Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: dicembre 2006

best albums of 2006

1.

Barzin 

My Life In Rooms

(Weewerk)

2.

Matt Elliott 

Failing Songs

(Ici D’Ailleurs)

3.

The Workhouse 

Flyover

(Bearos)

4.

Flowers From The Man Who Shot Your Cousin 

Hapless

(Waterhouse)

5.

Gregor Samsa 

55:12

(The Kora)

6.

Helios

Eingya

(Type)

7.

Trespassers William 

Having

(Nettwerk)

8.

Sodastream

Reservations

(Trifekta)

9.

Imaad Wasif

Imaad Wasif

(Kill Rock Stars)

10.

Boduf Songs 

Lion Devours The Sun

(Kranky)

11.

Tamas Wells 

A Plea En Vendredi

(Pop Boomerang)

12.

Yasushi Yoshida 

Secret Figure

(Noble)

13.

Sierpinski

Evening Water Project

(Jonathon Whiskey)

14.

Glen Hansard & Marketa Irglova

The Swell Season

(Plateau)

15.

The Mountain Goats 

Get Lonely

(4AD)

16.

The Library Trust

The A-Z Of Mathematics

(Brownshoe)

17.

Tunng

Comments Of The Inner Chorus

(Full Time Hobby)

18.

Bonnie "Prince" Billy

The Letting Go

(Domino)

19.

Rivulets

You Are My Home

(Important)

20.

Pillow

Flowing Seasons

(2nd Rec)

21.

Stuart A. Staples

Leaving Songs

(Beggars Banquet)

22.

Anoice

Remmings

(Important)

23.

Liz Durrett

The Mezzanine

(Warm)

24.

Devics

Push The Heart

(Filter)

25.

Jason Molina 

Let Me Go, Let Me Go, Let Me Go

(Secretly Canadian)

26.

Clogs

Lantern

(Brassland)

27.

Grizzly Bear

Yellow House

(Warp)

28.

Mojave 3 

Puzzles Like You

(4AD)

29.

Adem

Love And Other Planets

(Domino)

30.

CatlandGrey 

CatlandGrey

(Milk & Moon)

31.

Starless & Bible Black 

Starless & Bible Black

(Locust)

32.

The Gentleman Losers 

The Gentleman Losers

(Büro)

33.

Mono

You Are There

(Temporary Residence)

34.

Immune 

Sound Inside

(Still)

35.

Manyfingers 

Our Worn Shadow

(Acuarela)

36.

Tara Jane O’Neil 

In Circles

(Touch & Go)

37.

Thousand & Bramier 

The Sway Of Beasts

(Arbouse)

38.

Lisa Germano 

In The Maybe World

(4AD)

39.

Alexi Murdoch 

Time Without Consequence

(Zero Summer)

40.

Damien Jurado 

And Now That I’m In Your Shadow

(Secretly Canadian)

41.

Audrey

Visible Forms

(Tenderversion)

42.

In The Pines 

In The Pines

(Second Nature)

43.

Mogwai 

Zidane: A 21st Century Portrait

(PIAS)

44.

Hammock 

Raising Your Voice… Trying To Stop An Echo

(Darla)

45.

Micah P. Hinson 

Micah P. Hinson And The Opera Circuit

(Sketchbook)

46.

Max Richter 

Songs From Before

(Fat Cat)

47.

Kazumasa Hashimoto 

Gllia

(Noble)

48.

Blueneck 

Scars Of The Midwest

(Don’t Touch)

49.

Oceanographer 

On Leaping From Airplanes

(One Mountain)

50.

Melodium 

Music For Invisible People

(Autres Directions)

51.

The Boats 

Tomorrow Time

(Moteer)

52.

Norfolk & Western 

The Unsung Colony

(Hush)

53.

Mar

The Silence

(Ring Road)

54.

Tapes 

Tapes

(Aisti)

55.

Library Tapes 

Feelings For Something Lost

(Resonant)

56.

James Yorkston 

The Year Of The Leopard

(Domino)

57.

Spider 

The Way To Bitter Lake

(Self Released)

58.

Caroline 

Murmurs

(Temporary Residence)

59.

Owen 

At Home With Owen

(Polyvinyl)

60.

Mogwai 

Mr. Beast

(PIAS)

61.

Reigns 

Styne Vallis

(Jonson Family)

62.

July Skies

 Where The Days Go

(Make Mine Music)

63.

My Latest Novel 

Wolves

(V2)

64.

This Melodramatic Sauna 

…Et Les Fleurs Eclosent A L’Ombre

(Collectif Effervescence)

65.

Cyann & Ben 

Sweet Beliefs

(Ever)

66.

Saddleback

Everything’s A Love Letter

(Preservation)

67.

Jessica Bailiff 

Feels Like Home

(Kranky)

68.

