Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

the failing song

Di carattere, non sono certo mai stato particolarmente ottimista e ho sempre avuto un’eccessiva tendenza all’introspezione e alla problematizzazione di qualsiasi aspetto dell’esistenza. Parafrasando un folgorante passaggio di Jonathan Safran Foer, potrei tranquillamente affermare che il troppo pensare non è mai stato utile ad aprirmi le porte della felicità ma anzi mi ha ripetutamente allontanato dal raggiungerla.

L’estrema razionalità, in effetti, è spesso servita a bilanciare derive incontrollate, ma mi ha anche talvolta impedito di apprezzare compiutamente eventi e circostanze che lo meritavano. Pur essendo ben consapevole di ciò, non posso, ovviamente, evitare di considerare gli aspetti di tutte le situazioni che capita di vivere. È un’attitudine in qualche misura inevitabile, se è vero che in qualsiasi momento mi è difficile “spegnere” il cervello, tanto da dovermi impegnare mentalmente persino nel mio “tempo libero” e nei tanti (troppi…) interessi e occupazioni che finiscono per distogliere tempo ed energie mentali da impegni più “seri”. Con un gioco di parole, potrei quasi dire che per non pensare ho bisogno di pensare e concentrarmi su altro che mi sottragga da riflessioni troppo profonde, autoriferite e in definitiva sterili.

Eppure, da qualche tempo, affrontando situazioni più complesse, diretta conseguenza dell’avanzare dell’età, sta subentrando in me un certo fatalismo e una sorta di rassegnazione nei confronti di una realtà che sono consapevole non potrà mai corrispondere in tutto e per tutto alle mie ideali visioni di felice perfezione. È una conclusione scontata e pure tardiva, ma in fondo discende dall’inevitabile accettazione delle circostanze, poiché non vivo certo nel “migliore dei mondi possibili”, né in quello più rispondente al mio modo di essere, né il tempo per incidere sugli eventi è infinito.

Allora, forse, meglio prendere e apprezzare quel (poco) di buono che la vita può in definitiva regalare, senza star lì troppo a valutarne la corrispondenza a un ideale con poco produttive considerazioni sul mondo esteriore e sull’inevitabile fallacia umana.

 

autocommento: riflessione criptica e ombelicale più del solito, forse influenzata anche dal fatto che negli ultimi giorni ho ascoltato fin troppo questo splendido disco:

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3 risposte a “the failing song

  1. utente anonimo 28 ottobre 2006 alle 16:01

    Per che l’uomo trova una veritabile soddisfazione di lui stesso è necessario che il desiderio prende pienamente coscienza di lui stesso, che sia realmente questo appetito accompagnato di coscienza dove è questione nell etico.
    Spinosa.

    NessUno

  2. hengie 1 novembre 2006 alle 10:32

    cito: “per non pensare ho bisogno di pensare e concentrarmi su altro che mi sottragga da riflessioni troppo profonde, autoriferite e in definitiva sterili.”

    anch’io quando sono in un momento simile (uno dei peggiori in tal senso l’ho passato qualche mese fa) cerco di tuffarmi a testa bassa in altri impegni o pensieri che mi impediscano di immergermi nei pensieri più intimi e profondi che in quel momento vorrebbero darmi il tormento e che mi assalgono esattamente quando non sono nello stato d’animo migliore per poterli affrontare a testa alta senza rimanerne turbata…
    …ma…
    non trovo che siano sterili, anzi…
    credo che tutto sommato le riflessioni più profonde siano quelle che maggiormente ci aiutano a scandagliare noi stessi, e per quel che mi riguarda questo è un processo fondamentale, perchè io di me stessa non ho ancora capito troppe cose…
    cmq, capisco che tante volte ci sia la necessità di sfuggire da tutto questo, lo capisco benissimo perchè l’ho provato sulla mia pelle più di una volta…

    ps: non c’è niente da fare, matt elliott ascoltato in certi perticolari momenti è come il veleno e la cura contemporaneamente…

    [un fiore]

  3. raffaello 1 novembre 2006 alle 15:55

    Hai ragione, hengie, nessuna riflessione, se autenticamente tale e profonda, può essere del tutto sterile. Solo che la sua produttività rischia spesso di restare confinata alla sfera interiore, ove essa trova nel contempo la sua origine, finalità e giustificazione. Forse sono stato un po’ troppo drastico nell’utilizzare quell’aggettivo, ma il fatto è che quando la realtà oggettiva reclama impellente la nostra attenzione e le nostre energie anche mentali, è stridente il contrasto tra l’esercizio – certamente non inutile – dell'”autoriflessione” e la sua assenza di tangibili ricadute pratiche.
    E se poi mi fermo persino a riflettere sulle mie riflessioni (!) è in fondo proprio perché, essendo tutt’altro che pragmatico, non riesco a fare a meno di “scandagliare me stesso”, pur di fronte alla consapevolezza di concomitanti, più concrete esigenze.

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