Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: febbraio 2007

my compilations: #31

La capacità della musica di fare da contorno a momenti di vita e la potenzialità, ad essa soggettivamente intrinseca, di alleviare le ferite quotidiane sono al centro di tante riflessioni legate al modo di concepire e “vivere” questa forma d’arte, così strettamente legata a elementi emotivi. Non si tratta di una considerazione inedita, visto che è da sempre al centro del mio modo di relazionarmi con la musica, ma di una costante che a volte diventa più sensibile, o per la semplice coincidenza di momenti vissuti in parallelo ad alcuni ascolti, oppure per taluni tratti comuni riscontrabili in buona parte della musica che si ascolta in un determinato periodo. Dalla semplice constatazione del recente ritorno discografico di artisti come At Swim Two Birds, Dakota Suite, The One AM Radio ed altri ancora, è allora nata l’idea di raccogliere una serie di brani aventi come comune denominatore tratti emotivi carezzevoli, ideali a costituire una sorta di intimo conforto e rassicurante rifugio in penombra dalle intemperie dell’anima. Ovviamente si tratta di sensazioni molto soggettive, ma chissà che non possa condividerle con qualcuno che avrà voglia di scaricare ed ascoltare questa nuova, sommessa raccolta, dal titolo un po’ ironico (ma non troppo) e dalla copertina stranamente molto colorata.

01. corrina repp – song for the sinking ship

02. dakota suite – never much to say

03. rivulets – heartless

04. great lake swimmers – passenger song

05. jamie barnes – conflict diamond

06. hotel alexis – i will arrange for you to fall

07. findlay brown – loneliness i fear

08. dolorean – buffalo gal

09. inlets – threads

10. birch book – the carnival is empty

11. hoax funeral – forest roads one and two

12. essie jain – loaded

13. autumn shade – fly away

14. odessa chen – fringe

15. broken flight – lucy

16. at swim two birds – the smell of suntan oil on your skin

17. the one am radio – where i’m headed

18. pictureville – autumn song   

[rafcd31] 

download: part 1part 2

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when the lights go down

After 10 years, Sodastream have decided to call it a day.

Breve, concisa, definitiva. La notizia l’ho appresa proprio dal commento lasciatomi qui da feelglass (che ringrazio, nonostante avrei preferito saperlo il più tardi possibile) e trova riscontro sul sito ufficiale della band con le poche parole sopra riportate, che non lasciano certo spazio a dubbi o incertezze in proposito: Karl Smith e Pete Cohen hanno deciso di interrompere il loro sodalizio artistico.
È ovviamente superfluo, oltre che riduttivo, dire che mi dispiace molto e che la notizia ha reso ancora più grigio un pomeriggio piovoso di una giornata non proprio esaltante, come tante ultimamente. Ma qui non è delle mie reazioni che si tratta, ma della serena e semplice certezza che in futuro non potrò attendermi nuovi dischi di questo duo australiano, da me apprezzato con colpevole ritardo, al quale resteranno immancabilmente legati tanti ricordi ed emozioni.
Cosa che a me non capita quasi mai, ricordo che li ho quasi scoperti dal vivo, ascoltando in presa diretta per la prima volta molti dei loro brani. Era già “tardi”, era un mese di novembre, mi pare del 2003. Da allora, sono “entrato” nella loro musica gradualmente, apprezzandone la sensibilità, l’autenticità emotiva, le melodie soffici e raffinate di contrabbasso e chitarra acustica.
Nella sua semplicità, la musica dei Sodastream, con la sua costante e delicata coesistenza tra dolcezza e tristezza latente, non è mai stata musica “per tutti”: le melodie possono anche essere di agevole fruizione, ma solo se si è pronti ad aprirvi il cuore e lasciare che a recepire le note sia più il cuore che la testa. Non è certo musica cervellotica, musica che per essere apprezzata deve impressionare con chissà quale sovrastruttura. E forse anche per questo, perché non tutte le sensibilità possono risultare permeabili a un messaggio che può agire quasi solo su componenti emozionali, Pete e Karl non sono mai diventati famosi come avrebbero meritano, né sono mai riusciti a vivere soltanto dei proventi della loro musica, fatto nel quale si può facilmente provare a individuare la causa della loro cessata attività.
Resta, per fortuna, la loro musica, che in questi momenti accresce una commozione che non ho mai provato alla notizia dello scioglimento di una band amata e che, alla mia età, mi sorprendo di provare. Restano i tanti ricordi legati alla loro musica, su tutti due: uno che avevo già descritto qui nel dicembre 2005 e legato alla liberazione del termine delle prove di un esame di Stato che avrebbe avuto per fortuna anche esito positivo. L’altro, dello scorso agosto, mentre ero in viaggio con brani come “Tickets To The Fight” e gli altri del loro ultimo “Reservations” ad accompagnare (e in parte anche suscitare) le mie lacrime sotto una tempesta di pioggia incessante.
E resterà, purtroppo, anche il disappunto per quello l’annullamento all’ultimo minuto del concerto loro romano di circa un mese fa, in quella che sarebbe stata la seconda e ultima volta che avrei potuti vederli dal vivo, proprio nello stesso luogo in cui avevo iniziato ad amarli. Allora ancora non sapevo quello che ho saputo oggi pomeriggio, ma di certo, quando le luci si fossero spente, sarebbe sceso un velo di tristezza, come sempre quando qualcosa finisce e come avveniva sempre con i Sodastream e le loro “canzoni semplici e sincere, dalle fresche melodie ideali per accompagnare l’aria tersa di una giornata assolata, eppure segnata dalla latente consapevolezza che anche visioni così auliche possono essere velate da una sottile coltre di gocce d’acqua, la cui origine può essere non soltanto un temporale estivo” (autocit.).
Pete e Karl, mi mancherete senz’altro. E grazie di tutto, di cuore.

