Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: ottobre 2006

the failing song

Di carattere, non sono certo mai stato particolarmente ottimista e ho sempre avuto un’eccessiva tendenza all’introspezione e alla problematizzazione di qualsiasi aspetto dell’esistenza. Parafrasando un folgorante passaggio di Jonathan Safran Foer, potrei tranquillamente affermare che il troppo pensare non è mai stato utile ad aprirmi le porte della felicità ma anzi mi ha ripetutamente allontanato dal raggiungerla.

L’estrema razionalità, in effetti, è spesso servita a bilanciare derive incontrollate, ma mi ha anche talvolta impedito di apprezzare compiutamente eventi e circostanze che lo meritavano. Pur essendo ben consapevole di ciò, non posso, ovviamente, evitare di considerare gli aspetti di tutte le situazioni che capita di vivere. È un’attitudine in qualche misura inevitabile, se è vero che in qualsiasi momento mi è difficile “spegnere” il cervello, tanto da dovermi impegnare mentalmente persino nel mio “tempo libero” e nei tanti (troppi…) interessi e occupazioni che finiscono per distogliere tempo ed energie mentali da impegni più “seri”. Con un gioco di parole, potrei quasi dire che per non pensare ho bisogno di pensare e concentrarmi su altro che mi sottragga da riflessioni troppo profonde, autoriferite e in definitiva sterili.

Eppure, da qualche tempo, affrontando situazioni più complesse, diretta conseguenza dell’avanzare dell’età, sta subentrando in me un certo fatalismo e una sorta di rassegnazione nei confronti di una realtà che sono consapevole non potrà mai corrispondere in tutto e per tutto alle mie ideali visioni di felice perfezione. È una conclusione scontata e pure tardiva, ma in fondo discende dall’inevitabile accettazione delle circostanze, poiché non vivo certo nel “migliore dei mondi possibili”, né in quello più rispondente al mio modo di essere, né il tempo per incidere sugli eventi è infinito.

Allora, forse, meglio prendere e apprezzare quel (poco) di buono che la vita può in definitiva regalare, senza star lì troppo a valutarne la corrispondenza a un ideale con poco produttive considerazioni sul mondo esteriore e sull’inevitabile fallacia umana.

 

autocommento: riflessione criptica e ombelicale più del solito, forse influenzata anche dal fatto che negli ultimi giorni ho ascoltato fin troppo questo splendido disco:

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autumn music 1

…e allora, menomale che c’è la musica, come sempre, a ricondurre i miei ritmi vitali su velocità più consone ad azioni ponderate e soprattutto a un miglior approccio alle circostanze e agli impegni della vita. Poi, la lentezza e i toni sfumati si adattano decisamente bene al grigiore di questi giorni davvero autunnali che, contrariamente al solito, non sono state oggetto di particolare attesa da parte mia, ma anzi proprio le giornate più brevi e il clima meno mite no hanno suscitato in me l’abituale entusiasmo, forse anche perché mi è fin troppo facile associare l’inoltrarsi della stagione all’avvicinamento di un periodo denso di impegni decisivi.

Eppure, soprattutto dopo una giornata di intenso lavoro e preventivata solitudine è in fondo piacevole rifugiarsi alla ricerca di un gradito tepore, lasciandosi accarezzare da note soffuse, di raccoglimento intimo e un po’ malinconico. Ma la novità, per me, è che non è soltanto musica dilatata e prevalentemente strumentale a incorniciare questi momenti, perché, con l’avanzare dell’età, sto scoprendo sempre più le virtù analgesiche e (auto)consolatorie delle semplici “canzoni”. Così, in questi giorni, accanto al romanticismo di opere di classica contemporanea (come il nuovo lavoro di Max Richter e quello, sorprendente ed emozionante di Yasushi Yoshida) e alla dolente profondità del nuovo, meraviglioso “Failing Songs” di Matt Elliott, ci sono piccole e inaspettate gemme in forma di canzone , a coccolare un po’ un’anima stanca per troppe preoccupazioni presenti e future.

