni dei tanti diversi campi sui quali esse hanno inciso continua ad essere sconfortante. L’ultimo esempio? Di fronte alle tanto strombazzate iniziative in favore della ricerca e dell’inserimento dei giovani in strutture adeguate, trasparenti ed efficienti, mi sono ritrovato oggi, per l’ennesima volta, a dovermi confrontare con una specie di percorso ad ostacoli, prima di riuscire a concludere qualcosa per me produttivo in quella che dovrebbe pur sempre essere una struttura di ricerca e come tale teoricamente a disposizione di chi “fa” ricerca. Armato di buona volontà e con già le idee ben precise sul da farsi, decido di impiegare metà della mia giornata per rifornirmi del materiale necessario per la parte del mio lavoro che sto intraprendendo in questi giorni.

Faccio le mie ricerche, compilo moduli, individuo ciò che mi interessa, prendo appunti ed infine decido di fare alcune indispensabili ed inevitabili fotocopie. Qui viene il bello, perché innanzitutto so già che da oltre un anno e mezzo l’Istituto è sprovvisto di carta, ed infatti ne avevo diligentemente portata da casa una quantità sufficiente, essendo questa una costante con la quale ho ormai tristemente imparato a convivere. Bene, allora mi appropinquo all’unica superstite di quelle che una volta erano le due fotocopiatrici a disposizione (l’altra è desaparecida da un bel po’ di tempo) per trovare la sgradita sorpresa che l’unico funzionante dei suoi tre cassetti non si chiude più, rendendo così la macchina inservibile. E meno male che, in questi anni, ho imparato almeno tutti i segreti delle fotocopiatrici, così mi salvo utilizzando il vassoio bypass (ignoto ai più) tra gli sguardi meravigliati di qualcuno che, evidentemente, non aveva avuto simile intuizione da chissà quanti giorni. Insomma, alla fine sono riuscito a mettere a frutto la mezza giornata di ricerche, ma ancora una volta soltanto dopo aver oltrepassato i tanti ostacoli che si frappongono sul cammino di quanti desiderano soltanto svolgere il proprio lavoro di ricerca in una struttura pubblica a ciò destinata, senza doversi preoccupare in continuazione del computer che non funziona, degli orari delle biblioteche, dello stato delle fotocopiatrici e delle stampanti, della cronica carenza di carta, elemento, tra i tanti, il più paradigmatico della situazione della ricerca (ma non solo) in Italia, altro che presunte riforme, bei propositi, chiacchiere e cifre strombazzate ad ogni piè sospinto!

Ovviamente so già bene, da esperienze di persone conosciute, che all’estero le cose funzionano (nel vero senso della parola…) ben diversamente, e non solo sul pur gratificante versante economico ma anche e soprattutto su quello pratico, tanto più importante, in quanto con esso ci si confronta ogni giorno in maniera operativa.

PS: non tanto per far piangersi addosso ancora un po’ chi la situazione la conosce e vive dall’interno, ma soprattutto per farla conoscere a chi non ne ha diretta esperienza, segnalo che domenica sera RaiTre riproporrà l’inchiesta sullo stato della ricerca in Italia, condotta lo scorso anno dall’ottimo Riccardo Iacona. Come quella della scorsa settimana sulla giustizia, può essere una buona occasione per confrontare la patinata fantascienza propagandistica con una realtà nella quale spesso nemmeno gli strumenti più banali, come la carta o un computer, vengono messi a disposizione di chi non pretende altro che svolgere il proprio lavoro.  

 