Psapp 

The Only Thing I Ever Wanted

(Domino)

69.

Magnolia Electric Co. 

Fading Trails

(Secretly Canadian)

70.

Haley Bonar 

Lure The Fox

(Self Released)

71.

Songs Of Green Pheasant 

Aerial Days

(Fat Cat)

72.

Roommate 

Songs The Animals Taught Us

(Plug Research)

73.

Absent Without Leave 

Bon Voyage

(Unlabel)

74.

Prince Valium 

Andlaus

(Resonant)

75.

Templo Diez 

Winterset

(My First Sonny Weissmuller)

76.

Tobias Fröberg 

Somewhere In The City

(Cheap Lullaby)

77.

Cesare Basile 

Hellequin Song

(Mescal)

78.

Isobel Campbell 

Milkwhite Sheets

(V2)

79.

Non Voglio Che Clara 

Non Voglio Che Clara

(Aiuola)

80.

Math And Physics Club 

Math And Physics Club

(Matinée)

81.

Melodium 

There Is Something In The Universe

(Disasters By Choice)

82.

Arborea 

Wayfaring Summer

(Summer Street)

83.

Leafcutter John 

The Forest And The Sea

(Staubgold)

84.

The Big Eyes Family Players 

Do The Musiking

(Pickled Egg)

85.

Flying Canyon 

Flying Canyon

(Soft Abuse)

86.

The Album Leaf 

Into The Blue Again

(Sub Pop)

87.

Travel By Sea 

Shadows Rise

(Goldenwest)

88.

Boy Omega 

The Black Tango

(Slight)

89.

Tanakh 

Ardent Fevers

(Alien 8)

90.

Modern Institute 

Excellent Swimmer

(Expanding)

91.

Vetiver 

To Find Me Gone

(Fat Cat)

92.

Rickard Jäverling 

Two Times Five Lullaby

(Yesternow)

93.

Phelan Sheppard 

Harp’s Old Master

(Leaf)

94.

Kaada 

Music For Moviebikers

(Ipecac)

95.

Lampshade 

Let’s Away

(Glitterhouse)

96.

Fell 

Fell

(Camera Obscura)

97.

Espers 

Espers II

(Drag City)

98.

Midori Hirano

Lush Rush

(Noble)

99.

Jeniferever 

Choose A Bright Morning

(Drowned In Sound)

100.

Fiel Garvie

Caught Laughing

(Words On Music)

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looking back to me

Fine anno, convenzionalmente tempo di bilanci. Trovo alquanto ozioso ripercorre nei vari campi l’essenza di un periodo, né mi ha mai appassionato tirare somme o fare classifiche, se non in ambito musicale e più per comodità riepilogativa che non perché prenda la cosa seriamente, come fanno molti.

Allora, tralasciando altri altalenanti aspetti della vita, mi accingo a compilare almeno il classificone di fine anno dei dischi che più mi hanno coinvolto e appassionato negli ultimi mesi (appunto, non parlo dei presunti “migliori”), accompagnandomi costantemente attraverso impegni diversi e contrassegnando gioie e delusioni personali, momenti di relativa esaltazione, rabbia o rassegnazione. Quest’anno mi limito ai dischi, per il duplice motivo che di libri ne ho purtroppo letti troppo pochi, attestandomi intorno al terzo della mia solita media annuale, e che la musica, già da sempre fedele compagna, è nel frattempo diventata quasi una seconda occupazione a causa di ascolti ingenti e quasi illimitati e dell’attività di scrittura mai così copiosamente da essa originata. Consultando il mio archivio, utile ma sempre più faticosamente aggiornato, ho scoperto di essere entrato in qualche modo in contatto con circa novecento (!) album usciti nel 2006, tanto da aver persino avuto più di qualche difficoltà a selezionarne cento per la lista finale. Un minimo di meritocrazia nella lista ci sarà di certo, ma fin d’ora posso dire che quasi tutti quelli che elencherò avranno riscosso un gradimento più che buono da parte mia, rappresentando la vetta di un immenso iceberg dal quale ho attinto negli ultimi dodici mesi, quindi anche ad un album che potrà finire intorno alla sessantesima posizione corrisponderà un mio giudizio più che positivo e una testimonianza importante dell’anno trascorso. Senza contare, poi, che qualcosa è arrivato troppo tardi per essere assimilato a sufficienza e posto in diretta relazione con il resto degli album, come nel caso dei Current 93 e di uno dei ben tre album fatti uscire quest’anno da quel genio folle di Melodium (mi riferisco a “Music For Invisibile People”, uno degli ascolti fissi delle ultime settimane).

