Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: maggio 2006

note su note [12]

Un altro mese in archivio, con il riepilogo dei titoli dei post, i cui titoli, questa volta, sono stati rappresentati dai seguenti brani:

kill the light: mojave 3 – puzzles like you [4ad 2006]

drink to sher: tanakh – ardent fevers [alien8 2006]

steps lead to…: sepia hours – sometimes making something leads to nothing e.p. [beat is murderer 2006]

one small step: stereolab – alluminum tunes [elektra 1998]

throw out the light: anois – tracery on a frosted window [poni republic 2006]

birthday candles: james william hindle – town feeling [badman 2005]

slight return: the bluetones – expecting to fly [superior quality 1996]

throwing back the apple: pale saints – in ribbons [4ad 1992]

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throwing back the apple

Come se non bastasse la continua ricerca di nuovi artisti o gruppi musicali, capita che l’amplissima disponibilità ed accessibilità di materiale sonoro mi spinga a fare, come sempre in maniera piuttosto casuale, qualche tuffo nostalgico nel passato. Così è successo qualche giorno fa, quando, appunto per caso, ho recuperato uno dei singoli mancanti di quei Pale Saints di Ian Masters, senza dubbio una delle band dei primi anni ’90 alle quali sono più legato in assoluto, per diversi motivi.

Allora, ascoltato subito il singolo Throwing Back The Apple (comprendente, oltre al brano guida del meraviglioso In Ribbons, anche tre inediti), mi sono subito messo alla ricerca di qualcuna delle difficilmente reperibili opere di Ian Masters, successive alla sua uscita dalla band da lui fondata. All’epoca devo riconoscere di aver perso le sue tracce e di aver saputo della prima delle sue creature successive, Spoonfed Hybrid, soltanto quando ormai i dischi incisi da questa nuova band erano fuori catalogo. Ora, invece, non ho avuto particolari difficoltà a reperirne tutte le opere e devo dire che il loro ascolto mi ha riportato a tanti, tanti anni fa: ho ritrovato la particolarissima voce di Masters in brani per me nuovi dopo così tanto tempo, seppure in una veste sonora parzialmente diversa da quella dei Pale Saints, ma forse addirittura più profonda ed affascinante. Insomma, pur tra la consueta caterva di cose nuove da ascoltare, non ho potuto fare a meno di colmare questo lungo vuoto temporale nella mia fruizione di un artista dalla sensibilità oscura e davvero particolare, lasciandomi rapire, con estrema facilità, dalla musica di Spoonfed Hybrid.

Intanto, una volta immerso nuovamente nella musica di Ian Masters, è notevole il mio desiderio di cercare di ricostruire le successive, per nulla lineari, derive artistiche di un autore le cui opere, anche a dieci e più anni di distanza, hanno la capacità di colpirmi nel profondo.

http://www.dfuse.com/spoons/intro.htm

MP3: Spoonfed Hybrid – Somehow Some Other Life

slight return

Ancora non riesco a smettere di stupirmi degli imperscrutabili processi neuronali che di tanto in tanto fanno riemergere ricordi relegati in qualche parte recondita della mia mente. È ovviamente superfluo aggiungere che queste lontane reminiscenze finiscono sempre per legarsi a brani musicali, piccole colonne sonore di momenti, sensazioni, spunti di riflessione. Insomma, erano un paio di giorni che mi scervellavo intorno ad un paio di strofe di un brano che avevano preso a ronzarmi in testa all’improvviso: quei pochi versi li ricordavo perfettamente, così come anche il fatto che la band che ne era stata autrice, circa una decina di anni fa, era inglese, ma non tra quelle di primissimo piano nell’ambito di quel brit-pop (nel senso buono della definizione) che allora costituiva la stragrande maggioranza dei mie ascolti. Ricordavo persino la copertina dell’album in cui quel brano era compreso (pur non possedendolo): qualcosa sul blu-verde con tante piume di pavone. Ma assolutamente non mi sovveniva né il nome della band, né il titolo del brano. Quando mi ero ormai quasi rassegnato a mobilitare qualche amico maniaco di musica come e più di me per avere ragguagli, è bastata la scontata ricerca su Google di alcuni di quei versi per recuperare questo vecchio brano dei non eccelsi Bluetones, risalente al 1996, e che già all’epoca ricordo mi aveva alquanto colpito. Così, troppo pigro per andare a recuperare la vecchia cassetta sulla quale era registrato quell’album, ho usato mezzi molto più rapidi ed efficienti per poter riascoltare quel brano che non so quale strana sinapsi mi ha così distintamente riportato alla memoria, come se fosse attuale e presente. Forse si tratta solo di un’inconscia assunzione di responsabilità o della consapevolezza che, se non sono io a porre le precondizioni per alcuni cambiamenti, non posso certo sperare in miracoli o in soluzioni provenienti dall’esterno. E, prima che queste riflessioni le facessi con la mia testa, sono arrivate in musica, sotto forma di popsong, non priva di qualche sotterraneo senso di colpa.