pay attention

Ho appena scoperto che lo chiamano multitasking (!), ovvero stato di attenzione parziale continuata, fenomeno per cui una molteplicità sempre crescente di stimoli di ogni genere – ma prodotti soprattutto da oggetti tecnologici o di comunicazione – distrae l’attenzione dall’attività cui essa dovrebbe essere rivolta in maniera esclusiva o quasi. Bene, allora posso ben dire di esserne vittima, anche se non vivo continuamente con l’occhio e la mente rivolti al cellulare, né mando sms, né utilizzo l’email se non per motivi concreti e (più o meno) lavorativi. Almeno ho una sindrome, o qualcosa di simile, cui attribuire la mia sempre minore capacità di concentrazione, l’assenza quasi totale di volontà e le continue interruzioni che quasi sempre da solo infliggo alla mia attenzione ed agli impegni che dovrebbero richiamare tutte le mie energie mentali. Il mio sarà quindi un multitasking un po’ particolare, visto che non è soltanto generato da ammennicoli tecnologici ma da pensieri e distrazioni di diversa natura: certo, la tecnologia c’entra – non per niente adesso sto scrivendo queste inutili righe ed allo stesso tempo ascolto l’immancabile musica dal mio computer – ma a volte penso che si tratti soltanto di diversivi rispetto ad altre occupazioni dalle quali fondamentalmente troverei il modo di rifuggire anche in altri modi.

Eppure, mi ritengo ancora sufficientemente giovane per essere in qualche modo colpito da tale velocizzazione dei processi mentali e relativa compressione e dispersione dell’attenzione, ma allo stesso tempo abbastanza avanti con gli anni per subire un naturale calo della concentrazione e dell’efficienza mentale. Insomma, non è da ieri che studio ascoltando musica: bene o male ho superato così tutti gli esami universitari, preparato i primi concorsi, scritto pubblicazioni “scientifiche”. E poi sono sempre stato dell’idea che fosse un pregio riuscire a fare più cose contemporaneamente, senza con ciò pregiudicarne la qualità operativa. Invece adesso mi accorgo da solo di finire per essere reiteratamente distolto da ciò che faccio, per i motivi più vari e spesso senza motivazioni razionali.

E siccome credo molto poco in queste oziose analisi sociologico-generazionali, continuo a dare la colpa della relativa svogliatezza di cui sono preda solo alla mancanza di profonde motivazioni ed alla consapevolezza della scarsa produttività del compito cui dovrei attendere, dedicandovi anima e corpo. E poi, del task (ma che brutto esprimersi così!) della mia attenzione la musica ha sempre avuto una parte ineliminabile, visto che non riesco a farne a meno nemmeno per addormentarmi, perciò penso che le cause della ridotta capacità di attenzione e della sua dispersione in tanti diversi rivoli vadano ricercate in qualcosa di più profondo e meno banale che non questo c.d. multitasking. Anche perché, altrimenti, restando nella metafora ispirata dall’orrenda terminologia utilizzata per descrivere il fenomeno, verrebbe voglia di pensare di poter in qualche modo “estendere” la RAM del cervello…

space travel is boring

Al terzo anno che in questo periodo compio con una certa frequenza rapidi viaggi di andata e ritorno su un tragitto ormai piuttosto noto, dovrei essere anche abituato alle sensazioni di attesa connaturata ai miei spostamenti passivi nello spazio. Eppure, ogni volta le sensazioni sono diverse, forse soprattutto perché tendo a vivere questi spostamenti in maniera molto personale, con ogni volta la nemmeno troppo celata speranza di non avere compagni di viaggio, così da immergermi soltanto nei miei pensieri ed ovviamente nella musica che amo, compagna come sempre fedele ed ideale. Di solito, il viaggio di ritorno, al di là della stanchezza per gli spostamenti massacranti con l’occhio sempre fisso sull’orologio, è quello più soddisfacente, nel quale mi capita se non altro di cogliere un minimo di senso nello spossamento fisico e nell’impegno mentale profuso, mentre in quello di andata tende a prevalere una certa indolenza ed una grigia amarezza di fondo. Oggi, invece, non ho trovato molta differenza nel mio stato d’animo tra andata e ritorno: certo, ormai non ci faccio più tanto caso ed anzi quasi faccio il conto alla rovescia delle non molte volte che vivrò questa situazione, che pure so già finirà per mancarmi, come un’occasione sprecata, quando non sarà più presente e reale. Comunque, la mia relativa indifferenza persino ad attività che poco prima mi avevano visto protagonista finisce per indicarmi, meglio di qualsiasi spiegazione razionale, le possibili scelte future. Addirittura, oggi, in un raro barlume di forza di volontà, avevo diligentemente portato con me qualche lettura di lavoro, in modo da cercare di sfruttare in qualche modo almeno qualche ora di quella che altrimenti posso a ragione considerare una giornata di scarsa utilità, ed invece quelle fotocopie sono rimaste, come prevedibile, nel chiuso della mia borsa – a favore di letture più piacevoli ma ugualmente generatrici di riflessioni – mentre tra la foschia mattutina in lontananza o sotto un’atmosfera uggiosa, ancora piacevolmente invernale, continuavo a pormi domande retoriche sulle vie d’uscita più onorevoli possibili da qualcosa che pure ho inseguito con una costanza ed una tenacia che quasi non riconosco più come mie, o che almeno penso di poter recuperare soltanto nella prospettiva di finalità più concrete, per quanto per me meno soddisfacenti, sotto molti punti di vista. E non si tratta poi tanto di decisioni razionali da prendere, perché in fondo quelle decisioni sono già state determinate dallo spirito col quale ormai affronto alcuni impegni ed anche obblighi che, con gran fatica, dovrò in qualche modo portare a compimento, nonostante la latitanza motivazionale di questi tempi.

