Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

what i can manage

So bene che può sembrare oltremodo banale e scontato parlare di trasformazioni di una forma musicale – nella fattispecie quella, da me tanto amata, del post-rock orchestrale ed emotivo – iniziando a scrivere di una band chiamata Gregor Samsa (…), ma in fondo di questo si tratta, né termini diversi possono apparire più appropriati per il quartetto di Richmond, Virginia, che dopo due ep e qualche collaborazione (da ultimo lo split con i Red Sparowes), si cimenta per la prima volta in un lavoro sulla lunga durata, avente per titolo, come i precedenti ep, soltanto due cifre: 55:12. L’album risuona nelle mie orecchie già da qualche tempo e, se già mi aveva favorevolmente impressionato, ogni ascolto lo fa crescere nella mia considerazione, per la grande capacità in esso dimostrata dalla band di rideclinare un genere secondo una sensibilità particolare, mescolandolo con stili diversi, ma non in fondo così lontani.

Il lavoro comincia con le caliginose e contorte trame di Makeshift shelters, la cui dilatata immobilità è contrappuntata dal soffice intreccio delle voci di Champ Bennett e Nikki King, che lasciano poi il campo a frequenze lontane e quasi impercettibili. Una distante ed opaca prospettiva segna anche l’incipit di Even numbers, ma questa volta vi è un accenno di ritmo, un suono più denso e concreto, facilmente interpretabile come il preludio ad un’impennata in classico stile post-rock emotivo, che non si fa attendere più di tanto nel fluire dei suoi dieci minuti di durata; ma proprio quando si ha l’impressione che il brano si snodi secondo un canovaccio ormai ben noto, i ritmi rallentano all’improvviso lasciando spazio ancora al dialogo tra le voci, sospeso su atmosfere minimali ed inafferrabili, prima dell’ulteriore apertura chitarrisitico-orchestrale, concentrata nei soli novanta secondi finali. A questo punto, si potrebbe pure pensare che in fondo la cifra stilistica di questo 55:12 sia la trasposizione, in una forma più melodica, fruibile ed almeno un po’ prossima alla forma canzone, delle cavalcate di Godspeed You! Black Emperor e seguaci, invece, la splendida What I can manage riconduce il suono sui delicati terreni di soffuso ed etereo romanticismo sui quali rimarrà il resto del lavoro, alternando magistralmente curatissimi passaggi dalle ottime sembianze slowcore e più complesse aperture armoniche, tali da riportare alla mente addirittura atmosfere shoegazer e sottilmente psichedeliche, il tutto impreziosito da un tocco lieve e raffinato, capace di depotenziare, riducendole al minimo, ruvidezze per altri gruppi troppo scontate.

Dopo il breve interludio strumentale Loud and clear, These points balance dilata infatti all’estremo la delicata lentezza delle composizioni in quella che, per struttura, potrebbe essere una dolce ballata degna dei Mojave 3, qui trasposta secondo cadenze codeiniche e secondo un approccio che riporta alla mente i Low più eterei. Qualche improvvisa asperità si riaffaccia in Young and old, brano che prima si avvolge su se stesso in un florilegio d’archi, culminante in un sofferto ma breve apice di chitarre impetuose, prima che l’intricata matassa del suo fluire scolori in una morbida coda orchestrale. Ma, dopo We’ll lean that way forever, altro breve raccordo atmosferico caratterizzato da piccoli rumori sinistri e da una voce spezzata ed evocativa su ritagli sonori assemblati al contrario, la sublimazione del suono dei Gregor Samsa arriva con la conclusiva Lessening, vero e proprio manifesto di un suono affascinante, che riempie di emozione le sospensioni temporali, talvolta anche piuttosto lunghe, tra una nota e l’altra, mentre ancora l’alternanza tra cantato maschile e femminile (entrambi sempre morbidi e sognanti) si staglia ora su un’irreale immobilità sonora, ora su catartici passaggi orchestrali, ora anche su impeti appena repressi da una malinconia latente ma sottile nel suo manifestarsi.

La matrice di base della band resta pur sempre quella del post-rock più romantico (e le sue precedenti produzioni lo confermano), ma senza dubbio le suggestioni di questo 55:12 sono molteplici, dalla sfuggente vena shoegazer che affiora qua e là, alle contaminazioni slowcore ed alle fluttuanti tracce psichedeliche che, rispettivamente, mi hanno richiamato alla mente, tra i gruppi più affini a quest’ottimo quartetto, Mimi Secue e Timonium. Non so se quella proposta dai Gregor Samsa possa essere una delle possibili risposte all’ormai ripetitiva ed oziosa (anche per colpa mia…) domanda sui possibili sviluppi di questa forma musicale toccante ed astratta, certo è che in 55:12 ne ho ritrovato tutti gli elementi concettuali ed emotivi, gradevolmente ibridati con altre apprezzabilissime sensazioni, tutte comunque riconducibili al comune denominatore di una delicata ed eterea sensibilità introspettiva.

www.gregorsamsa.com

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4 risposte a “what i can manage

  1. utente anonimo 14 aprile 2006 alle 12:10

    Invece di recensire tutta qst musica…alza qualche volta il telefono…. Buona pasqua eh?!

    Federica

  2. notevenjail 15 aprile 2006 alle 15:24

    Continuiamo a trovarci d’accordo su troppe cose 🙂

  3. Enver 17 aprile 2006 alle 23:18

    fantastico… come pure Barzin

  4. jaguara 9 maggio 2006 alle 16:29

    ho seguito il tuo consiglio… davvero bello, grazie!! 🙂

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