Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: novembre 2006

my compilations: #29

Da quanto tempo non compilavo una raccolta musicale! Non erano tanto le idee né tanto meno il materiale a scarseggiare, ma soprattutto il tempo e un minimo di pazienza da dedicare alla raccolta e giustapposizione delle tracce e a tutta quella piccola “ritualità” richiesta da questi compiti; ora, invece, da poco di nuovo padrone del mio tempo, mi sono potuto dedicare in tutta calma al recupero di qualche brano che mi aveva da subito impressionato o alla (ri)scoperta di altri. Insomma, per non farla troppo lunga, il risultato è la raccolta che vado a presentare, ancora dominata da delicati suoni folk e cantautorali (prometto però a breve qualcosa di diverso), ma non priva delle consuete “variazioni sul tema”.

Il suo titolo, “Nothing romantic about failure”, è ispirato da un verso del brano di The Library Trust, sul quale mi sono già dilungato in precedenza, mentre copertina, tracklist e relativi link per scaricarla sono qui di seguito.

01. starless & bible black – time is for leaving

02. the memory band – why

03. comaneci – arthur

04. winter took his life – lucky star

05. owen – the sad waltzes of pietro crespi

06. broken flight – by the sea

07. peril hill – it will be your undoing

08. arborea – dance, sing, fight

09. don peris – young as you feel

10. in the pines – for love instead

11. laura gibson – small town parade

12. flying canyon – relover

13. derek delano – like a curse

14. matt elliott – gone

15. hanne hukkelberg – pynt

16. doveman – drinking

17. tobias froberg – forever is just a word in a lovesong

18. the library trust – as broken as you think

19. templo diez – sal

[rafcd29]

download: part 1part 2

 

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as broken as you think

Si sa che col passare degli anni le preferenze musicali (e non solo) possono essere soggette a mutamenti a volte davvero notevoli, originati per lo più dall’evoluzione della sensibilità personale o dalla sua contestualizzazione in momenti e situazioni differenti. Eppure, a ben pensarci, il filo conduttore che lega espressioni artistiche tra loro in apparenza anche molto lontane non dipende soltanto dalla percezione personale ma anche da qualcosa come uno “spirito” comune sotteso all’approccio alla musica, a prescindere dalle forme nelle quali questo poi finisce per manifestarsi.

Mi capita spesso di riflettere su questa trasformazione di gusto e percezione nei confronti della musica: senza andare a scomodare le mie prime fissazioni adolescenziali per band quali Stone Roses e Charlatans, è sufficiente fare un raffronto tra la mia totale immersione, non più di quattro-cinque anni addietro, in quello che è ormai comunemente individuato come post-rock emotivo (con correlativa predilezione per lunghe suite strumentali e conseguente repulsione per la forma canzone convenzionale) e l’attuale, sempre più marcata, deriva verso forme sonore estremamente lineari, dal folk al cantautorato, nelle loro mille declinazioni, nelle quali ritrovo il piacere della melodia, dei suoni acustici, delle “canzoni”. Sembra strano, allora ricordare anche quando, ormai circa un decennio fa, in piena sbornia elettrica e distorsiva, giocavo con un caro amico ad etichettare band poco incisive dal punto di vista rumoristico con l’espressione “non hanno i soldi per il distorsore!”. Tuttavia, nemmeno in quel periodo nel quale avrei dovuto aderire allo stereotipo del “brutto, sporco e cattivo”, sono mai entrato in quell’estetica a me così poco adatta, forse per la mia mania dell’ordine e della precisione – nonché della pulizia – oppure per quell’apparenza “da bravo ragazzo”, che tanto poco si confaceva a quella filosofia e della quale sarebbe stato obiettivamente difficile liberarsi.

Ci stavo pensando proprio qualche settimana fa, quando mi sono imbattuto in una delle poche fotografie disponibili del giovane autore qui a fianco, tal Robert Edwards, elegantemente (ma non credo senza la giusta dose d’ironia) ritratto sulla sua pagina myspace. Se un nome abbastanza comune come Robert Edwards dice ben poco, non molto di più, almeno al grande pubblico, dirà pure il moniker sotto il quale questo ragazzo originario del nord dell’Inghilterra produce una musica che lui stesso efficacemente definisce “dreamy dusty pop”, ovvero The Library Trust.

The Library Trust si era già segnalato, sul finire dello scorso anno, per un e.p. di quattro brani dall’accattivante titolo di “Build Your Own Snowglobe”, pubblicato dalla Static Caravan. Di quelle quattro brevi composizioni, sognanti ma venate di sottile malinconia, tre sono state di recente riproposte, insieme ad altre cinque composizioni inedite, in un mini album, “The A to Z of Mathematics”, che mi ha costantemente accompagnato nelle ultime settimane, dense di impegni, dubbi, tensioni e persino di soddisfazioni e serene conferme.

