Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: aprile 2006

note su note [11]

Rapidamente e con qualche ora d’anticipo, vista la preventivata assenza domenicale, riepilogo fin d’ora i brani che hanno fornito i titoli ai non molto numerosi post del mese di aprile:

letting go of the baloon: et ret – gasworks [western vinyl 2006]

genius and the thieves: eluvium – an accidental memory in case of death [temporary residence 2004]

incurable: piano magic – incurable e.p. [important 2006]

what i can manage: gregor samsa – 55:12 [the kora 2006]

tell me a story: nedelle – from the lion’s mouth [kill rock stars 2005]

two hours without ego: modern institute – excellent swimmer [expanding 2006] 

weakening: trespassers william – having [nettwerk 2006]

 

 

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weakening

Proprio qualche giorno fa mi è capitato di riflettere su come le condizioni atmosferiche, ed il contesto in genere, possano incidere sulla fruizione della musica e sulla stessa scelta dei brani e degli artisti da ascoltare in determinati momenti. A fronte dei primi accenni di tepore meteorologico, pensavo come, in un certo senso, in musica per me non sia mai primavera, visto che difficilmente mi abbandono a canzoni davvero semplici ed essenziali, davvero “pop”, prediligendo piuttosto composizioni lente e tendenzialmente tristi, forse perché in fondo più adatte al mio animo. Per quanto infatti il contesto possa incidere, più volte mi è però capitato di cercare di creare un contrasto con esso attraverso la musica: come, per esempio, ascoltando brani leggeri e solari sotto un cielo invernale e carico di pioggia oppure ricercando dilatate e “fredde” suggestioni ambientali o elettroniche sotto un caldo sole agostano. Il più delle volte, invece, tendo ad adattare la musica alle sensazioni che provengono dall’esterno ed inevitabilmente anche e soprattutto a quelle che provo, e per fare ciò non devo proprio mettermi a pensare agli abbinamenti da fare di volta in volta, che quasi sempre vengono del tutto spontanei ed istintivi.

Così, mi sono alquanto stupito, un paio di mattine fa, nel soffermarmi a lungo ed in sequenza su canzoni leggere e davvero primaverili, come quelle di Tilly & The Wall, Isobel Campbell e del nuovo, fin troppo solare, album dei Mojave 3. Così anche nella tarda serata di ieri, la prima di questa primavera romana da me vissuta senza il confortevole schermo di un cappotto o di una giacca sopra vestiti sempre più leggeri: quasi senza accorgermene, immerso nei miei pensieri, mi facevo trasportare per le strade della città, già dense di un’aria sensibilmente diversa da quella di tante analoghe recenti serate, dalla musica dolce ed eterea dello splendido Having dei Trespassers William, album tra quelli da me più apprezzati in assoluto in questo inizio d’anno, ma del quale non ho mai colpevolmente parlato in maniera diffusa, come invece meriterebbe. Ed in particolare questo brano (ascoltabile anche sulla radio.blog qui a fianco) si è rivelato particolarmente adatto al contesto che mi circondava ed anche ai miei pensieri, sospesi tra contrastanti considerazioni su certezze ed incertezze, costanza ed incostanza, contemplazioni di momenti vissuti e strane sensazioni sulla mia troppo pronunciata attitudine all’attesa e sulla conseguente eccessiva inerzia di fronte all’irrimediabile fluire del tempo. 

Time isn’t short anymore

Moments that turn into worlds in your hands

How do you feel when you wake

Spells that are weaker the longer they take

But I wait

Waiting for you’s nice

Like there is no doubt in my mind

Waiting for you’s nice

Like there is no doubt in my mind

It doesn’t hurt anymore

Love that is stubborn and becomes a part

Of who you are

You know I look for the wear

Signs of it fading, expecting it there

Tell me where

Waiting for you’s nice

Like there is no doubt in my mind

Imagining you’s nice

Like there is no doubt in my mind

tell me a story

Visto che tra le mille e più occupazioni che tengono impegnata la mia mente ed il mio tempo, mi è sempre più difficile mantenere ritmi di lettura accettabili, ho deciso per una volta di abbandonare romanzi più o meno canonici per addentrarmi in una vera e propria “fiaba”. Ho infatti appena terminato l’agile lettura di Che animale sei?, opera della ormai piuttosto nota scrittrice italiana Paola Mastrocola, della quale già avevo apprezzato, un paio d’anni fa, il precedente romanzo Una barca nel bosco.

