Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

flyover

Possibili sviluppi del post-rock chitarristico alla Mogwai e recupero della new wave anni ’80.

Due temi che di questi tempi impegnano costantemente la “critica” musicale, all’uscita di ogni nuovo lavoro di gruppi collocati nell’ideale solco Mogwai/GYBE!/Explosions In The Sky (accostati così in sequenza, quasi fosse la formazione di una squadra di calcio!) oppure al profilarsi all’orizzonte di qualche nuova band in grado di rispolverare i vecchi suoni wave, senza cadere in emulazioni facili e fin troppo smaccate. Sulla prima questione, ho già detto la mia parlando del nuovo lavoro dei Mogwai, che ritengo ingiusto accusare dell’essere troppo fedeli a se stessi, mentre sulla seconda questione mi pare di assistere ad un discreto accapigliarsi circa il lavoro degli I Love You But I’ve Chosen Darkness, esaltato o ferocemente criticato a seconda della prospettiva, emozionale ed un po’ nostalgica oppure squisitamente tecnica, dalla quale lo si analizza. Premesso che quel lavoro non mi ha particolarmente colpito – qualche brano di impatto, ma anche molta ripetitività – non è di quello che voglio parlare, anche se il dibattito intorno a Fear is on our side mi ha indotto in qualche riflessione sull’estrema diversità nell’approccio al recupero di certe sonorità wave (dai Joy Division ai Cure, fino a Jesus & Mary Chain) e sulla possibilità di conciliare tale recupero con lo sviluppo di quel tipo di musica in prevalenza strumentale e dominata dalle chitarre. In apparenza sembrano due argomenti molto distanti tra loro, ma ho pensato ad entrambi ascoltando una session di quattro ottimi nuovi brani di una band da me molto amata: gli inglesi Workhouse, autori nel 2003 dello splendido album di debutto The end of the pier (Bearos 2003), prefetto intreccio di avvolgenti chitarre distorte ed ambientazioni atmosferiche (un po’ tra Mogwai e Bark Psychosis), culminante nel brano che dava il titolo all’album, impreziosito da un cantato dall’evidente matrice oscura. Insomma, venire in possesso di questi quattro nuovi brani mi ha fatto molto piacere, anche e soprattutto dopo il loro ascolto, che ha confermato con forza la grande qualità del suono della band in strutture sonore dall’intensità coinvolgente, energiche e romantiche al tempo stesso. Tra i quattro brani, spicca senza dubbio Flyover, l’unico cantato, in grado di riproporre, in un’altalena di momenti ed emozioni, le suggestioni già palesate in The end of the pier. Ben soddisfatto dall’ascolto, ho poi cercato di capire da dove queste quattro tracce fossero saltate fuori, per sapere se si trattasse di materiale nuovo o meno o se l’atteso secondo lavoro della band fosse prossimo all’uscita. Ebbene, per un po’ non sono riuscito a trovare informazione alcuna a riguardo, nel silenzio del sito dell’etichetta e stante l’indisponibilità di quello della band. Ristabilita dopo qualche giorno la funzionalità di quest’ultimo, sono finalmente riuscito ad avere qualche informazione, trovandomi di fronte a due sorprese di segno opposto. Quella positiva è che i quattro brani in mio possesso faranno effettivamente parte del secondo album dei Workhouse (benché non sappia se si tratti di versioni definitive), nel frattempo già ultimato, mentre quella negativa e davvero inaspettata è che la band non ha al momento un’etichetta che pubblichi il lavoro, evidentemente a causa dell’interruzione del rapporto con la Bearos, nonché della chiusura dell’americana Devil in the Woods, che aveva ripubblicato oltreoceano The end of the pier nel 2004.

Una notizia del genere non soltanto mi ha colpito come estimatore del gruppo, ma ha fatto anche sorgere in me l’interrogativo di come sia possibile che sia senza contratto discografico una band così valida e soprattutto una tra le non molte capaci di recuperare il meglio dell’impronta wave, rielaborandola alla luce di una sensibilità musicale moderna, certamente portatrice di recenti esperienze più o meno “post” ma non per questo banale o ripetitiva, ma anzi dotata di un proprio stile già piuttosto riconoscibile. Le ulteriori considerazioni sulle troppe band con poco da dire, di volta in volta gonfiate da etichette più o meno indipendenti ed enfatizzate dalla critica, seguono di conseguenza e rappresentano il triste stato in cui versa buona parte della produzione musicale, anche in ambito indipendente.

Dal canto mio, non resta dunque che sperare che i contatti della band per procurarsi un’etichetta sulla quale far uscire il nuovo lavoro diano al più presto esiti positivi e, nel frattempo, andare a godermi di nuovo questi quattro brani in anteprima, nell’attesa che i Workhouse possano tornare a volare sulle onde della loro musica, raccogliendo magari anche i meritati più ampi consensi.

www.the-workhouse.net

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