Perché anticipare queste note prima di postare la c.d. “classifica”? Diciamo che potrà essere un’avvertenza d’uso per quanti vorranno cimentarsi nella sua lettura e potranno valutare negativamente il fatto che il loro disco preferito è magari finito nella pur invidiabile cinquantesima posizione o giù di lì, oppure un modo per rifuggire da bilanci e considerazioni forse anche più inutili di queste ma aventi oggetti diversi, ai quali al momento è meglio non pensare. Anche in questo caso, la musica ha il grande pregio di far distogliere la mia mente da riflessioni che non potrebbero produrre altro risultato se non un inutile incupimento d’animo.

looking back to me: hayden – elk-lake serenade [badman 2004]

the house of hopes…dreams…and wishes…

Ultimamente, tende a venir meno anche la scrittura, o almeno la sua immediatezza; qualche tempo fa ero molto più pronto a riversare nelle parole eventi e sensazioni appena avvenuti o provati, mentre ora tendono a prevalere considerazioni silenti oppure moderatamente differite nel tempo. È così anche per questo piccolo episodio accaduto pochi giorni fa, che mi ha fatto al tempo stesso sorridere e riflettere, soprattutto se posto in relazione ai recenti discorsi sui “quindici anni” anagraficamente trascorsi da tempo eppure ancora fin troppo presenti a livello caratteriale ed emozionale.

L’episodio è in fondo insignificante, come la richiesta di una semplice informazione stradale da parte di un automobilista di passaggio (sarà che ho un’espressione affidabile, ma mi capita davvero spesso!), eppure a colpirmi di tale richiesta è stato sia l’oggetto che il momento. L’oggetto non era proprio una via di quelle importanti, ma una strada come tante altre, nemmeno troppo vicina ma sulla quale mi sono dimostrato perfettamente preparato. Il momento, invece, mi ha dato nettamente l’impressione di una transizione, di un passaggio da incerte considerazioni sull’attuale a reminiscenze affioranti di esperienze fin troppo ripetute. Stabilire un legame tra la richiesta, i ricordi e quanto discutevo appena pochi minuti prima è stato inevitabile, tanto da spingermi a interrogarmi sulla coincidenza di quel momento con i ricordi evocati da quella strada e in particolare da una fredda abitazione ivi collocata, dal suo parquet cigolante e dal suo arredamento bizzarro e alquanto kitsch.

Per come questi ricordi ciclicamente ritornano, è evidente mi abbiano segnato abbastanza, tanto che è stata sufficiente questa banale coincidenza a farmi collegare i discorsi del presente a quei tempi lontani e ad un’esperienza passata ed esaurita, poiché le sensazioni attuali, pur con le dovute differenze, non sembrano poi così distanti da quelle di allora, riproducendo emozioni e reazioni dalle quali inizio ormai a dubitare di potermi mai liberare. Oppure, forse, quella coincidenza non è venuta a ricordarmi una linea di continuità, ma piuttosto che i tempi dovrebbero essere maturi per chiudere il cerchio…    

 

the house of hopes…dreams…and wishes…: unwed sailor – the faithful anchor [lovesick 2001]

two hours without ego

Nonostante vada alla perenne ricerca della conoscenza di nuovi gruppi ed artisti, in campo musicale resto fondamentalmente un tradizionalista, legato se non proprio alla forma canzone, almeno a strutture compositive più o meno “rock” oppure che si rifanno addirittura ad impostazioni classiche. Insomma, il mio rapporto con l’utilizzo dell’elettronica fino a qualche anno fa era pessimo, improntato ad una sorta di aprioristica diffidenza. Poi le cose sono gradualmente cambiate ma non del tutto perché anche adesso riesco ad apprezzare – e non poco, in alcuni casi – musica con componenti elettroniche solo se queste presentano caratteristiche minimali oppure sono utilizzate per conferire alle composizioni, in forma di drones, profondità ambientale. È un po’ quella che, con espressione fin troppo banale, può chiamarsi elettronica “dal volto umano”, tale da non sovrastare le componenti emozionali ed umane della musica ma anzi capaci di fondersi con esse in ibridi tanto obliqui quanto affascinanti. È questo il caso di uno di quei lavori nei quali da un po’ mi capita agevolmente imbattermi, stante la potenziale illimitatezza della musica a disposizione: ed è con piacevole sorpresa che ho scoperto trattarsi di una produzione italiana, che pure esce per l’etichetta inglese Expanding. Il lavoro in questione è Excellent swimmer, album di debutto per un singolare duo che va sotto il nome di Modern Institute e, da qualche rapida ricerca sul web, risulta essere composto da tal Teho Teardo, polistrumentista e smanettatore elettronico con alle spalle esperienze nel mondo delle colonne sonore e svariate importanti collaborazioni internazionali, e Martina Bretoni, musicista di estrazione classica, già attiva in ambito teatrale e cinematografico.

