Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

twinkling lights

Su queste pagine ho già parlato qualche tempo fa (cfr. post “flyover” dell’11 marzo scorso) di una band chiamata The Workhouse, sulla scorta di alcune loro tracce disperse nella rete, nell’attesa che un’etichetta fosse disposta a pubblicare il suo nuovo lavoro. Per fortuna la Bearos, che già aveva pubblicato per l’Europa il loro debutto, The End Of The Pier, ha rimesso sotto contratto questa magnifica band di Oxford, che come poche altre sa coniugare paesaggi sonori mogwai-ani con una gradevole impronta da british-wave un po’ oscura fine anni ’80-inizio ’90.

Il sito della band annuncia l’uscita del nuovo album, intitolato guarda caso Flyover, per l’imminente estate, senza specificare di più, ed allora io ho contattato direttamente la Bearos che, sotto promessa di una recensione un po’ più professionale di questa, me ne ha promesso una promesso una copia. Nel frattempo non ho però resistito alla tentazione della ricerca dell’ascolto “in anteprima”, ricerca che non è stata né facile né rapida, ma finalmente è stata coronata da successo, così che, da lunedì, le undici tracce del loro nuovo album risuonano nelle mie orecchie con il loro misto di asprezza e quiete, dolcezza ed impeto. Che dire? È troppo presto per esprimermi con un minimo di obiettività su un lavoro così agognato ed atteso, viste anche le tante vicissitudini che pare ne abbiano preceduto l’uscita. Dal punto di vista strettamente musicale, basti ripetere quanto scritto allora, ovvero che il suono dei Workhouse potrebbe essere una semplice ma perfetta risposta alle due diverse questioni del superamento di certi cervellotici eccessi post-rock e del recupero, senza troppi orpelli modaioli, di sonorità genuinamente wave. Flyover conferma senza dubbio la mia affermazione di allora, aggiungendo ben poco al suono già noto della band, se non forse una certa sensazione di maggior convinzione nei propri mezzi che promana dai nuovi brani, dal loro suono asciutto e monolitico, dalle mai banali esplosioni chitarristiche, dalle alternanze tra i momenti di costruzione della tensione sonora e quelli della sua liberatoria risoluzione. Di nuovo c’è forse solo la presenza dell’elemento vocale in ben quattro dei nuovi brani, rispetto alla sola title-track dell’album precedente, a conferire maggiore compiutezza al predominante ed etereo suono delle chitarre, già rotondo ed emozionante di per sé. L’impatto sonoro delle chitarre fa decollare – più che esplodere – paesaggi sonori rarefatti, luci sfuggenti intraviste da lontano, penombre dense di foschia create con un’attenzione quasi cinematografica, che ricorre nelle immagini degli scarni testi, come il tentativo di fissare nella musica e nella memoria momenti non altrimenti catturabili: “I took endless photographs” diceva il testo di The End Of The Pier, “caught the colour of the air on camera” si percepisce nel flusso sonoro di Flyover).

Ho di certo un pregiudizio eccessivamente positivo nei confronti dei Workhouse, ma pezzi come Shake Hands, Coathanger, Boxing Day, Flyover e quasi tutti gli altri racchiusi un questo loro secondo lavoro sembrano fatti per rapire e colpire nel profondo, ben al di là di qualsiasi giudizio più strettamente tecnico-artistico, del quale al momento faccio volentieri a meno, perso come sono tra le sottili pieghe di un album che è riuscito a parlare al mio cuore come di recente è capitato con ben pochi altri dalle simili sembianze elettriche. Potrei solo aggiungere che l’album (come anche il precedente) è caldamente consigliato a chi ama in primis i Mogwai, ma è anche affascinato dalle sinistre ambientazioni sonore dei Bark Psychosis, oltre a non essere alieno da fascinazioni dark alla Joy Division o, più semplicemente da loro rivisitazioni in chiave più pop da parte per esempio dei Kitchens Of Distinction, inevitabilmente richiamati alla mia memoria soprattutto dai brani in cui si affaccia l’oscura voce del bassista Chris Taylor. Ma per parlare in maniera più compunta ed equilibrata di Flyover ho per fortuna ancora tempo: adesso, invece, c’è spazio solo per il completo abbandono ai copiosi flussi emozionali generati da questi nuovi brani, che qualcuno potrebbe anche giudicare non troppo originali, ma che hanno trovato in me perfetta consonanza.

http://www.the-workhouse.net/

mp3: Shake Hands; Boxing Day

twinkling lights: the workhouse – flyover [bearos 2006]

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Una risposta a “twinkling lights

  1. donCarlos 23 giugno 2006 alle 11:41

    denghiù, avevo ascoltato the house of pier e nonostante non mi fosse sembrato un capolavoro di originalità l’avevo gradito abbastanza. dici bene recuperano delle sonorita “wave” uscendosene dal post (c)rock.
    spero di ascoltare questo nuovo lavoro presto, see you soon (ti linko)

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