Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: giugno 2006

best albums of 2006 [part 1]

Beh, non siamo certo ancora al momento di stilare le "fatidiche" classifiche di fine anno, ma se già nel 2005 sono riuscito a mettere insieme una lista (più o meno affidabile) comprendente ben ottanta album, l’enorme mole di musica con la quale sono entrato in contatto dall’inizio di quest’anno quasi impone di porre qualche punto fermo su distanze temporali ben inferiori ai dodici mesi. Avevo già compilato altrove una lista delle uscite più interessanti dei primi tre mesi, mentre adesso, pur senza lambiccarmi troppo a stilare classifiche parziali mi pare sia opportuno elencare almeno quelli, tra gli album ascoltati finora, che certamente dovranno essere presi in considerazione per la playlist annuale. Di molti di essi ho già parlato nel corso degli ultimi mesi, su queste ed altre pagine, mentre alcuni sono invece passati un po’ più sotto silenzio, soprattutto a causa di mancanza di tempo ed ispirazione. Li riporto così, conscio di averne già tralasciati alcuni, senza fare graduatorie, se non citando per primi quelli che si può dire fin d’ora seriamente candidati ad album dell’anno ed elencando alfabeticamente gli altri, che pure è comunque prevedibile ritrovare nelle posizioni più alte della classifica finale.

 

barzin – my life in rooms [weewerk]

imaad wasif – imaad wasif [kill rock stars]

flowers from the man who shot your cousin – hapless [waterhouse]

gregor samsa – 55:12 [the kora]

the workhouse – flyover [bearos]

  

adem – love and other planets [domino]

audrey – visible forms [tenderversion]

big eyes family players – do the musiking [pickled egg]

blueneck – scars of the midwest [don’t touch]

clogs – lantern [brassland]

devics – push the heart [filter]

helios – eingya [type]

kazumasa hashimoto – gllia [noble]

liz durrett – the mezzanine [warm]

mogwai – mr. beast [matador]

mojave 3 – puzzles like you [4ad]

mono – you are there [temporary residence]

oceanographer – on leaping from airplanes [one mountain]

pillow – flowing seasons [2nd rec]

sodastream – reservations [trifekta]

stuart a. staples – leaving songs [beggars banquet]

the gentleman losers – the gentleman losers [büro]

this is your captain speaking – storyboard [resonant]

trespassers william – having [nettwerk]

tunng – comments of the inner chorus [fulltime hobby]

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lay down your arms

L’ennesimo songwriter sensibile ed essenziale, un moniker di quelli che sembrano fatti apposta per richiamare l’attenzione e restare impressi, tredici brevi tracce di folk intimista e delicato: sono questi gli ingredienti dello splendido debutto discografico di tal Morgan Caris, autore francese che si nasconde sotto il nome di Flowers From The Man Who Shot Your Cousin e che all’inizio di quest’anno ha pubblicato per l’etichetta Waterhouse un album dal titolo Hapless, che da qualche giorno proprio non riesce ad uscirmi dalla testa.

Dal punto di vista strettamente musicale non c’è molto da dire circa la produzione di Caris, la cui personalissima interpretazione del folk più acustico e romantico colpisce subito con la sua delicata essenzialità, con le armonie semplici e cristalline, mentalmente riconducibili tanto ai grandi “classici” del genere (da Nick Drake a Will Oldham, passando per Smog), quanto alle sue più fresche (re)interpretazioni. È infatti piuttosto facile pensare ai Sodastream ascoltando gli arrangiamenti di sola chitarra e viola di molti dei brani, mentre qua e là si intravede la fluidità compositiva di Iron & Wine, nonché la soffusa dolcezza interpretativa di Caris, che a me ricorda piuttosto da vicino quella di Neil Halstead. Ma, al di là dei troppo facili e scontati accostamenti, Hapless è un lavoro che colpisce subito al cuore, disegnando paesaggi bucolici dai toni sfumati e narrando storie semplici, di amore, nostalgie ed abbandoni, secondo un registro espressivo autentico e proprio per questo molto diretto. Brani come I Do Not Love You Anymore, Childhood, Girls, Postcards From A River non possono certo lasciare indifferenti, fin dal primo ascolto, acquarelli sonori permeati da un chiaroscuro emotivo e dall’infinita grazia degli arrangiamenti e dei cori che a tratti li accompagnano. Ma per quanto sia tutto il lavoro ad essere di altissimo livello, è soprattutto Lay Down Your Arms il brano dal quale in questi giorni non riesco piacevolmente a liberarmi: una canzone d’amore sommessa e delicata, sospesa tra l’ineluttabilità dei fatti della vita e la constatazione delle piccole cose così importanti in amore, dettagli narrati ed elencati da Caris con una semplicità genuina e davvero commovente. Tra tutte le centinaia di brani che circolano per le mie orecchie ogni settimana non è cosa comune che uno in particolare mi colpisca così tanto da provare il bisogno di riascoltarlo molto spesso, ogni volta con i brividi a fior di pelle. 

