Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: settembre 2006

puzzles like you

Avevo pensato di “celebrare” il mio prossimo periodo di assenza dal blog e di relativa disintossicazione tecnologica, mettendo insieme un’altra delle mie raccolte musicali da regalare, come sempre, a quanti casualmente si imbattessero in queste pagine. Doveva essere – stranamente – una compilation molto pop ed estiva: il titolo era già stato scelto, qualcuno dei brani pure, ma poi il tempo e la pazienza sono venuti a mancare, vista anche la concitazione degli ultimi preparativi e la volontà di anticipare quanto più possibile la partenza. Chissà se recupererò mai quell’idea nei prossimi mesi, tra i mille impegni che mi attendono ed uno spirito che posso facilmente immaginare meno incline a leggerezze estive, ma per intanto ho preferito soprassedere piuttosto che dar luogo ad una raccolta troppo poco curata e ragionata. Intanto, non mi mancherà di certo la musica da ascoltare in questa estate strana e senza dubbio da ricordare: non avrò una nuova compilation ad hoc, ma il mio ideale “bagaglio” musicale è già ben fornito e tale da non farmi sentire più di tanto la mancanza della sterminata possibilità di scelta d’ascolto ed anzi utile scusa per approfondire alcuni album. Tra questi ve n’è uno che mi accompagna ormai da mesi e del quale ho già accennato tempo fa: il nuovo lavoro dei Mojave 3, “Puzzles Like You”, disco leggero e che proprio per questo non avrebbe dovuto incontrare i miei favori ma che invece mi accompagnerà di sicuro anche nelle prossime settimane. Ma del resto, non sarà una coincidenza la mia predilezione per un disco del genere in un’estate nella quale la musica dei Mojave 3 mi accompagnerà persino in riva al mare, dopo ben oltre un decennio che rifuggivo come la peste il tempo trascorso sulla spiaggia… ma tant’è, usando una terminologia che detesto, “Puzzles Like You” potrebbe ben diventare il mio “disco per l’estate” o, più verosimilmente, uno di quelli cui legare ancor di più i ricordi delle prossime settimane. Quindi, in assenza di altro, mi congedo per qualche tempo dal blog “riciclando” qui una recensione di questo disco, per una volta quasi seria, destinata ad altri luoghi ma poi non altrimenti utilizzata per una serie di casualità. Insomma, è questo ciò che penso di uno dei dischi che mi accompagneranno sotto l’ombrellone (e chi l’avrebbe detto che sarebbe stato un disco del genere e, soprattutto, che avrei finito per trascorrere qualche giorno sotto un ombrellone?!):     

 

MOJAVE 3 – PUZZLES LIKE YOU (4AD 2006)

 

Ci sono voluti oltre tre anni perché i Mojave 3 portassero a termine il seguito di quello splendido affresco di delicatezza bucolica che è stato “Spoon & Rafter”. In questo periodo, si è accentuata ed è ulteriormente maturata la propensione di Rachel Goswell e Neil Halstead, già evidenziata dai rispettivi lavori solisti, verso una forma musicale semplice, diretta e così schiettamente “pop” come mai era avvenuto nella ormai decennale storia della band risultante dalla metamorfosi sonora degli indimenticabili Slowdive.   

“Puzzles Like You” è dunque il quinto album dei Mojave 3 e sembra segnare un deciso punto di svolta nei tratti sonori della band che, progressivamente abbandonata la vena malinconica ed introspettiva di “Excuses For Travellers”, ancora presente sottotraccia in “Spoon & Rafter”, si getta a capo fitto in travolgenti composizioni di inaudita leggerezza, dando forma ad un disco solare, tipicamente estivo, forse fin troppo allegro, ma non per questo sprovvisto di una sua intima profondità.

Il cambiamento di mood e di registro espressivo traspare già nella traccia iniziale, “Truck Driving Man”, che con le sue tastiere sbarazzine dai ritmi incalzanti sembra voler metter subito in chiaro quale sarà l’andamento dell’album. Gli ormai classici duetti Halstead/Goswell (nei quali prevale nettamente la voce del primo) non evocano più la placida introspezione cui avevano abituato, ma per tutto l’album disegnano accattivanti ritornelli su melodie gioiose, costellate da un gusto a tratti un po’ nostalgico che, in episodi come “Puzzles Like You”, “Big Star Baby” e l’irresistibile “Kill The Lights”, oscilla vertiginosamente tra quello di frenetiche ballate country e addirittura disimpegnati richiami ai Beach Boys. Ed anche quando i brani presentano strutture più articolate e le chitarre sembrano prendere il sopravvento (“Breaking The Ice”) è sempre la componente melodica, veicolata dalle capacità interpretative di Halstead, a ricondurne i caratteri nell’alveo di un pop estremamente fruibile, il cui andamento spensierato, sublimato infine nella trascinante sequenza “To Hold Your Tiny Toes”-“Just A Boy”, sembra ideale per alleviare un certo disappunto per le più recenti prove dei Belle & Sebastian.