Excellent swimmer coniuga mirabilmente le esperienze dei due in tredici tracce dalle evidenti ispirazioni cinematiche, costituite di lenti movimenti sospesi tra improbabili visioni classiche, eteree ed avvolgenti, e più concreti passaggi nei quali prevale nettamente l’impronta di indietronica e glitch dei suoni, pur tuttavia caldi, generati dagli strumenti elettronici. L’intersezione tra elettronica e classicismo descrive malinconici paesaggi in penombra, soffuse atmosfere che evocano tanto costruzioni post-rock (Rachel’s, Black Forest/Black Sea e in parte, per certe costruzioni, addirittura Hangedup) quanto reminiscenze di folk-tronica o più marcate cadenze elettroniche, accostabili a certe produzioni della Kranky o ai Boards of Canada più dilatati.

Dopo un inizio consacrato in maniera più netta all’indietronica, Excellent swimmer si dipana piacevolmente per i suoi tre quarti d’ora di durata attraverso atmosfere rarefatte, brevi colonne sonore per pellicole sfuocate che descrivono desolati paesaggi autunnali, con una malinconia latente ed un delicato romanticismo, accentuato nei brani nei quali più importante è la presenza di parti suonate (in preponderanza, violoncello e pianoforte). In particolare, sono pregevoli i brani della seconda metà del lavoro, nei quali il tentativo di far coesistere mondi apparentemente inconciliabili (Stairs, No-Fi Time, Ambientone, Post-Ino, Sign everyone in Iceland) è particolarmente riuscito, dando luogo a composizioni dalle sembianze classiche e “da camera” ma dalle sembianze che riescono a risultare moderne, senza correre il rischio di apparire grottesche. O, viceversa, classiche ma non per questo coperte da una seriosa patina di polvere.

Non tante volte un disco di musica elettronica (anche di quella che piace a me) è riuscito a colpirmi così tanto già al primo ascolto, ma forse dovrei ribaltare il discorso, affermando che ancora una volta mi sono lasciato affascinare dagli elementi di classico romanticismo che nella musica contemporanea finisco sempre per apprezzare, quasi a prescindere dal contesto nel quale essi vengono calati. Può darsi, come può anche darsi che questo disco non sia proprio il massimo dal punto di vista di una certa estetica elettronica; fatto sta che con i suoi toni sfumati e la delicatezza di brani come No-Fi Team ed Ambientone riesce senza dubbio a trasmettere emozioni ed a riempire di calore umano le trame solo apparentemente algide dell’indietronica.

www.tehoteardo.com/it

the week never starts around here

Lunedì mattina grigio e sonnacchioso, sospeso tra i piacevoli ricordi del fine settimana appena trascorso e la constatazione della mole – anche fisica – del lavoro che continua ad attendermi, abbandonato sulla scrivania, nell’attesa di chissà quale illuminazione. Negli ultimi tempi ero solito trarre energie e motivazioni dagli agognati giorni di riposo, nei quali ho imparato a fare in modo che i pensieri quotidiani cedano il passo ad una rilassatezza ovattata e quasi immobile, così che spesso il lunedì, nonostante una certa inevitabile nostalgia, prevaleva stranamente un attivismo placido e consapevole; oggi, invece, senza un motivo apparente, mi sento piuttosto indolente, con la mente ancora rivolta altrove, quasi in assorta contemplazione degli ultimi due giorni trascorsi, anziché giustamente attivo per rendere quanto in essi vissuto quotidiano e duraturo. Ma in realtà mi sono svegliato (non del tutto, a quanto pare) soltanto con questo trasognato torpore, forse alimentato anche dalla soffusa atmosfera grigia di questa mattina, che rallenta movimenti fisici e processi mentali e mi farebbe davvero venire voglia di rifugiarmi nei miei pensieri, per assaporare quella sensazione di tepore e protezione di questi ultimi giorni d’inverno, lasciandomi soltanto cullare dalla musica dolce e rallentata che nel frattempo sto ascoltando (la mia splendida scoperta Liz Durrett, Haley Bonar, Drowsy).

Intanto, scrivendo queste righe tra uno sbadiglio ed ancora un trasognato pensiero a quella che, per quanto temporanea e nemmeno costante, è pur sempre la piacevole realtà di questi mesi, il mio risveglio procede, anche se a fatica. Penso che starò così quasi per tutto il giorno, ma, nello stesso tempo, mi sembra il caso di rendermi, lentamente, operativo e cercare di iniziare a dare un senso ai tanti fogli e libri sparsi qui intorno a me. Anche perché, in fondo, non mi pare possa esserci spirito migliore per dare inizio ad un’opera: e laddove non arriverà la concentrazione, suppliranno almeno la mia bella consapevolezza ed in fondo le mie intime motivazioni, seppure al momento ancora intorpidite.