http://www.waterhouserecords.com

mp3: Lay Down Your Arms; Postcards From A River 

lay down your arms: flowers from the man who shot your cousin – hapless [waterhouse 2006]

when you are coming home

Giorni pesanti, stanchezza, nervosismo e qualche scintilla positiva; poi, alcune sensazioni positive, la liberazione da un peso ed ancora piccole-grandi cose che riescono a rendere felici e ad illuminare pure momenti concitati, tra preoccupazioni e affanni sia mentali che fisici.

Non è stato certo necessario sfogliare a ritroso queste pagine per ricordare come un anno fa, più o meno negli stessi giorni, il mio modo di sentire non fosse poi così diverso, anche se allora generato da tutt’altre motivazioni. Sarà anche per queste giornate troppo lunghe, per i primi accenni di clima estivo e per quella sorta di trepidante e insofferente attesa che da qualche anno connota per questo periodo dell’anno. Ma è soprattutto perché la stanchezza si fa sentire e con essa quella sorta di indolenza e disagio per le troppe contraddizioni tra desideri ed obblighi, tra aspirazioni e realtà contingente. Anzi, quasi per assurdo, finisco per sentirmi più realizzato in attività tutto sommato fini a se stesse cui però l’impellenza del momento conferisce importanza fondamentale: è un po’ come se tutto ciò provochi almeno la positiva sensazione di sentirmi a posto con la coscienza e soprattutto un minimo di gratificazione per l’insolita percezione dell’utilità dei miei gesti, delle mie energie. E se anche l’agitazione e la carenza di tempo mi impedisce di soffermarmi sulle cause e gli effetti di questa situazione, finisco, quasi paradossalmente, nel cogliere da essa gli aspetti migliori, ricevendone stimoli insospettati, forse anche per contrasto con quei pochi attimi di quiete, nei quali rifugiarsi in un abbraccio quanto mai anelato, disperdendo, già nell’avvicinarvisi, tensioni e frenesie presenti fino pochi minuti prima. Così, mentre mi lasciavo alle spalle una corsa quasi folle ma fortemente voluta, pur di strappare pochi minuti al convulso tempo di questi giorni, già prima di giungere “a destinazione”, colonne di stanchezza iniziavano a trasformarsi in bagliori di gioia, azioni e pensieri accelerati in istanti di quiete soffusa e rilassante, evocando una sensazione che non a caso ho percepito come incredibilmente reale, quella del “ritorno a casa”, del rifugio tra le piccole-grandi cose intime e quotidiane, lasciando fuori preoccupazioni e stanchezze di una giornata davvero intensa. 

Ed anche ora che le ansie si sono ormai quasi del tutto dissolte, ma le contingenze pratiche si sono fatte, al contrario, più pressanti, la stanchezza ed il nervosismo ancora presenti scolorano a tratti, come adesso, in una sorta di strano ma non spiacevole intontimento, che fa balenare di nuovo nella piamente quella sensazione di “casa” e di ritorno alla quiete che certamente rimarrà a lungo nella mia mente, associato al ricordo di questi giorni.

when you are coming home: industries of the blind – demos [self released 2005]

paper tiger

Pochi giorni fa, in seguito ad una delle coincidenze che capitano in giro per la rete, ho ricevuto l’invito a partecipare ad un concorso di scrittura. Uno dei tanti, senza dubbio, ma con la stimolante particolarità di consistere nella stesura di un racconto breve – un paio di cartelle al massimo – ispirato ad un brano musicale. La cosa mi solletica alquanto, tanto che, sempre che riesca a trovare un po’ di tempo per scrivere, penso di superare la mia naturale ritrosia e di cimentarmi in questo tipo particolare di scrittura, anche perché si tratterebbe più o meno di riproporre una modalità espressiva che svariate volte ho posto in pratica su queste pagine.