 

In download qui, non una nuova raccolta, ma solo un piccolo saggio della “colonna sonora” di questi giorni autunnali, con brani di Boduf Songs, Broken Flight, Comaneci, Korouva, Liam Singer, Matt Elliott, Max Richter, Winter Took His Life, Yasushi Yoshida. 

autumn music 1: max richter – songs from before [fat cat 2006]  

things move fast

Abitualmente, credo che gli aggettivi “calmo”, “riflessivo”, persino “compassato”, possano descrivere piuttosto bene il mio modo di essere e di affrontare la realtà. Ma da un paio di giorni questa considerazione non mi sembra più così valida, vista l’improvvisa, apparente accelerazione che sta caratterizzando le mie azioni e anche i miei pensieri. Vi è un qualcosa di quasi convulso nel dividermi tra i tanti impegni imminenti, attività da svolgere e riflessioni che al momento sbagliato si insinuano nella mia mente tra tante altre preoccupazioni contemporanee.

Da un lato, apprezzo questa ritrovata energia, la voglia di fare e di districarmi tra tante (troppe?) cose, come una vitalità di ritorno dopo lunga indolenza; dall’altro, quasi mi spaventa un impulso così disordinato, difficilmente gestibile e parimenti non del tutto concludente. E poi, al di là delle naturali considerazioni sulla sostenibilità di questa situazione, è come se percepissi una sorta di aritmia tra un battito vitale così stranamente pronunciato e la mia solita tendenza a pormi problemi e interrogativi fuori luogo, e ai quali adesso potrei correre il rischio di dare risposte avventate, anzi, di dare risposte e basta.

Era tanto tempo che non tornavo a vivere e sentire fortemente l’importanza di circostanze della vita che mi riguardano in prima persona: sono felice, perché in fondo è questo il modo di vivere che più mi si addice e perché ciò coincide finalmente con l’acquisizione di una certa consapevolezza, almeno in riferimento ad alcuni argomenti. Ma questa tensione adrenalinica mi ricorda anche i ben pochi giovamenti da essa prodotti in passato, nonostante un coinvolgimento emotivo negli ultimi anni quasi sconosciuto o forse incanalato verso altre direzioni.

Dubito che questo stato di cose durerà a lungo (anche perché temo ne andrebbe della mia salute), ma spero che abbia una ricaduta pratica positiva, se non altro sui pochi aspetti che esso coinvolge, mentre ad altri continuo ad assistere, più o meno inerte, per quanto infastidito, e troppo poco partecipe.

Sarà il caso di farmi guidare emotivamente di più, anche in altre situazioni, per meditare azioni o piuttosto la solita inazione; ma ora no, non è il momento, ora no, ho troppi pensieri, ora no, sono troppo agitato pure per continuare a scrivere e a guardarmi dentro…   

things move fast: disco inferno – technicolour [rough trade 1996]  

the louder

Purtroppo non è soltanto il tempo da dedicare a scrivere qualche riga a scarseggiare: è anche e soprattutto quello ma purtroppo è decisiva la mancanza di concentrazione e quella sorta di indolenza contemplativa che poi quel poco tempo me lo fa disperdere in mille rivoli inutili. Ma quello che manca è a volte pure la scintilla, che magari arriva inaspettata mentre ascolto per la quindicesima o ventesima volta un disco a me già ben noto, che mi ha accompagnato durante i  mesi passati in diversi luoghi, contesti, situazioni. Così, mentre la malinconia per il bel fine settimana trascorso e quella prossima per l’imminente, pur piccolo ma inevitabile cambiamento nelle mie condizioni di vita, si insinua sottile nella luce tersa e obliqua di un giorno d’ottobre, quasi all’improvviso e senza nemmeno farlo apposta, trovo la giusta colonna sonora per questi momenti, lasciandomi cullare dalla dolcezza sobria e sommessa della voce di Tara Jane O’Neil.