Anche se non mancano un paio di episodi dai toni sfumati (“Most Days” e la delicata ninnananna finale “The Mutineer”), il mood dell’album è decisamente virato verso canzoncine easy-listening da autoradio, ideali per disimpegnate giornate di sole, costruite come sono su ritornelli che rimangono facilmente impressi ed arrangiamenti a volte sovrabbondanti e persino un po’ ruffiani. Eppure, le lievi ed a tratti inconsistenti tracce di “Puzzles Like You” sembrano fatte apposta per entrare nella mente (e nel cuore) di chi è disposto ad avvicinarvisi senza troppe remore formali né pretese stilistiche.

È solo pop, semplice e diretto ma fatto col cuore e con una classe non comune, tale da travalicare ampiamente la fredda superficie formale e le gabbie stilistiche per sorprendere a canticchiarne gli irrestibili ritornelli di brani come "Running With Your Eyes Closed", "Kill The Lights", "Breaking The Ice" etc.

Secondo un giudizio rigorosamente formale, non vi sono molti dubbi nell’affermare che potrebbe trattarsi del peggior album dei Mojave 3: ma siccome la musica è soprattutto emozione e come tale fondamentalmente irrazionale, “Puzzles Like You” sembra non altro che l’ulteriore dimostrazione che l’ispirazione e la sensibilità musicale – ovviamente unite alle capacità compositive – di artisti come quelli in questione riescono agevolmente a travalicare categorizzazioni e giudizi stilistici, liberando in musica quanto è nel loro animo di comunicare, anche quasi a prescindere dalle connotazioni formali assunte. Ed i Mojave 3 hanno ancora senza dubbio le capacità di scrivere semplicemente "canzoni" come pochi altri artisti in circolazione.

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it’s too late for tonight

Risparmio l’ormai scontata premessa sulle potenzialità, a livello di diffusione e fruizione, della musica libera sulla rete, così come anche il fatto che mi piace cercare di scoprire artisti nuovi e interessanti, magari esplorando scene artistiche normalmente estranee ai circuiti – pure quelli indipendenti – più o meno abituali.

Seppure ormai la disponibilità, in maniera legale, di tanta musica di band e artisti giovani grazie al fenomeno delle netlabel e affini sia spesso disorientante e impedisca un approccio metodico (e talvolta precluda ogni tipo di approccio…), possono essere semplicemente il caso e la discrezione nel modo di presentare la propria musica a suscitare interesse, poi peraltro ben ripagato dall’ascolto. Così, proprio mentre sto iniziando ad assaporare le sette tracce del nuovo EP di Sepia Hours (questa volta sulla netlabel inglese Polymorphic), il mio pensiero è presto corso proprio all’artista belga, che tanto ho cercato di promuovere in passato, quando, qualche notte addietro mi sono imbattuto nella musica del giovane artista polacco Patryk_T che, attraverso Last.fm e il suo piccolo sito, mette a disposizione d’ascolto le tracce di due suoi demo autoprodotti, dalle splendide copertine, incisi quest’anno e lo scorso. Sarà stato anche il contesto notturno nel quale ho per la prima volta ascoltato i suoi brani, oppure il fatto che negli ultimi giorni non sono proprio di umore solare e scanzonato (e quando mai lo sono stato!), ma la sua musica, e in particolare il suo brano It’s Too Late For Tonight, si è dimostrata particolarmente adatta a quei momenti e mi ha davvero colpito.