Del resto, la musica è da sempre parte integrante della mia vita, ne raccoglie di volta in volta le emozioni, descrivendone, magari nella breve durata di un brano, momenti e cristallizzandone memorie, che affiorano nella mente senza sforzo alcuno, per la semplice associazione di luoghi, ricordi e canzoni. Proprio ieri sera ne ho avuto l’ennesima riprova, mentre mi accingevo a salire le scale che da Piazza Venezia portano verso il Quirinale, quando come un lampo nella mia mente è tornato il ricordo di una tarda notte dell’estate di due anni fa, in cui percorrevo quegli stessi gradini, ma in solitudine e nella direzione opposta, con nelle orecchie a tutto volume un brano del pur mediocre album dei Sophia, People Are Like Seasons. È ovvio che in tutto questo tempo non ho mai ripensato a quell’episodio, ieri invece manifestatosi all’improvviso nel mio ricordo, né ho alcuna voglia di interrogarmi su un eventuale significato simbolico del suo tornare presente in una situazione quasi del tutto inversa rispetto a quella vissuta in una calda notte di due anni fa.

Come però questi ricordi emergono all’improvviso, così restano quiescenti per la maggior parte del tempo, in assenza di un episodio o di qualche pur vaga associazione mentale. Allora, questa volta voglio fermare subito nella parole il ricordo e la musica che mi ha accompagnato nel ritorno a casa in una serata di inizio giugno, ancora sorprendentemente fredda, con mio grande piacere. Così, mentre il freddo e l’umidità lasciata dalla pioggia del tardo pomeriggio condensavano il mio respiro, probabilmente per l’ultima sera prima dell’estate, ho lasciato avvolgere dalla musica di Helios, calda, suadente ed aspra al tempo stesso, i tanti pensieri ed interrogativi, preoccupazioni prossime, paure più o meno ingigantite e la solita, inevitabile crasi tra le troppe insoddisfazioni in me sempre latenti ed i non molti motivi reali di appagamento. Mi sono allora lasciato trasportare dalle note soffuse delle tante belle composizioni presenti in Eingya (Type 2006) e soprattutto dalle note dolcemente stillate dal pianoforte di Keith Kenniff, mentre la città sonnecchiava intorno a me ed io aspettavo, chissà, un qualche conforto a paure evanescenti o risposte ad interrogativi sempre più concreti o più semplicemente che solo il sonno e la quiete notturna diradassero pensieri troppo insistenti.

Non so se prima o poi avrò motivo di ricordare questa serata così fresca di inizio giugno con il corredo mental-musicale di Helios, ma per intanto affido alla parola il compito di custodirne la memoria della solita, forse eccessiva, ma in fin dei conti placida introspezione.  

paper tiger: helios – eingya [type 2006]

spark

Nella mia ignoranza musicale di fondo, non avevo mai sentito nominare tale Imaad Wasif: l’ho scoperto poco tempo fa grazie alla splendida compilation recentemente pubblicata dall’etichetta Kill Rock Stars, The Sound The Hare Heard, nella quale a nomi piuttosto noti nel panorama del folk cantautorale americano (tra i quali Sufjan Stevens, Laura Veirs, Colin Meloy) vengono affiancati artisti ben più oscuri, ma quasi tutti dalle ottime capacità. Tra questi, mi ha particolarmente colpito, fin dal primo ascolto, l’interpretazione offerta da Imaad Wasif nel brano Other Voices, soffusa e intensa al tempo stesso. Mi sono quindi subito messo alla ricerca di informazione e soprattutto di ulteriore materiale musicale di questo artista per me nuovo. Ho così scoperto che non si tratta proprio di un giovane alle prime armi, ma di un navigato chitarrista con alle spalle la militanza in molti diversi gruppi – tra i quali Folk Implosion e l’estemporanea collaborazione con gli Yeah Yeah Yeahs, nonché una propria creatura musicale dal nome Alaska! – e che ha da poco pubblicato il suo omonimo debutto solista, sempre per la Kill Rock Stars.

Ebbene, l’album è stata per me una folgorazione di quelle che non capitano così spesso, almeno in un ambito musicale, come quello della canzone d’autore americana, senza dubbio popolato da tanti ottimi artisti ma al cui interno non è per nulla facile eccellere, né riuscire a distinguersi, a meno di possedere, per esempio, la genialità di Sufjan Stevens o la sensibilità compositiva di Sam Beam (Iron & Wiine) o ancora il sofferto lirismo di Jason Molina. Ebbene, per motivi più istintivi che strettamente musicali, Wasif mi riporta un po’ alla mente il primo Jason Molina, con i suoi brani asciutti, intense ballate costruite soltanto intorno all’essenzialità di voce e chitarra elettrica, suonata a mo’ d’acustica.