Come tutte le fiabe, lette con occhi più o meno adulti, anche Che animale sei?, storia surreale ma non troppo di un’anatra alla ricerca di stessa, della sua identità e della sua vita, nasconde tantissime metafore sulle quali soffermarsi a manifestare, oltre a più di qualche interrogativo-considerazione di natura esistenziale. Molti di questi passaggi potranno anche apparire retorici e banali, ma devo ammettere che incontrarli in maniera così candidamente diretta, nella lettura di una di quelle storie di animali da raccontare ai bambini per farli addormentare, suscita pensieri sui quali non è difficile condurre riflessioni con occhi più disincantati.

Del resto, è superfluo stare qui a ricordare come fin nelle favole di Esopo e Fedro esistesse un messaggio ed a volte una morale che esse trasmettevano pur attraverso storie semplici ed immediate. È questa la meravigliosa potenzialità della parola di essere soggetta a interpretazioni molteplici, per cui, soprattutto di fronte a testi fortemente metaforici, si possano trarre significati e significanti diversi: non a caso, si parla di “fabula” per intendere la trama letterale di un romanzo, benché, al di là di esso, siano possibili tante interpretazioni del messaggio contenuto nel testo, a volte anche diverse o ulteriori rispetto a quelle elaborate dallo stesso autore.

Ed infatti, la lettura di una fiaba come quella della Mastrocola finisce per rivelarsi sì agile e piana, ma non per questo necessariamente “leggera”, in virtù dei tanti passi nei quali mi ha costretto a fermarmi a riflettere, a volte persino in maniera dura, proprio per l’assenza in essi del confortevole filtro della realtà. Ne riporto qui soltanto alcuni, ritrovati sfogliando rapidamente il libro dopo averlo letto, visto che non ho avuto la pazienza di appuntarmele gradualmente nel corso della lettura.    

“È incredibile come anche nelle situazioni più drammatiche, scomode o complicate, noi ci fermiamo a guardare i particolari. Ci incantiamo sui particolari, piccoli dettagli insignificanti che prendono del tutto la nostra attenzione.” 

“…in fondo, è bello sapere chi siamo. È un pensiero che ci solleva, e ci conforta anche nei momenti più bui, quando tutto introno cambia, diventi vecchio, magari perdi le persone care, cadi in disgrazia, ti crolla la casa… Non importa, c’è un’unica cosa che non cambierà mai: che animale sei. L’unica tua incrollabile certezza.” 

“A volte pensiamo una cosa, ma non abbastanza e, se non la pensiamo abbastanza, quella cosa pluff, se ne va… O la vita è così e basta, il tempo non è mai quello giusto, le cose devono andare in un altro modo, e non è mai vero che siamo noi a decidere come devono andare le cose, le cose vanno come vogliono loro.” 

“…inutile fare tante storie e starsene in disparte ad aspettare che nella vita le cose ti arrivino, perché da sole non arrivano mai.” 

"…se la gente non ci vedesse, noi potremmo felicemente non essere un bel niente e non stare neanche tanto a chiedercelo, che cosa siamo o non siamo. Bisognerebbe solo che la gente tenesse gli occhi chiusi."

what i can manage

So bene che può sembrare oltremodo banale e scontato parlare di trasformazioni di una forma musicale – nella fattispecie quella, da me tanto amata, del post-rock orchestrale ed emotivo – iniziando a scrivere di una band chiamata Gregor Samsa (…), ma in fondo di questo si tratta, né termini diversi possono apparire più appropriati per il quartetto di Richmond, Virginia, che dopo due ep e qualche collaborazione (da ultimo lo split con i Red Sparowes), si cimenta per la prima volta in un lavoro sulla lunga durata, avente per titolo, come i precedenti ep, soltanto due cifre: 55:12. L’album risuona nelle mie orecchie già da qualche tempo e, se già mi aveva favorevolmente impressionato, ogni ascolto lo fa crescere nella mia considerazione, per la grande capacità in esso dimostrata dalla band di rideclinare un genere secondo una sensibilità particolare, mescolandolo con stili diversi, ma non in fondo così lontani.