Fin dai tempi ormai remoti dei Sonora Pine, sempre apprezzato moltissimo questa artista, ma alcuni passaggi della sua carriera solista, dolci, aspri, intensi e introspettivi allo stesso tempo, sono di una bellezza semplice e cristallina: “In Circles”, il suo ultimo album, è in circolazione già da qualche mese e mi dispiace davvero non averne parlato prima, cosa che avrei dovuto fare pure in altri luoghi, soprattutto per evitare che quel poco che di quest’album si è scritto in Italia fosse miope e superficiale. Non che cerchi di rimediare qui e ora, perché mi sento ugualmente un po’ in colpa per non averlo fatto in veste “ufficiale”, ma il mio slancio attuale si aggiunge a quello che già era il giudizio ampiamente positivo su un album che non fa altro che fornire un’ulteriore prova della sensibilità artistica e delle qualità compositive di Tara Jane, mai come questa volta espresse in una forma canzone semplice e piana, davvero cullante come in “A Partridge Song” e nella splendida “Louder”, venata di folk in “A Sparrow Song”, oppure delicatamente ripiegata su se stessa come in “Blue Light Room”.

Tara Jane si esprime dolcemente, senza mai strafare, in ballate forse ora fin troppo convenzionali, ma nelle quali è ancora dato riscontrare tutta l’eredità di quella scena musicale di Louisville cui ha contribuito sotto forme e vesti sonore differenti, ma che hanno ritrovato nella melodia e nella discrezione dei toni il senso finale di un’esperienza artistica. E, al di là di tutte le parole che come sempre si possono spendere in senso estetico e descrittivo della musica, se quest’album è stato per me ora l’ascolto giusto al momento giusto, ciò è dovuto di sicuro al suo essere autentico, emotivamente ricco e per nulla banale, capace di sussurare al cuore, alleviandone carezzevolmente dolenze momentanee. 

mp3: A Partridge SongThe Louder

http://www.tarajaneoneil.com/             

the louder: tara jane o’neil – in circles [touch & go 2006]

a moment a broken

Scrivo poco, penso come sempre troppo e mi applico troppo poco a quelli che dovrebbero essere i miei impegni “seri”di un periodo importante, del quale qualcosa inizia pian piano a concretizzarsi, quasi senza che io me ne accorga.

Eppure vi è un qualcosa di poco meno che irreale in questi giorni così uguali tra loro e così poco distinguibili da un qualsiasi altro periodo: sarà questo ottobre fino adesso tiepido e luminoso, oppure un certo disorientamento per una condizione di vita temporanea e reale ancora per poco tempo, ma a tratti percepisco una certo senso di estraneità persino in cose che vivo e alle quali nondimeno tengo molto. Adesso, dovrei essere davvero contento, dopo aver ricevuto la notizia che qualcosa si muove e che alcuni degli eventi che mi attendono nelle prossime settimane stanno iniziando a realizzarsi, per il verso giusto e nella maniera migliore e addirittura senza sforzo alcuno da parte mia. Eppure, ancora una volta non solo non mi lascio andare a salti di gioia che in altri tempi avrei fatto, ma quasi non riesco a essere nemmeno semplicemente “contento”, allora mi interrogo se davvero ci sia qualcosa che non va nella mia irrimediabile scontentezza e in un perfezionismo inveterato e ormai privo di giustificazioni, mentre riesco poi soltanto a dare la colpa di tutto ciò al pensiero delle prossime, più impegnative incombenze e alla consapevolezza che nei restanti casi molto più dipenderà da me, che pure sembro ancora non riuscire a mettere in pratica quelli che restano al momento solo buoni (o cattivi?) propositi.

a moment a broken: patrick phelan – songs of patrick phelan [jagjaguwar 2006]

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