Allora, che musica fa un giovane poco più che ventenne, peraltro attivo in una scena musicale non proprio nota per il suo fervore? Non è così facile descriverla, anche perché mi pare denoti influenze molteplici, che vanno, più o meno da Hood a Pan American, cui aggiungerei una matrice concettualmente post-rock, non aliena da un discreto utilizzo dell’elettronica che, intrecciato con strumentazioni tradizionali e ridotti mezzi tecnici a disposizione, ricorda davvero un po’ alcune cose di Sepia Hours. I suoi brani sono interamente strumentali, lenti, soffici e riflessivi; evocano sinistre atmosfere metropolitane grigie e nebbiose, oppure aspre scene di desolazione rurale, nelle quali l’immobilità dell’aria e del panorama sembrano essere fatte apposta per ispirare un’introspezione a tratti sofferta, a tratti lasciata a un irrimediabile abbandono; sono piccole colonne sonore “da cameretta”, ricche di calore umano ma non per questo necessariamente rassicuranti, ma che anzi mantengono una tensione e una venatura oscura che a tratti può addirittura richiamare le composizioni di Piano Magic.

Insomma, tra centinaia di ascolti settimanali, un piccolo spazio in se lo sta ritagliando in questi giorni anche questo ragazzo polacco che, senza strafare, riesce a volte a creare sensazioni molto vicine a quelli che posso immaginare siano i suoi riferimenti musicali.

Chissà se un giorno il buon Patryk riuscirà a coronare il prevedibile sogno di una produzione ufficiale o, almeno di un’uscita su qualcuna delle tante netlabel: intanto, la sua musica è disponibile per chi avesse la curiosità di andarla a scoprire e per trascorre qualche minuto lasciandosi avvolgere da sonorità certamente non inedite e originali, ma che è facile percepire come prodotte soltanto col cuore ed espressione personale di quelle emozioni che mi piace sempre cercare nella musica.

 

http://patrykt.net/

http://myspace.com/patrykt

http://www.last.fm/music/patryk_t   

temporary things

Mattinata di grigio persistente, che sottile si insinua nei pensieri, a incorniciare dubbi e proponimenti già latenti da qualche tempo. Capita, a volte, che il mio umore anticipi quasi gli avvenimenti dai quali dovrebbe essere poi causato e cerchi, sia prima che dopo, la colonna sonora per questi momenti. Così, da appena sveglio, ho sentito il desiderio di farmi avvolgere nel caldo abbraccio di suoni lenti e introspettivi, cercando subito conforto nei Montgolfier Brothers e nelle loro delicate storie, dedicate alla temporaneità e al declinare, all’esaurirsi lento di (quasi) tutte le azioni e gli eventi della vita. Era un po’ che non mi capitava di ascoltare il loro splendido All My Bad Thoughts, album forse anche da me non troppo valorizzato, per quanto collocato tra i primi dieci-quindici dello scorso anno. Per restare sulle stesse atmosfere, mi è poi venuto il desiderio di recuperare, tra l’altro, qualcosa degli amati Spokane, band dalla quale sono ormai da troppo tempo in attesa di qualcosa di nuovo. Sono così andato alla ricerca di qualche notizia in proposito, scoprendo con gioia che, a oltre tre anni dallo splendido Measurement, un nuovo lavoro è in fase di elaborazione e che la sua uscita è prevista per la fine dell’anno in corso. C’è pure un’anteprima di un nuovo brano: e anche se non amo molto la componente visiva di questo tipo di musica, né amo postare qui dei video, ripropongo qui il formato video (unico disponibile) di questo nuovo brano, Tell Me, così adatto agli intricati pensieri e alla luce opaca di questa mattina, e del quale al momento mi sembra di avere un bisogno quasi fisico.

 

temporary things: spokane – measurement [jagjaguwar 2003]

my compilations: #28

In effetti, già alla fine di luglio, avevo l’idea di impostare una prossima raccolta musicale su temi piuttosto leggeri, solari e fondamentalmente pop. Allora non ho “colto l’attimo”, pur avendo nel frattempo appuntato alcuni dei brani che ne avrebbero potuto far parte, ed è probabile, a questo punto, che quella compilation stranamente “estiva” non veda mai la luce, ormai sopravanzata da quella appena ultimata, ancora una volta, com’era facile prevedere alla luce dei miei prevalenti ascolti estivi, incentrata su temi cantautorali, acustici, folk e intimisti. In un certo senso, rappresenta la naturale prosecuzione della precedente, quasi una sua seconda parte, tanto che, oltre a mettere, come di consueto, a disposizione in download quest’ultima, ho provveduto a rinnovare anche i link di quella dello scorso luglio.