violet morning

Ho scoperto Jamie Barnes all’inizio dello scorso anno, grazie ad un e.p. di cinque pezzi pubblicato per la netlabel belga Sundays in Spring. A differenza di molte altre uscite di quella sempre ottima netlabel, non si trattava però del debutto di qualche oscuro gruppo più o meno sperimentale dell’area franco-belga, ma dell’opera di un delicato cantautore originario di Louisville che aveva già inciso due album nel 2003 e nel 2005, rispettivamente “The Fallen Acrobat” e “Honey From The Ribcage”, che mi sono affrettato a procurarmi, avendo così la rivelazione (soprattutto nel primo) di un autore che vive la musica con semplicità, narrando le sue storie, piccole ma efficacissime, sulle note di una chitarra acustica e poco altro, ad accompagnare una voce soffusa dai contorni trasognati e dolce-amari.

A fine 2006 Jamie ha fatto uscire un nuovo, splendido lavoro, dal titolo “The Recalibrated Heart”, che contiene dieci brani di melodie limpide e dolci, dieci autentici bozzetti sonori che sembrano disegnati appositamente per cullare pomeriggi grigi e un po’ indolenti, riscaldandoli con il loro profondo calore umano di chitarra e voce. Come spesso capita, sembra esserci poco da dire di fronte ad autori come questo, che fanno della semplicità e dell’autenticità espressiva il fulcro della loro arte; eppure, a colpire è senza dubbio più lo spirito di Jamie Barnes che non la sola forma della sua musica, mentre le sue sottili melodie, che possono ricordare da vicino quelle dei Sodastream o dei Great Lake Swimmers, entrano facilmente in circolo, rendendo ben presto le loro carezze quasi indispensabili.

“The Recalibrated Heart” è forse la sua opera finora più completa ed efficace e chissà che un album così intenso e raffinato non possa riuscire a diffondere un po’ più la sua arte, come merita. Intanto io consiglio vivamente l’ascolto di tutte le sue opere, magari partendo, anche per facilità di reperimento, proprio da quell’e.p. che me lo rivelò all’incirca un anno fa.