þetta er ágætis byrjun

twinkling lights

Su queste pagine ho già parlato qualche tempo fa (cfr. post “flyover” dell’11 marzo scorso) di una band chiamata The Workhouse, sulla scorta di alcune loro tracce disperse nella rete, nell’attesa che un’etichetta fosse disposta a pubblicare il suo nuovo lavoro. Per fortuna la Bearos, che già aveva pubblicato per l’Europa il loro debutto, The End Of The Pier, ha rimesso sotto contratto questa magnifica band di Oxford, che come poche altre sa coniugare paesaggi sonori mogwai-ani con una gradevole impronta da british-wave un po’ oscura fine anni ’80-inizio ’90.

Il sito della band annuncia l’uscita del nuovo album, intitolato guarda caso Flyover, per l’imminente estate, senza specificare di più, ed allora io ho contattato direttamente la Bearos che, sotto promessa di una recensione un po’ più professionale di questa, me ne ha promesso una promesso una copia. Nel frattempo non ho però resistito alla tentazione della ricerca dell’ascolto “in anteprima”, ricerca che non è stata né facile né rapida, ma finalmente è stata coronata da successo, così che, da lunedì, le undici tracce del loro nuovo album risuonano nelle mie orecchie con il loro misto di asprezza e quiete, dolcezza ed impeto. Che dire? È troppo presto per esprimermi con un minimo di obiettività su un lavoro così agognato ed atteso, viste anche le tante vicissitudini che pare ne abbiano preceduto l’uscita. Dal punto di vista strettamente musicale, basti ripetere quanto scritto allora, ovvero che il suono dei Workhouse potrebbe essere una semplice ma perfetta risposta alle due diverse questioni del superamento di certi cervellotici eccessi post-rock e del recupero, senza troppi orpelli modaioli, di sonorità genuinamente wave. Flyover conferma senza dubbio la mia affermazione di allora, aggiungendo ben poco al suono già noto della band, se non forse una certa sensazione di maggior convinzione nei propri mezzi che promana dai nuovi brani, dal loro suono asciutto e monolitico, dalle mai banali esplosioni chitarristiche, dalle alternanze tra i momenti di costruzione della tensione sonora e quelli della sua liberatoria risoluzione. Di nuovo c’è forse solo la presenza dell’elemento vocale in ben quattro dei nuovi brani, rispetto alla sola title-track dell’album precedente, a conferire maggiore compiutezza al predominante ed etereo suono delle chitarre, già rotondo ed emozionante di per sé. L’impatto sonoro delle chitarre fa decollare – più che esplodere – paesaggi sonori rarefatti, luci sfuggenti intraviste da lontano, penombre dense di foschia create con un’attenzione quasi cinematografica, che ricorre nelle immagini degli scarni testi, come il tentativo di fissare nella musica e nella memoria momenti non altrimenti catturabili: “I took endless photographs” diceva il testo di The End Of The Pier, “caught the colour of the air on camera” si percepisce nel flusso sonoro di Flyover).

Ho di certo un pregiudizio eccessivamente positivo nei confronti dei Workhouse, ma pezzi come Shake Hands, Coathanger, Boxing Day, Flyover e quasi tutti gli altri racchiusi un questo loro secondo lavoro sembrano fatti per rapire e colpire nel profondo, ben al di là di qualsiasi giudizio più strettamente tecnico-artistico, del quale al momento faccio volentieri a meno, perso come sono tra le sottili pieghe di un album che è riuscito a parlare al mio cuore come di recente è capitato con ben pochi altri dalle simili sembianze elettriche. Potrei solo aggiungere che l’album (come anche il precedente) è caldamente consigliato a chi ama in primis i Mogwai, ma è anche affascinato dalle sinistre ambientazioni sonore dei Bark Psychosis, oltre a non essere alieno da fascinazioni dark alla Joy Division o, più semplicemente da loro rivisitazioni in chiave più pop da parte per esempio dei Kitchens Of Distinction, inevitabilmente richiamati alla mia memoria soprattutto dai brani in cui si affaccia l’oscura voce del bassista Chris Taylor. Ma per parlare in maniera più compunta ed equilibrata di Flyover ho per fortuna ancora tempo: adesso, invece, c’è spazio solo per il completo abbandono ai copiosi flussi emozionali generati da questi nuovi brani, che qualcuno potrebbe anche giudicare non troppo originali, ma che hanno trovato in me perfetta consonanza.

http://www.the-workhouse.net/

mp3: Shake Hands; Boxing Day

twinkling lights: the workhouse – flyover [bearos 2006]

the moon versus the sea

La sempre crescente miriade di gruppi musicali attualmente in attività obbliga sena dubbio chi crea e suona musica a notevoli sforzi fantasia nella scelta dei nomi con i quali proporsi al pubblico per farsi riconoscere. Così, capita spesso che si vada alla ricerca di nomi particolari, capaci di colpire subito l’attenzione degli appassionati di musica e di restare impressi nelle loro menti.