Almeno, però il viaggio è stata ancora una volta l’occasione per isolarmi un po’ dal mondo, a tratti leggendo un romanzo con una continuità a me ignota da qualche tempo e, soprattutto, immergendomi in santa pace in molta della mia musica preferita del periodo, senza che null’altro nel frattempo potesse disturbarne il mio ascolto, per di più circondato dall’acconcio contesto delle gocce di pioggia.

Con una tempistica ottima, ma non voluta, rispetto ai tempi dei miei tragitti, la mia giornata “on the road” è stata accompagnata dall’ascolto, oltre che della mia penultima raccolta, di:

caroline – murmurs [temporary residence 2006]; devics – push the heart [filter 2006]

my latest novel – wolves [cooperative music 2006]; norfolk & western – a gilded age [hush 2006]

pillow – flowing seasons [2nd rec 2006]; trespassers william – having [nettwerk 2006]

next time on the back of a goose

Di questi Safe Home so davvero poco, a parte il fatto che si tratta di un duo olandese e che li ho conosciuti semplicemente perché mi sono lasciato attrarre dal loro nome e dal titolo del loro secondo album, The wide wide world and all we know (Now Here 2006). Inizialmente pensavo si trattasse di una sorta di mini o qualcosa del genere, ma poi ho scoperto, non senza un notevole disappunto che le sette brevi tracce al momento a mia disposizione non rappresentano nemmeno la metà delle sedici comprese nell’album. Certo, tale incompletezza non mi permette di trarre conclusioni ponderate sulla musica della band, ma anzi fa crescere in me la voglia di conoscere meglio la sua produzione, visto che questi sette brani mi hanno molto colpito nella loro estrema semplicità ed immediatezza.

La musica dei Safe Home (Harry Otten ed Esther Sprikkelman) ruota tutta intorno a melodie essenziali che rimandano ad un songwriting intimista, dai delicati accenti folk ma permeato di introspezione malinconica, ammantata dagli accenti eterei del cantato sognante della Sprikkelman. È proprio quest’ultimo affascinante elemento a conferire grazia particolare alle esili melodie dei loro brani, suscitando inevitabili paragoni con gruppi quali Cocteau Twins, Mojave 3 ed addirittura Broadcast, ai quali può far pensare di certo la spiccata pop, evidente in Lena o Suspended in Gaffa. espressa però qui in chiave prevalentemente acustica e minimale, benché non manchino taluni accenni all’uso dell’elettronica (Next time on the back of a goose) e di strumentazioni a tratti eccentriche. Safe Home colpiscono infatti con la loro straordinaria capacità di creare fragili bozzetti sonori, in grado di travalicare i canoni del folk acustico contemporaneo per collocarsi in un ambito musicale molto più vario, nel quale possono essere assimilati tanto alla leggiadra solarità degli ultimi Mojave 3, quanto alle delicate nenie degli Innocence Mission, quanto ancora all’intimismo minimale e da cameretta dei Montgolfier Brothers e persino di Sepia Hours, alla cui splendida Broken years, non so perché, la limpida chitarra acustica di After the shock continua a farmi pensare.