http://www.jamiebarnes.net/

give me a smile

Già alcune ore fa ero convinto di scrivere un post dal contenuto di questo; anzi, stavo quasi per scriverlo, sennonché ho forse voluto attendere ancora un po’ per assicurarmi che esso fosse davvero pertinente alla realtà o almeno ai momenti che ne accompagnano la scrittura.
L’argomento potrebbe essere variamente individuato nell’”altruismo”, o più in generale nella reciprocità dei rapporti umani, e scaturisce in parte da un paio di piccoli episodi capitati negli ultimi giorni.
In breve, ho più volte constatato come mi sia da sempre sentito maggiormente a mio agio nei rapporti umani nei quali percepivo di stare “dando” all’altra persona anche un minimo più di quanto questa persona in quel momento “desse” a me. E tutto ciò non per sentirmi appagato nel ricevere un “grazie” e considerarmi una persona particolarmente “buona” o altruista, ma semplicemente per un’indole che mi porta ad agire in tal modo, in qualsiasi ambito della vita, dal campo sentimentale, a quello delle amicizie e persino a quello lavorativo, tanto da sentirmi gravemente in difficoltà quando percepisco di ricevere più di quanto sia in grado di dare.
Non che sia abituato a porre le relazioni umane sui piatti di una bilancia, visto che tanti loro aspetti sono assolutamente soggettivi e – per fortuna – difficilmente quantificabili, ma si tratta più che altro di sensazioni che mi lasciano più sereno ogniqualvolta sono in grado di fare anche una minima cosa per gli altri che non quando sono gli altri a farla per me. E poi, ricevere ringraziamenti quasi mi mette in difficoltà, come se non reputassi i miei comportamenti meritevoli di attenzione particolare, nonostante mi faccia molto piacere che il mio modo di agire venga apprezzato e che qualcuno si preoccupi di dovermi dare qualcosa in cambio. Ma i rapporti umani non sono contratti che richiedono un sinallagma e nella maggior parte dei casi i miei comportamenti non sono animati dalla speranza di una controprestazione futura: semplicemente li pongo in essere perché mi piace farlo e mi piace pensare di aver arrecato un giovamento anche minimo a qualcun altro.
Eppure, a volte mi rendo conto che anche la generosità disinteressata incontra qualche limite, e proprio quando i rapporti sono davvero a senso unico (cosa che me non rappresenta di per sé un problema) e soprattutto manca qual minimo indispensabile di riconoscenza che per me rappresenta il premio più soddisfacente alle mie azioni. Allora persino le migliori intenzioni vengono frustrate e resta solo una sensazione sgradevole, che contraddice molto del mio solito modo di essere, ma che viene inevitabilmente suscitata dalla totale assenza di un pur astratto riconoscimento, perché non voglio mai niente in cambio se non la consapevolezza altrui di quello che faccio, che sarà pure poco ma talvolta trovo davvero insopportabile che non venga valutato per la sua essenza, ma anzi venga di continuo considerato insufficiente, mentre io mi accontenterei di un sorriso sincero, di un semplice “grazie” e di comportamenti ad essi consequenziali.
Però sono io che, nonostante riscontri poco positivi, continuo ad agire nell’unico modo che mi sembra adeguato, senza nemmeno pormi il dubbio se in certi casi la perseveranza sia davvero opportuna. E forse è per questa mia desuetudine a veder apprezzati i miei piccoli gesti di altruismo che mi sono trovato ad accogliere quasi con commozione le belle parole di un paio di ringraziamenti giunti nelle ultime ore e peraltro relativi a questioni che hanno richiesto da parte mia un impegno minimo. Sarà che invece quando di impegno ne profondo veramente tanto parole, gesti e delicatezze simili non riesco proprio a suscitarne…

give me a smile: sybille baier – colour green [orange twin 2006]

sadyoungkid

Potrei iniziare accampando le solite scuse relative ai troppi impegni e soprattutto alla troppa pigrizia. Sta di fatto che ultimamente mi capita di parlare qui di musica di meno e meno approfonditamente rispetto a quanto vorrei e anche rispetto a una mole di ascolti ingente e spesso disordinata. Provo allora a recuperare con segnalazioni concise ma almeno più numerose. Quelle relative alla musica che mi ha accompagnato nell’ultimo periodo possono riassumersi nelle seguenti:

adlerseri – adlerseri [land and sea 2006]
Ecco, proprio a loro avrei dovuto dedicare approfondimento maggiore: band australiana che ha confezionato un’opera splendida, ricca di atmosfere dilatate e sognanti. Un disco che potrebbe fare felici quanti l’anno scorso hanno apprezzato le parti più lente dell’album dei Gregor Samsa, ma anche gli amanti delle sonorità di Yellow6 o July Skies.

birch book – fortune & folly [helmet room 2006]
Album davvero convincente per B’eirth di In Gowan Ring, che racchiude tante diverse declinazioni del cantautorato folk, da quelle minimali e suadenti alla James Yorkston fino a moderati accenni in forma lievemente psichedelica.

at swim two birds – returning to the scene of crime [green ufos 2007]
Il ritorno di Roger Quigley (Montgolfier Brothers) con le sue piccole, delicate storie di ordinaria sofferenza sentimentale. Canzoni dolci e compassate, in disco che parla al cuore con semplicità: chi l’ha detto che bisogna inventarsi chissà che per confezionare un ottimo album?

odessa chen – one room palace [self released 2003]
Scoperta grazie a una segnalazione di Rivulets relativa ad un suo album più recente (o forse prossimo): certo che gli otto brani compresi in questa autoproduzione presentano un’artista non solo dalle ottime doti interpretative ma anche capace di sviluppare con profondità la sua personale formula di slowcore cantautorale al femminile.

bracken – we know about the need [anticon 2007]
Debutto solista per Chris Adams degli Hood con continua commistione di stili e generi: accenni dub, claustrofobici paesaggi metropolitani, inserti elettrici e persino tracce acustiche, che tutti insieme rimandano proprio ad alcune delle più affascinanti atmosfere degli Hood.

rosie thomas – these friends of mine [sing-a-long 2007]
Se si ritrovano in una stanza artisti Sufjan Stevens, Denison Witmer e Damien Jurado, il risultato non può che essere un delizioso album di folk casalingo, cui la cantautrice presta la voce e poco altro. Da segnalare la (splendida) cover di "The One I Love" dei REM e quella di "Paper Doll" di Witmer. Certo tutti vorrebbero avere Sufjan Stevens che suona e fa da seconda voce in un proprio album: fortunata lei ad avere amici come questi…..
  

sadyoungkid: adlerseri – adlerseri [land and sea 2006]

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