Non posso negare l’efficacia di simile scelta poiché mi è capitato di avvicinarmi ad una band solo per la curiosità in me suscitata dal suo nome o dal titolo di un suo lavoro.

Non sempre però i nomi dei gruppi risultano attraenti ed a volte possono essere persino fuorvianti, come nel caso di quello di cui mi accingo a parlare, da me di recente scoperto attraverso la playlist del 2005 del cantautore inglese Adrian Crowley. Cosa sarebbe infatti spontaneo immaginare di trovare nella musica prodotta sotto il nome Hulk? Distorsioni metalliche, ritmiche aggressive, impatto sonoro violento? Nulla di tutto ciò, ovviamente, altrimenti non starei qui a parlarne.

Sotto le sembianze dell’energumeno verde si celano infatti calma, delicatezza ed un sapiente intreccio tra romantico classicismo e sognante indietronica ambientale. Silver thread of ghosts (Osaka Records 2005), primo album di Hulk – progetto solista del produttore irlandese Thomas Haugh – presenta undici tracce interamente strumentali, attraverso le quali drone e loop elettronici dalle sembianze oscure (Elephant memory, Star bed) si alternano a passaggi acustico-orchestrali, realizzati con il contributo di strumentazioni “reali” quali basso, violoncello e chitarra acustica (The moon versus the sea, Photographs, We ran). Il prodotto è un album dall’impronta elettronica molto netta, eppure temperata da tante variazioni sul tema, reminiscenti ora atmosfere ambientali alla Pan American, ora una soffusa malinconia che l’iteratività delle composizioni di Haugh riempie di pathos ed emozione, senza però mai eccedere nella prolissità. Sono proprio queste le qualità che distinguono e rendono degno di nota un lavoro che pure si colloca in un solco musicale ormai già ben profondo: Silver thread of ghosts è infatti uno di quegli album dai quali farsi avvolgere e quasi ipnotizzare quando scende l’oscurità e ci si rifugia al caldo, lasciandosi dolcemente cullare, immersi nelle sue note.

Consigliato a tutti coloro che nell’anno appena trascorso hanno amato i lavori di Colleen, Deaf Center, Murcof.

http://www.osaka.ie/  

hjartað hamast

Non è una novità che mi affidi alla parola, quasi cercando in essa un rifugio, soprattutto quando ho voglia di esternare sensazioni non positive, quando sento la necessità di esprimere qualcosa che non va come nella mia mente dovrebbe. Non c’è nulla di inedito nemmeno nel fatto che in momenti come questi affiorino nella memoria ricordi e sensazioni provate molto tempo fa e con esse, immancabili, i veicoli emotivi che le trasportavano su note dal sapore ormai antico ma dal significato fin troppo attuale. Sta di fatto che queste sono le rare occasioni nelle quali sento impellente la necessità di andare a riprendere almeno alcuni dei brani che, dopo tanto tempo, tornano a ricordarmi situazioni o modi di essere dai quali, pur con le dovute proporzioni, sembra quasi impossibile affrancarsi.
Sarebbe facile sostenere che ciò dipende dal fatto che a quell’epoca ascoltavo in un mese all’incirca lo stesso numero di dischi che oggi capita di ascoltare in un giorno; ma forse la ragione è anche da ricercarsi nella diversa concentrazione e dal diverso modo di vivere la musica (e non solo), perché alla fine è quasi inevitabile restare legati alle esperienze e alle emozioni del periodo adolescenziale. Peccato però che troppo spesso, almeno per certi aspetti, mi sembri di avere ancora quindici anni e di averli avuti per tutti gli altri quindici da allora trascorsi…
Allora, c’è ben poco da meravigliarsi se in momenti del genere torno a sfiorare cd ormai polverosi, recanti date dei primi anni ’90, oppure se ne recupero altri un po’ meno risalenti, il cui ricordo è sempre contrassegnato dal medesimo approccio di quegli anni, dallo stesso acuto bisogno di soddisfare un animo che solo più tardi avrei capito essere incontentabile.
È così anche per questo brano degli amati Sigur Rós, che ogni volta non cessa di lasciarmi con gli occhi lucidi e che ora sembra in un certo senso chiudere il cerchio iniziato con il primo post di questo blog. Certo, il brano è ben più recente rispetto a quelli dei vari My Bloody Valentine, Charlatans, Tindersticks, Inspiral Carpets che adesso riaffiorano da chissà quali remoti recessi mentali, ma in fondo anche all’epoca della sua uscita, continuavo ad avere quindici anni….