 

Where did you go
when things went wrong for you,
when the knives came out for you?
Where did you go?
All you needed was a friend.
You just have to ask and then…….   
You don’t have to have the solution,
you’ve got to understand the problem,
and don’t go hoping for a miracle.
All this will fade away
so I’m coming home. 
What did you learn,
locked away all on your own,
chance and your head all blown
What did you learn,
It was unfortunate,
you missed you chance to find out that  

You don’t have to have the solution,
you’ve got to understand the problem,
and don’t go hoping for a miracle.
All this will fade away
so I’m coming home,

i’m coming home
but just for a short while.

 

MP3: The Bluetones – Slight Return

my compilations: #26

Era da un po’ di tempo che non “compilavo” una delle mie raccolte musicali con un orientamento in prevalenza elettronico. Molti ascolti recenti mi hanno incitato a farlo, in modo da riunire alcuni degli ascolti che mi hanno più impressionato nei quali sono presenti tracce elettroniche, seppure utilizzate e contestualizzate in maniera piuttosto diversa tra loro. Poiché continuo a pensare di essere fondamentalmente un tradizionalista in ambito musicale, la scelta dei brani – comprendente anche il recupero di alcune produzioni della fine dell’anno scorso – non è stata rispondente a rigidi criteri estetici, per cui potrà forse presentare qualche passaggio un po’ incongruo per qualcuno meglio addentro di me in questi suoni. Del resto, mi sembra che nella maggior parte dei brani qui raccolti siano presenti diverse contaminazioni con suoni acustici o addirittura orchestrali, che mi pare allevino abbastanza le cupezze proprie soprattutto dei brani iniziali. Certo, le sonorità prevalenti si collocano in netta e voluta antitesi con la radiosità primaverile del periodo, ma, a mio avviso, non mancano passaggi più lievi, nei quali cogliere, pur attraverso accenni sintetici, atmosfere non poi così oscure, ma anzi piuttosto serene e leggere. In tal senso, anche il titolo della raccolta, Come and move into the shadow, ovviamente ispirato al brano di Piano Magic, sembra potersi interpretare almeno parzialmente in contrasto con il suo contenuto. Comunque, come già avvenuto (con un minimo di riscontro) con la precedente, l’intera compilation è disponibile, per quanti avessero la curiosità e la pazienza di ascoltarla, ai quali è altresì rivolto l’invito a lasciare qui i propri commenti ed impressioni.

01. piano magic – i have moved into the shadow

02. corker & conboy – the winner

03. deaf center – lamp mien

04. immune – acoustic memories

05. off the sky – lonely face, passers by

06. epic45 – vanishing britain

07. planar – square root

08. phon°noir – one and a half smiles

09. anois – tracery on a frosted window

10. mountains – bay

11. vinaya – etoile? fleur

12. melodium – you are no one, like everyone

13. isan – lent et grave

14. modern institute – ambientone

15. helios – dragonfly across an ancient sky

16. kazumasa hashimoto – drama

17. talkingmakesnosense – for the sake of this

18. sepia hours – petals flutter, a whisper is flared

19. pillow – with the passing of the seasons

[rafcd26]

birthday candles

Avvertenza: post dichiaratamente autoreferenziale.

Di solito rifuggo per carattere da ricorrenze e festeggiamenti, quindi figurarsi se mi metto ad indulgere in autocelebrazioni. Non mi è però sfuggito che oggi questo piccolo blog ha compiuto un anno e quindi, pur senza tentare inutili e superflui consuntivi, pensiero è corso spontaneo alla tiepida mattina di un anno fa, nella quale mi lanciavo nella scrittura di riflessioni ed emozioni, senza alcuna precisa finalità se non, forse, quella di riuscire ad esternare un po’ di più – innanzitutto con me stesso – esperienze di vita e considerazioni sempre latenti ma quasi sempre confinate in angoli reconditi del mio cervello e della mia anima.