Con la loro delicatezza, questi brani riescono davvero a parlare al cuore, tanto da aver fatto subito breccia in me, rendendo davvero impaziente l’attesa di poter godere in pieno dell’intero The wide wide world and all we know, per poter assaporare con maggiore completezza le sensazioni che promanano dalla musica di Safe Home, facilmente evocativa del piacevole tepore di un raggio di sole che illumina un’atmosfera grigia e soffusa, o della tenue dolcezza di una sottile pioggia primaverile in un paesaggio agreste dell’Europa del nord.

www.angelsinspace.com

working days

Parentesi che si chiudono, altre che si aprono, l’incostanza costante di un periodo di vita incerto, non ancora definito ed altalenante tra attività anche piuttosto diverse tra loro, ma tutte contrassegnate da sforzi di volontà, motivazioni intermittenti, continua stanchezza mentale e fisica.

Il ritorno ad un’opera di ricerca, raccolta di informazioni nella prospettiva di una loro rielaborazione, per quanto forzato e quindi affrontato senza eccessivi entusiasmi, sta però pian piano riaccendendo in me una certa voglia di fare, di sentirmi attivo ed impegnato dietro ad un progetto preciso. L’impatto con questa specie di “ritorno alle origini” non è però molto agevole,a  causa tanto di una certa desuetudine rispetto a tale tipo di impegno, quanto dalla consapevolezza della sua sostanziale assenza di seguiti concreti, per non dire della usa quasi totale inutilità. Beh, non sono questi proprio i migliori presupposti per accingersi ad un lavoro lungo e complesso, ma benché le motivazioni si riducano notevolmente al pensiero della scarsa costruttività di tutto ciò, mi sono quasi sorpreso a riscoprire almeno un certo entusiasmo nel progettare movimenti ed attività future, nell’escogitare scelte quanto più possibile produttive sul piano del lavoro e dell’ottimizzazione dei tempi. Insomma, sto avendo una (superflua) conferma di come mi sento a mio agio a vivere e lavorare così, peccato però che, se poi penso che tutto ciò mi sarà di fatto precluso nel prossimo futuro o comunque non lo farò ancora per molto, questo flebile entusiasmo rischia di cesare completamente.

Eppure, sono contento di sentirmi di nuovo attivo al solo pensiero degli spostamenti e delle attività dei prossimi due giorni, mentre già nella tarda serata di domenica scorsa quasi sorridevo da solo dopo essermi sorpreso a progettare modalità ed impostazione del lavoro pur al termine di una giornata nella quale le mie energie fisiche e mentali erano state rivolte a tutt’altro. O forse proprio per quello, visto che nei momenti in cui questi pensieri passavano per la mia testa, si stava degnamente concludendo quella vera e propria oasi rigeneratrice e motivazionale che sono ormai i miei fine settimana, e stavo tornando a casa con lo splendido album di Barzin nelle orecchie, ancora avvolto nel piacevole calore di una sciarpa e di un giubbotto pesante, in quella che temo sia stata, per questa stagione, una delle ultime notti romane limpide, fredde e per me così corroboranti.

flyover

Possibili sviluppi del post-rock chitarristico alla Mogwai e recupero della new wave anni ’80.