Hjartað Hamast
Eins Og Alltaf
En Nú Úr Takt Við Tímann
Týndur Og Gleymdur Heima Hjá Mér
Alveg Að Springa Í Gegnum Nefið
Sný Upp Á Sveitta Sængina
Stari Á Ryðið Sem Vex Á Mér
Étur Sig Inní Skelina
Stend Upp Mig Svimar
Það Molnar Af Mér
Ég Fer Um Á Fótum
Geng Fram Hjá Mér
Klæði Mig Nakinn
Og Fer Svo Úr
Vakinn En Sofinn
Sef Ekki Dúr
Hjartað Stoppar
Hreyfist Ekki
Kem Gangráð Fyrir (Sem Ég Kingi Og Fel)
Finn Startkapal (Og Kveiki Í Mér)
Sé Allt Tvöfalt (Tvöfalt Svart)
Kerfisbilun (Heilinn Neitar)
Held Áfram Að Leita
Óstjórnandi (Upplýsingar)
Þarf Aftur Að Mata (Mata Mig)
Tala Upphátt Og Ferðast Inni Í Mér Leita
Ég Leita Af Lífi Um Stund
Ég Stóð Í Stað
Með Von Að Vin Ég Vinn Upp Smá Tíma
Leita Að Ágætis Byrjun
En Verð Að Vonbrigðum
The Heart Pounds
As Always
But This Time Out Of Rhythm With Time
Lost And Forgotten At Home
Going To Explode Through My Nose
Turn Myself To The Sweaty Covers
Stare At The Rust That Grows On Me
Eats Itself Into The Shell
I Stand Up I’m Dizzy
I’m Crumbling Away
I Walk Around On My Feet
Walk Past Myself
Clothe Myself Naked
And The Take It Off
Woken Up But Put To Sleep
I Don’t Sleep A Bit
The Heart Stops
Doesn’t Move
I Insert A Pacemaker (That I Swallow And Hide)
I Find A Start Cable (And Turn Myself On)
See Everything Double (Double Black)
System Failure (The Brain Refuses)
I Continue To Look
Uncontrollable (Information)
I Have To Feed (Feed Myself)
I Speak Out Loud And Travel Inside Myself Searching
I Search For Life For A While
I Stood In My Place
With Hope As My Friend I Make Up Some Time
I Look For A Good Beginning
But It Becomes Disappointment

leita að ágætis byrjun en verð að vonbrigðum… 

hjartað hamast: sigur rós – ágætis byrjun [fat cat 2000]

two across the south

Spostamenti ed assenza fisica, negli ultimi giorni, si sono aggiunti a una sostanziale stanchezza mentale nel tenermi lontano dall’esternazione di istantanee di vita e fugaci pensieri, come sempre alquanto contorti o addirittura contraddittori, pur in presenza di situazioni reali inalterate.
Come le note di una canzone apparentemente mesta e depressiva possono rivelare tutto il loro calore umano, a seconda del momento nel quale le si ascolta, così condizioni identiche possono dar luogo a momenti di piacevole rapimento oppure di inspiegabile disagio. In breve, è questa alternanza emotiva che dimostra come il più delle volte il "metro" percettivo delle circostanze quotidiane sia assolutamente relativo, personale e per nulla oggettivo. Allora, si passa fin troppo facilmente da gioie ormai prive di qualsiasi passeggera esaltazione a disorientanti silenzi pieni di interrogativi sospesi: prima il lento e consapevole assaporare istanti ovattati dalla sottile nebbia di un grigio tramonto invernale, appena riscaldato dall’incedere indolente di melodie minimali come le piccole gioie da esso recate, quindi la disorientante oppressione di una coltre di nubi latenti, rese concrete dai vapori inconsistenti che le costituiscono.
Sono occasioni come queste che spiegano la mia eccessiva sedentarietà caratteriale: nuovi luoghi, viaggi, esperienze inedite, pur attraverso il dolce sapore dell’inedito, di percorsi affrontati insieme riescono per assurdo quasi soltanto a rendere più insopportabile la staticità dalla quale è così difficle rifuggire, l’ordinarietà immobile di istanti vuoti e improduttivi. Qualcosa rimane, certamente, seppure legato a un movimento verso la medesima direzione più apparente che reale, più esogeno che provocato dalla volontà mentale o fisica. E rimane, come sempre, la musica e il ricordo dell’apparente cupezza del brano di Boduf Songs richiamato dal titolo, il profondo calore umano delle cui note accompagnava pochi giorni fa il movimento concorde di "two across the ground", tanto da far ravvisare nei suoi solchi, torbidamente sereni e compassatamente disperati, la quieta accettazione della realtà delle piccole cose da conservare, apprezzare, con spirito alternativamente gioioso o rassegnato.
E a proposito di "colonne sonore" di momenti di vita, ecco l’ennesima coincidenza non voluta che a me capita con la musica: giorni fa parlavo rapidamente di In The Pines cercando paragoni più o meno plausibili. Stamattina mi è venuto quello forse più scontato e pertinente, quello con i vecchi e da me amatissimi Halifax Pier; allora andare a riprendere, dopo tanto tempo, il loro album di debutto è stato inevitabile, così come soffermarsi sul testo di "Chance To Leave", ascoltato per puro caso proprio mentre cercavo di  rendere non del tutto criptiche le righe sovrastanti e le riflessioni sulle difficoltà di partenze, viaggi e cambiamenti, ancorché minimi.