Un anno dopo, la scrittura, per lo più istintiva e rilassata, priva di chissà quali pretese, è per me diventata una piacevole abitudine, compagna di elucubrazioni personali, istantanee di vita e, inevitabilmente, testimonianza permanente di altrimenti fugaci colonne sonore dei miei giorni.

Il mio spirito iniziale non è nel frattempo mutato, così come ciò che fin dall’inizio ero motivato ad esprimere, ceh oggi potrei ripetere e confermare in toto; ma forse, in un anno, nulla o troppo poco è cambiato anche in altri sensi, in un’evoluzione di vita che ogni giorno mi sembra più lenta ed incerta, anche a causa di motivazioni altalenanti e decisioni un po’ troppo confinate nella mia testa e finora scarsamente poste in pratica.

Comunque sia, da una netta prevalenza iniziale di sfoghi e questioni (troppo) personali, è ora la musica, come prevedibile, ad aver preso il sopravvento nei miei discorsi, come semplice commento a pensieri e momenti vissuti o come testimonianza, per niente seriosa, dei miei ascolti preferiti. Così, se qualcuno sarà rimasto interdetto, incappando nelle mie criptiche espressioni di vicende personali, mi auguro almeno di esser riuscito a far conoscere qualche artista o gruppo che ritenevo lo meritasse e a far così cosa gradita, solleticando un’affine sensibilità musicale in qualcuno dei non molti (ma certamente più numerosi dei due-tre iniziali) lettori di queste pagine.

Vabbé, mi sono parlato troppo addosso: non ci sono auguri da fare ne propositi futuri, essendo tutto, di qui in avanti come nell’anno appena trascorso, affidato sempre e solo all’estemporaneità, ad un po’ di pazienza ed alla mia – eccessiva! – capacità di perder tempo in pensieri su musica, emozioni ed altro ancora…

throw out the light

Data la mia continua e quasi maniacale ricerca di nuove suggestioni musicali, non è certo una novità la mia attenzione per il fenomeno delle netlabels: certo, data la loro costante diffusione, è difficile star dietro a più di qualcuna di esse, anche perché il numero sempre crescente e la facilità delle loro produzioni non va necessariamente di pari passo con la qualità; così è facile che qualche piccola perla si perda, restando nascosta in mezzo a tutta l’indistinta e pressoché infinita mole di musica in circolazione.

Fortunatamente, così non è accaduto per me con questo duo tedesco chiamato Anois, il cui mini album Tracery On A Frosted Window, proposto dalla netlabel Poni Republic, è senza dubbio la mia fissazione settimanale, visto che è dal suo primo ascolto, lunedì scorso, che non riesco a staccarmene.

La loro formula musicale è semplice, ma possiede quell’essenzialità che riesce a colpire proprio per la sua spontaneità, per la capacità di parlare al cuore in maniera diretta senza troppi orpelli o sovrastrutture. Nel presentare questo loro lavoro, il sito della Poni Republic parla di “folk guided chamber pop”: la definizione mi pare indovinata e può rendere l’idea, ma i sette brani raccolti in Tracery On A Frosted Window esprimono una freschezza compositiva difficilmente racchiudibile in gabbie di genere. Le atmosfere dilatate e vagamente uggiose dell’iniziale Set The Pace accolgono subito con delicatezza in paesaggi dai colori tenui, acquarelli disegnati dall’alternarsi delle voci di Lars Kranholdt ed Anne Bayer, evocando un fascino etereo che sembra conciliare l’asciutto folk dei Saw con la magnetica ed un po’ umbratile emozionalità di Mi And L’au (affiorante con evidenza anche in Throw Out The Light). I toni di tutto il mini-album sono smorzati, immersi in un’intima penombra, densa tanto del romanticismo conferito dal violino di Nastasja Ernst, quanto di un leggero tocco elettronico che si affaccia prima timidamente in And You Are Okay per esprimersi poi nel brano che dà il titolo al lavoro, piccola gemma folk-tronica (?) di chitarra acustica e violino, cadenzata da un discreto beat sintetico e dall’affascinante dialogo tra le voci. Ma in tutti i brani, prevale il delicato minimalismo acustico di composizioni appena accennate, di voci poco più che sussurrate, nelle quali il tempo, piuttosto che dagli strumenti sembra scandito dall’intrecciarsi delle emozioni, lente ma constanti come il battito del cuore, delicati come gli immobili paesaggi bucolici della strumentale Min/For o della note distillate pian piano dalla scarnissima conclusiva I’m Currently Not Plenty.