Gli undici brani compresi nel lavoro di debutto di Imaad Wasif hanno tutti il comune denominatore di essere fluide ballate, semplici ma vibranti: i pochi accordi di chitarra accompagnano la sua voce cristallina che declama testi struggenti e poetici, che colpiscono dritto al cuore fin dall’iniziale Spark (“A spark I forgot had me laying on the ground/ The dark’s all I’ve got and it never let me down”), che chiarisce da subito a sufficienza i toni del lavoro e le toccanti doti di Wasif. Ma sono tanti gli episodi, compresi in quest’album, ad evocare atmosfere oscure ed un’introspezione sofferta ma mai del tutto cupa: ascoltati con un minimo d’attenzione, e magari ad occhi chiusi, brani come Into The Static, Coil, (Dandelion), riescono facilmente a suscitare i brividi, anche se la vetta d’intensità del lavoro è senza dubbio rappresentata da Isolation, la ripetizione del cui titolo sulla consueta base melodica acustico-elettrica riesce ad evocare, in qualche recesso mentale, nientemeno che l’oscurità dell’omonimo brano dei Joy Division. Ma è tutto l’album a farsi ascoltare con grande piacere, poiché le sue melodie entrano facilmente in circolo, distillando scintille d’emozione con dolcezza e profondità: e forse la principale qualità di Wasif risiede proprio nella sua semplicità, densa di sentimento e supportata da splendide doti compositive e d’interpretazione. Insomma, un lavoro intenso e profondo, del quale bisognerà ricordarsi quando si andranno a compilare le classifiche di fine anno ma che, almeno nel suo ambito musicale, si colloca su livelli di eccellenza assoluta e certamente potrà incontrare il gusto di chi già apprezza alcuni degli artisti sopra citati, ma anche i più celebrati nomi del cantautorato americano dell’ultimo decennio, da Elliott Smith a Jeff Buckley.

http://pureyukon.com/

http://www.myspace.com/imaadw 

mp3: Other Voices; Spark

spark: imaad wasif – imaad wasif  [kill rock stars 2006]

ballad of the blue lantern

Poche parole e più spazio alla musica: potrebbe essere una linea da seguire per le mie prossime segnalazioni musicali. Fatto sta che mi ha lasciato assolutamente senza parole l’ascolto del nuovo album di Big Eyes, originaria creazione solista del polistrumentista inglese James Green, adesso trasformata in un ampio collettivo che va sotto il nome di Big Eyes Family Players.

Provate a mettere insieme James Yorkston, James William Hindle, Jeremy Barnes, aggiungete loro la grazia infinita del pianoforte di Rachel Grimes ed otterrete questa gemma dal titolo Do The Musiking, appena uscita per l’etichetta Pickled Egg: oltre un’ora e un quarto di musica, suddivisa in ben ventinove tracce, che coniugano un malinconico romanticismo da “classica contemporanea” ed una molteplicità di accenti folk mitteleuropei con costruzioni da post-rock cameristico e passaggi da colonna sonora. I primi riferimenti che vengono in mente non possono che essere Yann Tiersen, gli ultimi Clogs e, ovviamente, soprattutto i Rachel’s. Forse è proprio dai tempi dei primi, per me fondamentali, approcci con i Rachel’s che musica del genere non mi colpiva così tanto: in fondo di quella band, anche al di là di qualche più recente e cervellotica osticità, mi colpì in particolare la componente romantica ed il sublime suono del pianoforte della Grimes, che in quest’album riesce ad esprimersi in maniera compiuta come non sempre le è avvenuto all’interno delle più complesse costruzioni armoniche dei Rachel’s.

Le tracce sono in gran parte strumentali, di non lunga durata, piccoli affreschi di una specie di folk orchestrale, solo in rare occasioni culminanti in vere e proprie canzoni, arricchite dall’elemento vocale, ma per lo più incorniciate dalle note dolcemente stillate dalla presenza costante del pianoforte. È quello l’elemento senza dubbio più toccante di quest’album, ma è tutta la sua atmosfera ad avermi particolarmente colpito, sospeso com’è tra un’uggiosa malinconia da brughiera, colto romanticismo orchestrale e suggestioni tratte dalla musica tradizionale europea. Sembra quasi che in un solo album siano state raccolte tante diverse ma comunque emozionanti sensazioni, tutte gradevoli e sapientemente miscelate con gusto e sensibilità che mi hanno rapito già al primo ascolto.

Una splendida sorpresa.

http://www.big-eyes.co.uk/

http://www.pickled-egg.co.uk/bigeyes.htm

MP3: Sunday Jacket; Die Nacht

ballad of the blue lantern: big eyes family players – do the musiking [pickled egg 2006] 

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