Due temi che di questi tempi impegnano costantemente la “critica” musicale, all’uscita di ogni nuovo lavoro di gruppi collocati nell’ideale solco Mogwai/GYBE!/Explosions In The Sky (accostati così in sequenza, quasi fosse la formazione di una squadra di calcio!) oppure al profilarsi all’orizzonte di qualche nuova band in grado di rispolverare i vecchi suoni wave, senza cadere in emulazioni facili e fin troppo smaccate. Sulla prima questione, ho già detto la mia parlando del nuovo lavoro dei Mogwai, che ritengo ingiusto accusare dell’essere troppo fedeli a se stessi, mentre sulla seconda questione mi pare di assistere ad un discreto accapigliarsi circa il lavoro degli I Love You But I’ve Chosen Darkness, esaltato o ferocemente criticato a seconda della prospettiva, emozionale ed un po’ nostalgica oppure squisitamente tecnica, dalla quale lo si analizza. Premesso che quel lavoro non mi ha particolarmente colpito – qualche brano di impatto, ma anche molta ripetitività – non è di quello che voglio parlare, anche se il dibattito intorno a Fear is on our side mi ha indotto in qualche riflessione sull’estrema diversità nell’approccio al recupero di certe sonorità wave (dai Joy Division ai Cure, fino a Jesus & Mary Chain) e sulla possibilità di conciliare tale recupero con lo sviluppo di quel tipo di musica in prevalenza strumentale e dominata dalle chitarre. In apparenza sembrano due argomenti molto distanti tra loro, ma ho pensato ad entrambi ascoltando una session di quattro ottimi nuovi brani di una band da me molto amata: gli inglesi Workhouse, autori nel 2003 dello splendido album di debutto The end of the pier (Bearos 2003), prefetto intreccio di avvolgenti chitarre distorte ed ambientazioni atmosferiche (un po’ tra Mogwai e Bark Psychosis), culminante nel brano che dava il titolo all’album, impreziosito da un cantato dall’evidente matrice oscura. Insomma, venire in possesso di questi quattro nuovi brani mi ha fatto molto piacere, anche e soprattutto dopo il loro ascolto, che ha confermato con forza la grande qualità del suono della band in strutture sonore dall’intensità coinvolgente, energiche e romantiche al tempo stesso. Tra i quattro brani, spicca senza dubbio Flyover, l’unico cantato, in grado di riproporre, in un’altalena di momenti ed emozioni, le suggestioni già palesate in The end of the pier. Ben soddisfatto dall’ascolto, ho poi cercato di capire da dove queste quattro tracce fossero saltate fuori, per sapere se si trattasse di materiale nuovo o meno o se l’atteso secondo lavoro della band fosse prossimo all’uscita. Ebbene, per un po’ non sono riuscito a trovare informazione alcuna a riguardo, nel silenzio del sito dell’etichetta e stante l’indisponibilità di quello della band. Ristabilita dopo qualche giorno la funzionalità di quest’ultimo, sono finalmente riuscito ad avere qualche informazione, trovandomi di fronte a due sorprese di segno opposto. Quella positiva è che i quattro brani in mio possesso faranno effettivamente parte del secondo album dei Workhouse (benché non sappia se si tratti di versioni definitive), nel frattempo già ultimato, mentre quella negativa e davvero inaspettata è che la band non ha al momento un’etichetta che pubblichi il lavoro, evidentemente a causa dell’interruzione del rapporto con la Bearos, nonché della chiusura dell’americana Devil in the Woods, che aveva ripubblicato oltreoceano The end of the pier nel 2004.

Una notizia del genere non soltanto mi ha colpito come estimatore del gruppo, ma ha fatto anche sorgere in me l’interrogativo di come sia possibile che sia senza contratto discografico una band così valida e soprattutto una tra le non molte capaci di recuperare il meglio dell’impronta wave, rielaborandola alla luce di una sensibilità musicale moderna, certamente portatrice di recenti esperienze più o meno “post” ma non per questo banale o ripetitiva, ma anzi dotata di un proprio stile già piuttosto riconoscibile. Le ulteriori considerazioni sulle troppe band con poco da dire, di volta in volta gonfiate da etichette più o meno indipendenti ed enfatizzate dalla critica, seguono di conseguenza e rappresentano il triste stato in cui versa buona parte della produzione musicale, anche in ambito indipendente.

Dal canto mio, non resta dunque che sperare che i contatti della band per procurarsi un’etichetta sulla quale far uscire il nuovo lavoro diano al più presto esiti positivi e, nel frattempo, andare a godermi di nuovo questi quattro brani in anteprima, nell’attesa che i Workhouse possano tornare a volare sulle onde della loro musica, raccogliendo magari anche i meritati più ampi consensi.

