Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: maggio 2007

amazing grace

Sommerso dall’abituale, enorme mole di musica nuova da ascoltare, non mi capita spesso (anzi, quasi mai) di recuperare album vecchi, risalendo la discografia di band che pure apprezzo molto: è il solito discorso dell’estemporaneità dell’ascolto e della sua contestualizzazione nei singoli momenti di vita. Capita ancor più raramente di compiere quest’operazione in maniera metodica, dedicando quasi un’intera giornata all’ascolto in sequenza di album dello stesso autore, immergendomi completamente in un suono per rinfrescarne la memoria e coglierne l’evoluzione nel corso del tempo.

Come mi ero ripromesso già ieri sera, tutto ciò è invece capitato oggi con quella band straordinaria che sono, da sempre, i Low. E lo hanno confermato appieno anche nel concerto romano di ieri sera, regalando un’ora e mezza di intensità davvero non comune, espressa tanto nella riproposizione di brani risalenti fin quasi alle origini della band, quanto nella traduzione dal vivo di almeno metà di quelli compresi nell’ultimo “Drums And Guns”, disco che a qualcuno potrà anche esser sembrato superficialmente non impeccabile, ma che rivela una scrittura di efficacia straordinaria. Poco altro da dire sul concerto, se non che la grandezza dei Low sembrava toccarsi quasi con mano, assistendo ai tanti mutamenti di registri vocali e chitarristici messi in scena nel volgere di poco più di una quindicina di brani, pur tutti accomunati da una coerenza di stile che travalicava di gran lunga le forme, dando luogo a un risultato ogni volta di grande impatto sonoro ed emotivo.

Così, stamattina è stato una sorta di tributo quasi obbligatorio riprendere i vari “Things We Lost In The Fire”, “Trust”, “I Could Live In Hope” per ritrovare qualcuno dei brani suonati ieri e riscoprirne tanti altri, che da troppo tempo non ascoltavo. Con tutta probabilità, sarebbe stato più logico compiere questo riascolto prima del concerto di ieri sera, per “rinfrescare” la memoria, ma devo dire che, ritrovare i tantissimi splendidi brani compresi nella discografia dei Low, mi avrebbe forse potuto lasciare un minimo amaro in bocca di fronte all’ovvia impossibilità di suonarli tutti in una sera. Molto meglio così, molto meglio considerare questo mio piccolo e personale “tributo” come una diretta continuazione della memorabile serata di ieri, quasi che le varie “In Metal”, “Time Is The Diamond”, “Down” e le tante altre emozionanti “perle” riascoltate stamattina non abbiano fatto altro che proseguire le intense emozioni trasmesse ieri da “Sunflower”, “Amazing Grace”, “Lazer Beam” e gli autentici brividi a fior di pelle di “Murderer” e “Lullaby”.

L’ho detto a proposito del loro ultimo disco, che pure all’inizio aveva spiazzato anche me, lo ribadisco per l’ennesima volta dopo averli finalmente potuti ammirare dal vivo: i Low sono una band di proporzioni grandissime, che da più di dieci anni a questa parte sa scrivere canzoni splendide ed eseguirle con intensa perfezione, restando sempre coerente pur nell’evoluzione dei suoi modi d’espressione. Peccato soltanto che tanti siano pronti a liquidarli come ormai “poco originali” o con simili giudizi affrettati; e peccato pure che ieri sera, al concerto di una band di tale levatura, non fossero presenti più di centoventi-centocinquanta persone. Che dire? Sicuramente peggio per chi non c’era, e per chi non riesce ad apprezzare pienamente una band che ha detto qualcosa di davvero importante nella musica dell’ultimo decennio e continua ad avere ancora molto da dire.

i’m getting weaker

Through sparrow black wind
a dead crow calls out to his wing.
e were lightning across the whole world
we were lightning,
and the guise to black cats we made a cross when our shadows met
and the guise to black cats we made a pact when our shadows passed.
Through sparrow black wind
a dead crow calls out to its wings.
I’m getting weaker, I’m getting thin,
I hate how obvious I have been.
I’m getting weaker
and I look down and see the whole world
and it’s fading, fading, fading.