Il lavoro comincia con le caliginose e contorte trame di Makeshift shelters, la cui dilatata immobilità è contrappuntata dal soffice intreccio delle voci di Champ Bennett e Nikki King, che lasciano poi il campo a frequenze lontane e quasi impercettibili. Una distante ed opaca prospettiva segna anche l’incipit di Even numbers, ma questa volta vi è un accenno di ritmo, un suono più denso e concreto, facilmente interpretabile come il preludio ad un’impennata in classico stile post-rock emotivo, che non si fa attendere più di tanto nel fluire dei suoi dieci minuti di durata; ma proprio quando si ha l’impressione che il brano si snodi secondo un canovaccio ormai ben noto, i ritmi rallentano all’improvviso lasciando spazio ancora al dialogo tra le voci, sospeso su atmosfere minimali ed inafferrabili, prima dell’ulteriore apertura chitarrisitico-orchestrale, concentrata nei soli novanta secondi finali. A questo punto, si potrebbe pure pensare che in fondo la cifra stilistica di questo 55:12 sia la trasposizione, in una forma più melodica, fruibile ed almeno un po’ prossima alla forma canzone, delle cavalcate di Godspeed You! Black Emperor e seguaci, invece, la splendida What I can manage riconduce il suono sui delicati terreni di soffuso ed etereo romanticismo sui quali rimarrà il resto del lavoro, alternando magistralmente curatissimi passaggi dalle ottime sembianze slowcore e più complesse aperture armoniche, tali da riportare alla mente addirittura atmosfere shoegazer e sottilmente psichedeliche, il tutto impreziosito da un tocco lieve e raffinato, capace di depotenziare, riducendole al minimo, ruvidezze per altri gruppi troppo scontate.

Dopo il breve interludio strumentale Loud and clear, These points balance dilata infatti all’estremo la delicata lentezza delle composizioni in quella che, per struttura, potrebbe essere una dolce ballata degna dei Mojave 3, qui trasposta secondo cadenze codeiniche e secondo un approccio che riporta alla mente i Low più eterei. Qualche improvvisa asperità si riaffaccia in Young and old, brano che prima si avvolge su se stesso in un florilegio d’archi, culminante in un sofferto ma breve apice di chitarre impetuose, prima che l’intricata matassa del suo fluire scolori in una morbida coda orchestrale. Ma, dopo We’ll lean that way forever, altro breve raccordo atmosferico caratterizzato da piccoli rumori sinistri e da una voce spezzata ed evocativa su ritagli sonori assemblati al contrario, la sublimazione del suono dei Gregor Samsa arriva con la conclusiva Lessening, vero e proprio manifesto di un suono affascinante, che riempie di emozione le sospensioni temporali, talvolta anche piuttosto lunghe, tra una nota e l’altra, mentre ancora l’alternanza tra cantato maschile e femminile (entrambi sempre morbidi e sognanti) si staglia ora su un’irreale immobilità sonora, ora su catartici passaggi orchestrali, ora anche su impeti appena repressi da una malinconia latente ma sottile nel suo manifestarsi.

La matrice di base della band resta pur sempre quella del post-rock più romantico (e le sue precedenti produzioni lo confermano), ma senza dubbio le suggestioni di questo 55:12 sono molteplici, dalla sfuggente vena shoegazer che affiora qua e là, alle contaminazioni slowcore ed alle fluttuanti tracce psichedeliche che, rispettivamente, mi hanno richiamato alla mente, tra i gruppi più affini a quest’ottimo quartetto, Mimi Secue e Timonium. Non so se quella proposta dai Gregor Samsa possa essere una delle possibili risposte all’ormai ripetitiva ed oziosa (anche per colpa mia…) domanda sui possibili sviluppi di questa forma musicale toccante ed astratta, certo è che in 55:12 ne ho ritrovato tutti gli elementi concettuali ed emotivi, gradevolmente ibridati con altre apprezzabilissime sensazioni, tutte comunque riconducibili al comune denominatore di una delicata ed eterea sensibilità introspettiva.