I ventisette minuti di Tracery On A Frosted Window sono una piccola e delicata gemma, ancora un mirabile esempio di come con pochi mezzi si riesca a fare grande musica, capace di parlare direttamente al cuore. Meglio allora, non spendere altre parole, ma lasciar parlare la musica, per lasciar fluire in silenzio e nella penombra le note e le emozioni che Anois riescono ad esprimere e suscitare con autentica semplicità.

http://www.ponirepublic.com/

http://www.pleasemutetoday.com/

one small step

Capita, quasi inevitabilmente di assistere, con l’occhio del contemporaneo, a piccoli e grandi eventi nella storia del mondo o in quella di un Paese. La contestualità temporale può facilmente distorcere l’analisi del reale, o per il coinvolgimento in prima persona in quelle vicende oppure per la tendenza assiologicamente riduzionista nel valutare avvenimenti che si formano giorno dopo giorno sotto i nostri occhi, anziché essere già scritti nei libri di storia. Così anche oggi, di fronte ad un evento già ampiamente preventivato ed atteso, non sono andato molto al di là di una comprensibile e dovuta soddisfazione, pur nella consapevolezza della portata di quanto appena diventato reale. Ma l’attenzione alla contemporaneità, l’impegno e la mia partecipazione possono comunque essere riferiti ad una esperienza storica personale ancora piuttosto limitata nel tempo: ho invece avuto la netta percezione del significato profondo di questo piccolo ma importante passaggio storico, appena ho visto una persona di settant’anni praticamente commossa alla notizia, forse perché memore di una storia personale e politica, di tanti ideali, battaglie e sofferenze vissute in prima persona.

La mia soddisfazione resta pur contenuta nel contingente, ma se l’importanza di questo piccolo passo nella nostra storia l’ho potuta cogliere anche nell’espressione del volto di una persona di una certa età, da me conosciuta e stimata nonostante tutto, stasera ho un motivo in più per gioire per me e per i destini della storia d’Italia.

steps lead to…

Quante volte su queste pagine ho ripetuto di come la musica sia per me non solo “colonna sonora” ma parte integrante della mia vita, con la quale costituisce un unicum di esperienze ed emozioni… Non sto qui a ripetermi per l’ennesima volta, anche perché sono ormai ben conscio di questa realtà – della quale ormai non mi sorprendo più di tanto – e delle molteplici coincidenze cui essa continua a dar luogo. L’ultima di esse ha avuto origine nella tarda mattinata di oggi, mentre in maniera piuttosto distratta sfogliavo le pagine di un forum nel quale vengono elencati gli ascolti settimanali, la mia attenzione cade sul breve ed unico approfondimento dedicato al primo e.p. di Sepia Hours, Five Thousand Steps, da qualcuno che peraltro ben conosce la mia passione per l’artista in questione (del quale ho parlato più diffusamente qui). Ovviamente non riesco a trattenermi dal raccogliere la citazione, confermando quanto di buono era già stato scritto su quel lavoro (che resta il mio preferito dell’artista belga) e fornendo qualche ulteriore ragguaglio in merito agli altri.

Poi, stasera, di ritorno a casa in una dolce serata romana, mentre quasi mi appresto a considerazioni di gioia trasognata ma velata dalla malinconia dell’immutabilità della vita di fronte al tempo che passa, apro un po’ assonnato la posta per ritrovare una mail personale proprio dell’ottimo Sébastien Biset, che mi invita all’ascolto della nuova autoproduzione di Sepia Hours, dal titolo significativo ed a me adattissimo: Sometimes Making Something Leads To Nothing. Si tratta di cinque nuovi brani, nel noto stile raffinato e minimale, che in questo momento risuonano nelle mie orecchie, non senza una certa trepidazione. Ad una prima impressione, da prendere al momento con beneficio d’inventario, mi sembrano un po’ meno fluidi rispetto alle sue produzioni precedenti, con più marcate tendenze alla sperimentazione, ma pur sempre densi di quella sensibilità delicata e di quel profondo calore umano che riesce a trasparire con evidenza attraverso l’utilizzo di una semplice strumentazione elettroacustica. Ma siccome su Sepia Hours non rivendico alcuna pretesa di obiettività di giudizio, perché è un artista per il quale il cuore ha decisamente il sopravvento sui criteri estetico-musicali, riporto la breve ed efficacissima descrizione che lui stesso mi ha presentato di queste cinque tracce: “between attempts, experimentation, lunatism, screams and whispers”.