"If I had a chance to leave,

I don’t know where I’d go.

This city street I’m on

leads everywhere but home."

two across the south: boduf songs – lion devours the sun [kranky 2006]

disconnection notice

Proprio in questi giorni nei quali avrei avuto un po’ più di tempo da dedicare alle mie varie e sin troppo assorbenti occupazioni parallele, mi sono trovato per lungo tempo impedito nell’accesso alla rete per un banale problema tecnico che mi ha isolato per qualche giorno. A questo si aggiunge, poi, la preventivata assenza di qui al fine settimana, del quale approfitto per un breve ma certamente salutare “cambiamento d’aria”. Non che non riesca a vivere disconnesso dalla rete, anzi stare lontano per un po’ non può che favorire la cura di più proficui interessi, anche se da buon abitudinario, ammetto di aver provato un certo disagio nel vedere il mio povero computer ridotto a nulla più che un solitario mezzo di riproduzione musicale.

Insomma, laddove a indurmi a segnalazioni musicali telegrafiche (ma forse non meno efficaci dei miei soliti sproloqui…) nei mesi passati erano impegni “seri”, adesso è stata la scarsa propensione ad analisi troppo approfondite, cui, al di là delle difficoltà tecniche, va aggiunta la voglia di parlare, seppur stringatamente, di un maggior numero di dischi presenti tra i miei recenti ascolti. Allora, ecco qui un assaggio della musica che certamente mi accompagnerà nei prossimi giorni lontani da luoghi sempre monotonamente identici a se stessi e anche dalla mia sfera comunicativa virtuale: 

 

rivulets – you are my home [important 2006]
Terzo album per Nathan Amundson e nuova ottima prova del suo malinconico slow-core. La sua limpida vena cantautorale si sviluppa in armonia evocando in qualche brano addirittura Mark Kozelek, mentre permangono emotivi asprezze elettriche nelle quali permane l’ispirazione dei Low, nonostante non vi sia più in quest’album la produzione di Alan Sparhawk, qui sostituita da quella di Bob Weston, che collabora pure al disco insieme a Chris Brokaw, Jessica Bailiff e Christian Frederickson (Rachel’s).

 

hammock – raising your voice… trying to stop an echo [darla 2006]
Come costruire su basi ambientali eteree stratificazioni shoegaze e paesaggi dilatati che spaziano dagli Slowdive e dai Cocteau Twins ai Sigur Rós e agli Epic45, passando ovviamente per Pan American, Helios ed affini: una formula musicale davvero capace di rapire, riempiendo di pathos e movimento un’originaria impronta ambient-slowcore.

 

reigns – styne vallis [jonson family 2006]
Il loro album dello scorso anno era stata una delle migliori proposte in ambito post-rock, qui i Reigns ritornano con la loro personale formula che rielabora tessiture post-rock atmosferiche, spunti elettronici e innesti strumentali, tra i quali spiccano quelli di pianoforte. Le atmosfere possono facilmente richiamare quelle dei Mogwai più pacati e soprattutto degli Hood, alleviando in parte la nostalgia per il lungo silenzio della band di Leeds.

 

in the pines – in the pines [second nature 2006]
Una strana miscela di folk e componenti orchestrali alternativamente aspre e romantiche: sul versante folk, il paragone più prossimo potrebbe essere quello con gli ottimi Amandine, ma a tratti viene da pensare a costruzioni non così distanti dai Silver Mt. Zion, sulle quali si innesta però uno spiccato gusto per dolci melodie e una forma cantautorale ricca e armonica.

 

prince valium – andlaus [resonant 2006]
Quello tra Islanda e Resonant Label è un binomio frequente ma che ogni volta produce ottimi frutti: questa band al debutto presenta i consueti sfondi ambientali nordici, arricchiti da pulsazioni elettroniche e rielaborazioni chitarristiche che fanno pensare al caldo minimalismo metropolitano degli ultimi Yellow6. Un album sospeso tra sogno e realtà, senza dubbio destinato ad accompagnare molte notti invernali col gelido tepore del suo battito vitale.  

 

detektivbyrån – hemvägen e.p. [danarkia 2006]
Piccola delizia di folk nordico, ma non priva di pertinenti richiami mitteleuropei, tra fisarmoniche e archi a profusione, ritmi accattivanti e un paio di più quieti passaggi al pianoforte. Siamo all’incirca dalle parti delle recenti produzioni dei Múm più attenti ai suoni folk elettro-acustici che non a quelli elettronici.

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