www.gregorsamsa.com

incurable

Tarda serata di una giornata stancante, stranissima per tanti versi, già iniziata con una notte con poco sonno e molta rabbia per tutt’altri motivi. Poi tanti pensieri, il tentativo di trarre qualcosa di positivo dal tempo vissuto, constatandone al contempo una certa inutilità, derivante tanto da cause esterne quanto dalla mia attuale scarsa propensione e da una costante testardaggine o semplice incapacità di scendere a compromessi, di ammorbidirmi e mostrarmi per quello che non sono.

Infine, mentre altre cose – molto o pochissimo importanti – sembrano volgere in maniera almeno un po’ soddisfacente, e stanco e svuotato penso di trovare un qualche conforto, finisco ovviamente per non ricevere alcunché di buono ed anzi ottenere solo ulteriori frustrazioni che presto si traducono in incertezze e senso di inutilità ed impotenza. Ma poi sorge puntuale il dubbio se tutto ciò dipenda solo dai comportamenti altrui o se sia sempre io a perseverare nelle mie rigidità e ad essere ormai del tutto irrecuperabile. A coronamento di ciò arriva pure, puntuale e non casuale come solo la musica sa essere per chi la ama profondamente, l’ideale colonna sonora, buona per stasera e per descrivere molto altro di me. Non a caso, anche se stasera un po’ inaspettato, è il nuovo singolo di Piano Magic, Incurable, appena uscito per la Important Records. Suoni in prevalenza elettronici, molto wave nel brano che dà il titolo all’ep, più eterei e dilatati negli altri tre; ma ormai su Piano Magic non posso rivendicare più alcun tentativo di obiettività, visto che il mio tempo è sempre più sincronizzato col cuore, oltre che con la musica e le parole di Glen Johnson… 

The doctors shake their heads

They chain around the bed

They’re looking for a reason to why I’m still not dead

The medicine’s not working

I haven’t slept for days

The light is shone right through me

The skeleton is weighed

Incurable, I’m helpless – the mind and body weak

I have so much to tell you but I can’t seem to speak

Incurable, I’m lonely

The city empties out

I live inside the shadow – the shadow of a doubt

The cannons fire across me

I cannot make the trial

The seasons crash around me

The bones are in denial

My temper is a tower

The church will not provide

You closed the drawer upon me

I am unclassified

The romance of the season is wasted on the weak

I stayed in bed through snowfall

I tried to get some sleep

Invisible and broken

The spirit has moved out

Words that were unspoken, I cannot live without

A strange light beckons me this way

A strange life beckons me this way

 

 

genius and the thieves

Su queste pagine non ho quasi mai parlato di politica, se non per brevi accenni su questioni che finivano per colpirmi in qualche modo in maniera personale. Il motivo è molto semplice e banale, ovvero che i luoghi a ciò deputati sono ben più autorevoli e le persone che ne parlano sono in grado di farlo in genere molto meglio di me. E poi, è piuttosto evidente come la politica, di questi tempi, ben poco riesca a suscitare emozioni e slanci particolari, per cui è ovvio che quando decido di perdere un po’ del mio tempo a scrivere qualche riga in libertà preferisca farlo per cose che riempiono molto di più il cuore e la vita. Ciò detto, è evidente che la mia sensibilità politica non è scomparsa per nulla e non mi permette certo di essere indifferente di fronte agli avvenimenti imminenti. Ma, siccome anche su questo non mi va di esprimere alcunché con le mie parole, non faccio altro che riportare un brano di quel grandissimo genio dimenticato che è stato Ennio Flaiano.

Mi è capitato di ascoltare pochi giorni fa per radio questo suo testo inedito e mi sono subito ripromesso di postarlo qui proprio in questi giorni; lo faccio senza aggiungere altro perché già così mi sembra abbastanza significativo. Poi ognuno, se vorrà, potrà trarre le proprie conclusioni. 