www.the-workhouse.net

sweetness follows

…fortuna che poi, una volta tanto, le mie riflessioni riescono a trovare rapida conferma poco dopo essere state espresse. Non devo farci l’abitudine, ma è bello completare una giornata lunga, stancante ed anche un po’ folle nella sua quasi completa inutilità, con la conferma delle mie recenti convinzioni, con quello stimolo ad andare avanti, cercando motivazioni dove soltanto so di poterle trovare, insieme a parche dosi di dolcezza ed intensità finalmente espresse, quasi con mia sorpresa, proprio nel momento in cui ne avevo più bisogno. Allora, colgo l’attimo e ne apprezzo le conseguenze, senza troppi interrogativi reconditi sulla loro genesi ed anche senza troppa voglia di andare a dormire, nonostante la stanchezza e l’ora tarda, per non dover troppo presto trovarmi di nuovo a chiedere e cercare un qualcosa di più, la cui vicinanza potrebbe facilmente risultare frustrante, chiudendo un cerchio che mi farebbe tornare alle considerazioni autocommiseranti, così vanificando quanto di positivo ho appena conseguito e vissuto, traendolo ancora una volta da quei gesti, piccoli e semplici, che non ho smesso di apprezzare con quel piacevole e quasi commosso stupore della scoperta che mi accompagna ogni volta e, conoscendomi, credo lo farà per molto altro tempo ancora.

is this all that i came for?

Di ritorno da un paio di giorni trascorsi nella ormai abituale condizione del giovane (???) discretamente preparato alla ricerca di un impiego pubblico attraverso la farsesca organizzazione della pubblica amministrazione italiana (mi pare superfluo ricordarne ancora qui le disfunzioni e le incongruenze), devo dire che sono almeno contento di aver chiuso una parentesi, sull’opportunità di aprire la quale in questo momento preferisco non pronunciarmi, benché nella mia cronica carenza di ottimismo potrei avere tanti motivi per lagnarmi.

Il fatto è invece che ad un certo scoramento ed all’apatia di ieri, oggi è subentrato quasi un calmo fatalismo, forse originato anche dalla coincidenza di aver vissuto ed osservato, quasi senza soluzione di continuità con gli impegni delle giornata, momenti minimi ma pur importanti, tali da liberarmi per un po’ dai pensieri delle difficoltà e della scarsità di prospettive davanti a me. Per quanto si tratti di ambiti e situazioni del tutto diverse tra loro, sono già risollevato e pronto a riaprire un’altra parentesi, quella del lavoro che mi terrà impegnato nei prossimi mesi. Non che ciò sia del tutto confortante, perché ormai inizia ad essermi difficile affrontare con la dovuta costanza compiti dei quali mi sono assunto la responsabilità, senza che con ciò mi si prospetti davanti alcunché di tangibile e concreto. Sapevo, del resto, che questi mesi sarebbero stati complicati, che molto avrebbe inciso e inciderà sul loro risultato la mia dedizione e la voglia di fare, entrambe al momento piuttosto latitanti. No, non è che all’improvviso si sia dissolto il mio senso di responsabilità, semplicemente sono stanco e vorrei poter incanalare le mie energie in una sola direzione, anziché disperderle ad intermittenza in tanti rivoli infruttuosi. Però per un po’ sarà ancora così, e i fondo me lo sono andato a cercare: soltanto, sono le motivazioni a mancare, quasi si stesse instillando una sorta di convinzione che tanti sforzi siano ormai inutili, come in parte – penso di poterlo già affermare – pare siano stati quelli compiuti negli ultimi mesi, di fronte alle prove che ho affrontato ieri ed oggi. E non mi conforta per nulla pensare di non essere il solo in queste condizioni, che un po’ tutti sono sulla stessa metaforica “barca”, anzi che qualcuno se la passa anche peggio di me. L’apatia ed l’autocommiserazione fin troppo ben conosciuta potranno forse tornare domani, ma ora c’è posto soltanto per una buona dose di soddisfatta stanchezza, oltre che per la placida constatazione di come è solo “altrove” che posso trovare, persino nei piccoli gesti, motivazioni altrimenti insperate, tanto forti da fugare al momento giusto i pericolosi e latenti istinti al lasciarsi vivere, al trascinare giorni ed eventi. E poco importa, allora, di aspettative in parte disattese su altri fronti, di occasioni forse sprecate nemmeno tanto per colpa mia: è passato il tempo delle mie reazioni nervose, dell’approccio totalizzante ad impegni ed auspici, ora è solo quello dei passi piccoli e grandi, delle decisioni e delle assunzioni di responsabilità, con me stesso innanzitutto. Poi, dalle basi che ci sono e da quelle che a fatica potrò gettare, il resto verrà, questa volta o un’altra che sia.