Ancora una volta, dei lineamenti acustici di questi brani e della loro indole genuinamente pop, mi ha particolarmente colpito la semplicità e la capacità comunicativa sottesa al romanticismo della narrazione di piccole storie, fatti e sentimenti delicati (“My Town On TV”, “Full Of Science”), racchiusi, grazie alla dolcezza e alla sobrietà espressiva di Edwards, in otto gemme cantautorali, che sembrano non possedere nessuna caratteristica per stupire, eppure ogni volta lasciano senza parole, a contemplare la loro sottile grazia. Quasi senza che me ne accorgessi, le loro melodie hanno preso a circolare nella mia testa in diversi momenti della giornata e, non a caso, ho scelto l’ascolto di questo mini album per “consacrare” un momento importante, per quanto da me come sempre fin troppo sottovalutati. Erano giorni che ripassavo mentalmente i versi della splendida “As Broken As You Think”, attribuendo loro interpretazioni diverse a seconda del momento, cogliendo sfumature ed espressioni di notevole efficacia: e così l’ascolto di questi brani in quel particolare momento era determinato anche dall’attesa che, in quello che è l’ultimo brano di “The A to Z of Mathematics”, Edwards arrivasse a cantare “you’re not as broken as you think, step into the wind, step into the wind” per farmi quasi commuovere canticchiando in maniera liberatoria questo lieve ritornello. E poi, spontaneo è stato il collegamento tra il contesto nel quale stavo ascoltando il brano, la foto di Edwards e il fatto che ben presto avrò più di un motivo per indossare (ahimé) molto più spesso la cravatta. Appunto, “brutto, sporco e cattivo” non lo sono stato mai, ma ora la musica di The Library Trust rappresenta fedelmente il mio essere attuale e anche quello dell’immediato futuro: se quindi le predilezioni musicali si modificano nei loro connotati estrinseci, ora come molti anni fa e probabilmente ancora di più posso affermare di “essere ciò che ascolto” o, meglio, che la musica rappresenta in ogni momento ciò che sono.

 

download: The A to Z of Mathematics

http://www.thelibrarytrust.co.uk/

http://ww.myspace.com/thelibrarytrust

that leaving feeling

È vero, a un certo punto capita che le parole finiscano sul serio o, più semplicemente, che non siano più capaci di adempiere al loro ruolo di rendere il significato di desideri latenti, ma poi mai davvero messi in pratica. Allora le parole diventano inutili, ripetitive, lasciano sensazioni di incompiutezza di fronte a realtà soltanto potenziali, soffocate dalla mancanza di coraggio (o di follia) e dall’incapacità di prendere decisioni che si affacciano fugaci alla mente e lì restano confinate.

 

"I get that leaving feeling…"

 that leaving feeling: stuart a. staples – leaving songs [beggars banquet 2006]

all of november, most of october

Quando scrivo di musica, tendo a non porre eccessivi limiti ai pensieri e alle sensazioni che essa mi ispira; mi piace essere quanto più esauriente possibile, oppure – dipende dai punti di vista – sono semplicemente prolisso. La scarsità di tempo e soprattutto quella di concentrazione, che colpisce pure occupazioni più impegnative, mi impediscono ora il necessario approfondimento, quindi, non volendo rinunciare a qualche segnalazione, ecco qui in rapida sequenza alcuni degli ascolti che caratterizzano questo periodo, per me alquanto febbrile ed impegnativo:

 

mar – the silence [ring road 2006]
Arkansas, provincia d’Islanda: disco di debutto per il progetto di Kyle J. Reidy, prodotto da Samuli Kosminen dei Múm, con la partecipazione tra gli altri di Jimmy LaValle (The Album Leaf). Niente di nuovo rispetto agli ormai consolidati suoni islandesi, ma fresco, gradevole e davvero ben fatto; piacerà certamente ai fan dei vari Sigur Rós, Múm, Ampop, Stafrænn Hákon….

catlandgrey – catlandgrey [milk and moon 2006]
Folk acustico, minimale e leggermente “free” per la collaborazione tra Nick Grey e Nihiruneko. Una difficile ma riuscitissima via di mezzo tra Tanakh e Montgolfier Brothers.

 

mogwai – zidane, a 21st century portrait [pias 2006]
Semplicemente la miglior produzione dei Mogwai da “Come On Die Young” ad oggi: composizioni tutte strumentali, davvero adatte a una colonna sonora, alcuni brani molto intensi e poi finalmente di nuovo l’accento spesso posto sul bel contributo dello splendido piano di Barry Burns. Allora sono ancora capaci di scrivere musica toccante e di qualità!

korouva – shipwrecks & russian roulette [16 sparrows 2006]
Miranda Lehman, donna al piano. Dieci brevi composizioni per pianoforte e voce, registrate in (fin troppo) bassa fedeltà. Viene subito in mente Cat Power: semplice ed intensa.

liam singer – our secret lies beneath the creek [tell-all 2006]
Cantautorato, pianoforte, bizzarri inserti lirici: chi è ancora in cerca di un “nuovo Sufjan Stevens” dovrà accorgersi sicuramente anche di lui.

 

starless & bible black – starless & bible black [locust 2006]

Dalla stessa etichetta sulla quale hanno debuttato gli Espers, una nuova band inglese di folk elettroacusitco: melodie limpide, spiccata attitudine alla forma canzone e meno psichedelia rispetto alla band di Greg Weeks.   

 

all of november, most of october: p:ano – when it’s dark and it’s summer [hive-fi 2002]


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