QUANDO I LADRI ANDARONO AL POTERE

Quando i ladri presero la città, il popolo fu contento. Fece vacanza e anche dei bei fuochi d’artificio. La cacciata dei briganti autorizzava ogni ottimismo e i ladri, come primo atto di governo, riaffermarono il diritto di proprietà.

Questo rassicurò i proprietari più autorevoli. Su tutti i muri scrissero: il furto è una proprietà. Leggi severe contro il furto vennero emanate e applicate. A un tagliaborse fu tagliata la mano destra, a un baro la mano sinistra che serve per tenere le carte. A un ladro di cappelli tagliarono la testa.

Poi si sparse la voce che i ladri rubavano. Da principio questa voce parve una trovata della propaganda avversaria è fu respinta con sdegno. I ladri stessi ne sorridevano e ritennero inutile ogni smentita ufficiale. Tutto parlava in loro favore: erano stimati per gente dabbene, ladra, onesta. Ora, insinuare che i ladri fossero ladri sembrò assurdo.

Il tempo trascorse, i furti aumentavano. Un anno dopo erano già imponenti. E si vide che non era possibile farli senza avere una grossa organizzazione. E si capì che i ladri avevano questa organizzazione. Una mattina per esempio ci si accorgeva che era scomparso un palazzo dal centro della città nessuno sapeva darne notizia.

Poi sparirono piazze, alberi, monumenti, gallerie coi loro quadri e, le loro statue, officine coi loro operai, treni coi loro viaggiatori, intere aziende, piccole città.

La stampa, dapprima timida, insorse. Sparirono allora i giornali coi loro redattori e anche gli strilloni. E quando i ladri ebbero fatto sparire ogni cosa, cominciarono a derubarsi tra di loro. E la cosa continuò finché non furono derubati dai loro figli e dai loro nipoti. Ma vissero sempre felici e contenti.

(Ennio Flaiano, testo inedito tratto da una trasmissione radiofonica del 1967 curata da Enrico Valse per la serie Sesto senso)

 

my compilations: #25

Dopo la parentesi nostalgica dedicata alle cover-versions, torno a distanza un paio di mesi a licenziare una raccolta musicale di materiale di recente ascolto, esigenza quasi inevitabile per tentare di cristallizzare almeno in parte i troppi ascolti superficiali che a volte non mi permettono di approfondire come vorrei tanti album meritevoli. La compilation presenta un inconsueto aspetto primaverile, come facilmente evincibile anche dalla copertina, la cui scelta mi ha riportato alla mente una delle raccolte che ricordo con maggiore affetto, ormai risalente a poco meno di due anni fa, il cui spirito, emergente da titolo e copertina, sembrava l’esatto opposto rispetto a quella appena ultimata. Eppure, non ho per nulla ricercato tale netta antitesi, sorta, come spesso accade, in maniera del tutto casuale.

Quella che non è cambiata, in questo tempo, è invece la passione per la musica ed anche un po’ l’impronta sonora della raccolta, ancora una volta oscillante tra cantautorato folk, canzoni melodiche e divagazioni romantiche atmosferiche ed anche un po’ oblique, qui proposta secondo quello che, ascoltandola, mi sono accorto essere quasi un andamento circolare delle tracce. Comunque, siccome molto meglio delle parole è in grado di parlare la musica, questa volta provo a fare un piccolo regalo a quanti, tra i non molti frequentatori di queste pagine, si dimostreranno più interessati ed anche più veloci.

In tutto ciò, non ho ancora detto che il titolo della raccolta è There’s a million things I trust e che copertina e tracklist sono quelli che seguono:

25cover01. denison witmer – ringing of the bell tower

02. my latest novel – the hope edition

03. elephant micah – blue ridge

04. eef barzelay – n.m.a.