Sometimes Making Something Leads To Nothing si può scaricare qui, ma si può anche ordinare contattando direttamente l’artista, come sarebbe ben giusto fare per supportarne le produzioni.

www.sepiahours.net

drink to sher

Evidentemente la città di Firenze, oltre ad occupare un posto particolare nel mio cuore, ha esercitato il suo fascino anche sulla sensibilità di uno dei cantautori che negli ultimi anni mi hanno più colpito, ovvero il canadese Jess Poe, mente del collettivo Tanakh.

Jess si è infatti trasferito in riva all’Arno da un paio d’anni, più o meno in coincidenza con l’uscita di quello splendido lavoro che è stato Dieu Deuil. Se si eccettua il doppio ed obiettivamente inascoltabile album sperimentale Tanakh, uscito nel 2004 a breve distanza da Dieu Dueil, Ardent Fevers – ufficialmente edito da poche settimane e presentato in anteprima pubblica proprio a Firenze – è il seguito diretto di quel lavoro, da me tanto atteso e ricercato, tanto da essermi impegnato con largo anticipo a scriverne su altre pagine virtuali, un po’ più importanti di queste. In proposito, devo dire che, stranamente, non mi risulta per nulla agevole farlo in maniera “seria” e distaccata, un po’ perché l’album non mi ha per ora colpito se non a momenti alterni, un po’ per componenti squisitamente emozionali che entrano inevitabilmente (ed erroneamente) in gioco nel raffronto con il suo predecessore, cui sono particolarmente legato, per motivi musicali e non solo. Ardent Fevers non è un brutto lavoro, ma la sua cifra stilistica è piuttosto distante da quella del suo predecessore: ove infatti Dieu Deuil era sembrato un passo nella ricerca, attraverso il recupero di suoni più “convenzionali”, di una via d’uscita agli intricati sperimentalismi post-rock, quest’album segna il passaggio della band nella pratica di un folk raffinato ma delle sembianze fin troppo classiche ed anzi con accenni decisamente nostalgici.

Il tono del lavoro è tuttavia in prevalenza lieve, un bel folk cantautorale, arricchito dal copioso contributo degli archi ed appena sporcato da polverose trame elettriche, ora sommesso e romantico (Drink To Sher, 5 a.m., Restless Hands), ora un po’ più oscuro, ma ugualmente molto intenso, come nel caso dell’accattivante Deeper, nella quale Poe gioca quasi a fare il crooner – riuscendoci perfettamente – su un dolce tappeto d’archi. Sono questi, insieme al dialogo con la voce di Isobel Campbell della delicata Winter Song, gli episodi migliori del lavoro, in fondo quelli più pacati ed essenziali; meno riusciti ed un po’ incongrui appaiono invece i torridi e datati assoli elettrici al termine della limpida Still Trying To Find You Home e della conclusiva Take And Read.

Nel complesso, l’album si colloca comunque di certo al di là della sufficienza, ma mi ha forse lasciato un po’ perplesso ritrovare questa band ormai ben distante dai crescendo emotivi del post-rock canadese (le cui tracce erano riscontrabili in alcune costruzioni dell’album precedente) e piuttosto immersa nell’esercizio di un alt-folk di indubbia qualità compositiva ma al tempo stesso a tratti troppo rivolto al passato: mi sembra strano accostare mentalmente Tanakh a band quali Tunng o Akron/Family, anziché a qualche sperimentatore canadese, ma preferisco senza dubbio i loro momenti espressivi lievi ed ariosi rispetto a quelli di troppo palese ed in fondo sterile richiamo a torridi e datati suoni della west-coast anni ’70. Certo, pezzi come November Tree, Exegesis e Lady Eucharist sono quasi irripetibili dal punto di vista dell’intensità emotiva, o forse è anche il ricordo che di essi conservo, ma Ardent Fevers, pur collocandosi su un gradino leggermente inferiore a Dieu Deuil, conferma le qualità del songwriting di Jess Poe, enfatizzando anzi le sue doti di interprete, in un contesto di folk romantico e lirico, non privo di derive psichedeliche retrò, ma apprezzabile al meglio proprio nella sua linearità.      

www.alien8recordings.com/tanakh

MP3: Drink To Sher; Winter Song

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