the mezzanine

Non sono mai stato troppo propenso agli innamoramenti improvvisi, nemmeno per quanto riguarda la musica, ed ancor meno posso esserlo ora che la mole di musica da ascoltare è pressoché sconfinata, tanto da stentare quasi a starle dietro, col concreto rischio di non riuscire a coglierne sempre caratteri e sfumature, che a volte affiorano soltanto dopo ascolti più approfonditi, ma anche con quello, opposto, di entusiasmi repentini quanto fugaci. Quando tuttavia mi capita di essere colpito ed impressionato da un artista subito al primo ascolto, difficilmente le mie sensazioni vengono smentite in seguito.

Allora, mi fa molto piacere notare come questa evenienza, in verità piuttosto rara, si sia verificata da qualche giorno a questa parte, ovvero da quando, per le solite vie traverse e casuali offerte dalla rete, sono entrato in contatto con la musica di una fanciulla chiamata Liz Durrett, che nel frattempo ho scoperto essere già autrice di due album ed un’EP, realizzati nel breve volgere di poco meno di un anno, l’ultimo dei quali, The mezzanine (Warm 2006), unico al momento in mio possesso, rappresenta uno dei miei preferiti tra gli ascolti più recenti. Liz è in realtà musicalmente attiva da oltre un decennio, come dimostra il suo primo album Husk (Warm 2005), prodotto da Vic Chesnutt, che è una raccolta di brani scritti tra il 1993 ed il 1996. Cosa abbia fatto l’autrice originaria delle Georgia nel corso di un intero decennio sinceramente lo ignoro ed alla luce delle qualità dimostrate in The mezzanine, mi meraviglia non poco il fatto che il suo nome non sia riuscito ad emergere prima, nemmeno in ambito indipendente. Eppure, la sua musica non presenta osticità particolari, dal momento che si colloca nel contesto musicale del cantautorato statunitense dalle radici folk-rock, ma pur aperto ad elaborazioni sonore moderne e talvolta più articolate; insomma, già ascoltando le prime tracce di The mezzanine, il pensiero non può non correre in primis a Cat Power, alla quale rimandano senza dubbio le ottime capacità interpretative della Durrett e la sua voce profonda e suadente al tempo stesso. Almeno è questa l’immediata sensazione proveniente dall’ascolto delle prime tracce dell’album, sufficienti già da sole a catturare l’attenzione, tanto con il loro passo lento ed intenso (Knives at the wall, All the spokes, Creepyaskudzu) quanto con l’andamento da classica ballata (la più ariosa ed immediata Cup on the counter e la quasi immobile The mezzanine).

Tuttavia, ad un ascolto attento, all’innegabile parallelismo con la più ispirata Cat Power di You are free, riscontrabile anche nelle ottime Shivering assembly e In the throes, si possono aggiungere altri pregevoli riferimenti. Le accurate elaborazioni melodiche, costruite intorno a trame compositive essenziali, non sono poi così dissimili dallo scarno minimalismo di Tara-Jane O’Neil, mentre, laddove l’asciutto lirismo della maggior parte dei brani cede il posto ad un’impostazione vagamente lo-fi, non sembra fuori luogo pensare ad una personale interpretazione delle atmosfere dilatate di Jessica Bailiff, come in particolare nella splendida Little ascendent, costruita intorno ad un semplice accordo di chitarra, fluttuante su una lontana frequenza distorta, sul quale si innesta una sorta di intenso mantra vocale.

Come spesso capita, non bisogna quindi andare a ricercare a tutti i costi in un artista una presunta “innovatività”, essendo più che sufficienti, nel caso di Liz Durrett, l’indubbia qualità della sua musica, l’accuratezza e la sensibilità compositiva e la capacità di trasmettere emozioni, tutti elementi che in un lavoro dalla composta intensità di The mezzanine certamente non mancano.

www.lizdurrett.com

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