05. swearing at motorists – this is no how forever begins

06. cesare basile – to speak of love

07. hot chip – i can’t wake up

08. ant – spent too long walking with no heart to follow

09. milow – born in the eighties

10. piana – mother’s love

11. majessic dreams – around here

12. oceanographer – lydia, you’re fading

13. barzin – won’t you come

14. liz durrett – all the spokes

15. safe home – moortown bluebay

16. trespassers william – no one

17. devics – salty seas

18. norfolk & western – minor daughter

19. saw – through the fire

20. spider – midnight on the nile

21. the silent type – some curious and beautiful maps

[rafcd25]

letting go of the baloon

Burd Early è uno dei più sensibili tra gli attuali cantautori americani, ormai attivo già da qualche anno e con alle spalle tre album densi di ballate intense ed ovattate, l’ultimo dei quali, Mind and mother del 2004, è anche il più compiuto e riuscito. Nel corso della sua carriera, l’originaria impronta folk-rock – palesemente ispirata a Will Oldham – che caratterizzava le sue prime opere è stata gradualmente erosa in un crescendo di intensità lirica ed in ambientazioni sonore semplici ma al tempo stesso ricercate. Nei lavori di Burd Early, infatti, accanto a ballate folk minimali ed intimiste, non sono mai mancati tenui passaggi strumentali, costruiti sull’essenzialità di una chitarra sulla quale venivano innestati soltanto qualche loop e pochi effetti (da lui gestiti tutti in prima persona, come ebbi modo di osservare in una sua ottima esibizione dal vivo accanto a Jason Molina, ormai tre anni fa) per raggiungere il risultato di una fluttuante quiete acustica.

Per chi lo segue da tempo, non deve quindi destare meraviglia alcuna la recente uscita, sempre per la fidata Western Vinyl, di Gasworks, opera prima del suo nuovo progetto strumentale denominato Et Ret. Le otto tracce di Gasworks (meno di quaranta minuti in tutto) sono infatti piccoli affreschi sonori sospesi tra oblique fascinazioni acustico-orchestrali, oscuro minimalismo di stampo folk ed evanescenti dilatazioni acustiche. L’album ripropone le costruzioni circolari di Burd Early, stavolta non funzionali alla sommessa declamazione dei suoi testi ma perfettamente capaci di reggersi autonomamente sull’intricato dialogo tra chitarra e violino, ora supportato dal violoncello, o costellato da accenni percussivi, o ancora arricchito da lievi supporti analogici. Le composizioni, nella loro semplicità, non risultano tuttavia fredde, ma la melodia in essa presente dà luogo ad un risultato non privo di delicati passaggi romantici (Community, Apokalyptein, Won by walking), tali da richiamare alla mente in maniera molto diretta alcune composizioni dei Dirty Three. Il rigoroso habitus sonoro di Et Ret presenta tratti di elaborazione non indifferente, ma non sfocia mai in algido intellettualismo, conservando invece l’affascinante impronta intimista ed emotiva delle basi dei brani solisti di Burd Early, per quanto a tratti si possano scorgere costruzioni sonore dalle sembianze non così dissimili da un certo post-rock orchestrale. Si potrebbe forse anche forzare un paragone un po’ ardito, affermando che le composizioni di Et Ret traducono in una soffusa chiave acustica le più tumultuose interpretazioni del post-rock orchestrale, ma se è vero che l’album potrà facilmente incontrare i favori degli amanti dei soliti pluricitati Godspeed You! Black Emperor, Explosions In The Sky, etc., se non altro per una certa assonanza nella struttura compositiva, qui il mood è più lieve ed ovviamente le trame strumentali generalmente pacate ed essenziali, costruite come sono intorno a pochi accordi ripetuti per formare delicate trame armoniche.

Insomma, Gasworks è l’ibrido prodotto della sensibilità folk di un cantautore applicata a scarne composizioni strumentali, attraverso le quali l’impronta di Burd Early trasparire con evidenza, conferendo discreto calore umano ad intrecci orchestrali affrontando i quali il rischio dell’inaridimento creativo (ed anche emotivo) è sempre dietro l’angolo. Forse non sarà uno di quegli album che colpiscono immediatamente al cuore, ma è senza dubbio un’ulteriore prova positiva nata dall’eclettismo di un autore senza dubbio capace di esprimersi anche al di là della classica forma-canzone.

www.westernvinyl.com/et_ret

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