A questo punto, resta solo da precisare che il titolo della nuova raccolta è “Waiting For Nothing To Happen” e che la copertina (creata a partire da una foto di Jan Von Holleben) e le tracce in essa contenute sono le seguenti:

01. alexi murdoch – song for you
02. thousand & bramier – days of light

03. travel by sea – hopefully

04. glen hansard & marketa irglova – drown out

05. my name is nobody – black eyed monkeys

06. super xx man – grace

07. the singleman affair – dragonflies to find

08. james yorkston & the athletes – i awoke

09. sufjan stevens – saul bellow

10. ray lamontagne – empty

11. bonnie “prince” billy – no bad news

12. the mountain goats – maybe sprout wings

13. loyola – look you in the eye

14. tara jane o’neil – blue light room

15. leafcutter john – dream iii

16. damien jurado – i had no intentions

17. jason molina – don’t it look like rain

18. dana hilliot – lovers in the wood

19. christian kiefer & sharron kraus – the black dove

20. micah p. hinson – little boys dream

21. tamas wells – valour

[rafcd28]

download: tracks 1-10 tracks 11-21

i write summer songs for no reason

Beh, è un po’ di tempo che non parlo di musica, argomento in assoluto predominante su queste pagine. Dopo la pausa agostana e la conseguente assenza di novità discografiche, sono già tornato a fagocitare novità, alcune delle quali anche piuttosto apprezzabili, come nel caso dei nuovi lavori di Damien Jurado, Max Richter e July Skies, mentre altre interessanti si profilano all’orizzonte. Non so se di questi dischi avrò tempo e voglia di parlare in futuro, vista la scarsità del tempo a disposizione, ma magari sarà il caso, come questa volta, di evitare la mia solita logorrea musicale e procedere a segnalazioni più concise e forse efficaci.

Nel frattempo, però approfitto per ricapitolare brevemente gli ascolti più frequenti delle ultime settimane, nelle quali, nonostante l’astinenza da novità, ho almeno avuto modo di assaporare alcuni dischi in maniera approfondita come da tempo non mi capitava.

 

alexi murdoch – time without consequence [zero summer 2006]

Non conoscevo questo cantautore scozzese: le sue ballate drake-iane, delicate e intense, sono state una piacevolissima sorpresa.

 

bonnie prince billy – the letting go [domino 2006]

Will Oldham non lo scopro certo io, ma questo la scrittura “lieve” e gli arrangiamenti ariosi di questo suo ultimo lavoro, mi hanno davvero colpito.

 

 

thousand & bramier – the sway of beasts [arbouse 2006]

Questa band, invece, l’ho scoperta quasi per caso: so ben poco a riguardo, se non che proviene dalla Francia e che quest’album racchiude dieci piccole gemme di un folk romantico e minimale, che a tratti mi ha fatto pensare a James Yorkston.

 

the mountain goats – get lonely [4ad 2006]

È strano come non fossi finora mai riuscito ad apprezzare troppo le opere di John Darnielle, aka The Mountain Goats: ebbene, nonostante qualche mia piccola ritrosia iniziale, “Get Lonely” mi è davvero piaciuto, rivelandomi tardivamente un autore capace di ballate fluide e varie.

 

glen hansard and marketa irglova – the swell season [plateau 2006] 

Glen Hansard era la mente e la voce dei Frames, band irlandese che riconosco di non aver mai seguito con particolare attenzione. Qui si presenta affiancato dalla musicista classica ceca Marketa Irglova, ed il risultato è un album affascinante che coniuga folk cristallino e ballate intense con innesti strumentali “classici” e romantici, davvero notevoli.

Da questo breve elenco, sembrerebbe che la mia estate sia stata caratterizzata quasi soltanto da ascolti folk e cantautorali, ed in effetti è stato così, se ai nomi citati aggiungo Jason Molina, Sodastream, Travel By Sea, Tara Jane O’Neil e le costanti degli ultimi mesi, Imaad Wasif, Tamas Wells e Flowers From The Man Who Shot Your Cousin, sulle quali mi sono già espresso in precedenza. Ma non sono mancati nemmeno ascolti diversificati, favoriti dalla maggior quantità di tempo a disposizione, tra i quali vanno senza dubbio ricordati gli ottimi Workhouse, e poi Fell, One Second Bridge, Roommate…

Ormai di ritorno e con tanta nuova musica da ascoltare, è il momento di voltare pagina e gettarmi a capo fitto sui nuovi dischi, non dimenticando, tuttavia, quelli che in qualche modo hanno segnato la mia estate, ai quali sarà inevitabilmente legato il ricordo di quanto vissuto nelle ultime settimane.

 

i write summer songs for no reason: acid house kings – sing along with acid house kings [labrador 2005]

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