Songs: Ohia – The Black Crow ("The Lioness", Secretly Canadian 2000) – download

one last laugh in a place of dying

Capita che un giorno ti rendi conto di dover iniziare a pensare un po’ più a te stesso, giusto mentre tiri un sospiro di sollievo, dopo tanta attesa nervosa e tante preoccupazioni. Pensi di poter guardare soltanto avanti, rivolgendo il tuo pensiero solo al futuro; invece, il passato torna in un modo che non ti aspetti e fa davvero male, una volta superato uno spaesamento iniziale dettato dalla lontananza e dalla desuetudine di rapporti risalenti all’adolescenza e interrottisi quasi del tutto poco dopo.

Eppure qualcosa rimane, e rimarrà sempre. Ed è bastato riprendere quella vecchia agenda del 1993-94, che, quasi senza che ci pensassi, era tutti i giorni a pochi centimetri da me, per avere gli occhi inondati di lacrime e la mente piena di tanti ricordi di un tempo che, a distanza di tanti anni, sembra quasi non essermi mai appartenuto. Le strane interpretazioni grafiche del mio nome, le pagine bianche, ingentilite da semplici tratti di penna, disegni e arabeschi vari, i testi di canzoni e poesie e soprattutto la copia di una lettera (sì, proprio una lettera di carta…) meravigliosa, che ora fa malissimo leggere, per mille motivi: tutto questo mi parla di amore con voce giovanile e innocente, forte e sincera, in una maniera nella quale nessuno mi ha più parlato né mai più lo farà, adesso che la vita "adulta" ha tolto spontaneità agli entusiasmi adolescenziali, indurendo persino un cuore sensibile come il mio e la natura dei sentimenti che si provano di giorno in giorno.

Ma adesso è terribile sapere soltanto che chi ha disegnato quei tratti di penna non c’è più, senza altri dettagli, senza spiegazioni, senza nemmeno un perché. E così pure trovare un’ironia del destino nei primi due passi che, in quella lontana estate, avevi riportato su quell’agenda. Li riprendo qui, perché adesso non trovo niente di più adatto, e perché non sono mai stato diligente nel seguire la tua passione per Guccini e De André, tra le canzoni dei quali ci sarebbe di sicuro quella adatta per questo momento.

La vita mi ha abituato a non pensare più a te, ma, nostalgico quale sono, non potevo mai dimenticarti del tutto; adesso ti ricorderò per sempre, così come quell’amore fanciullo e irripetibile. Ciao Simona, ciao.  

"La notte era scura, le tenebre fitte

avevano ingoiato sole e luna, speranza e gioia.

Ma venne, alfine, il Sogno Inafferrabile,

ruppe le tenebre, aprì loro il ventre,

sole e luna balzarono fuori a rischiarare le terra

mentre la gloria e la speranza danzavano

al ritmo incontenibile d’un battito di vita"

(Kota Ingo, Hadi ya ambundu lelu)

* * * * *

"Se la mia vita passa tuttavia 

e di tanto in tanto da folti viticci

una poesia matura ancora scende,

devo essere grata a te.

Tu non lo sai che hai seppellito

l’immagine tua nel silenzio delle mie notti,

e ciò che la mia poesia ha portato alla luce

era già prima in te."

(Hermann Hesse)

days like these…

Non è cosa nuova che non ami particolarmente i post di quasi sole immagini o sola musica, ma ogni tanto i brani musicali "parlano" e descrivono momenti meglio di mille parole. Questo è uno di quei casi: questo brano degli ottimi Butcher Boy (piacevolissima scoperta) basta da solo a ribadire ulteriormente la mia recente propensione al pop e a fare da colonna sonora a questi giorni non facili, nei quali mi sta risuonando in testa in continuazione. Speriamo sia almeno di buon auspicio per sdrammatizzare un po’ e attendere che anche questa passi….

 

http://cdn.last.fm/webclient/61/defaultEmbedPlayer_previews.swf

 

http://www.butcher-boy.co.uk/

http://www.myspace.com/butcherboymusic

a song on the radio (makes you shiver)

Bene, ancora una volta dovrei dire tante cose, sviscerare argomenti e procedere a riflessioni su molti oggetti diversi. Ma, ancora una volta, non ci riesco, o meglio, non mi va; per noia, per mancanza di volontà di mettersi in discussione e prendere decisioni o, semplicemente, perché questo non è proprio il momento adatto per farlo, tanto che, com’è evidente da qualche tempo, anche le parole vengono meno, restando confinate in qualche parte recondita della mente, ove tuttavia continuano ad aleggiare, vive e presenti come non mai.
Allora, per una volta, indulgo anch’io in autobiografismi per certi versi insignificanti – che fanno molto “blogger” (bleah!) – ma che, come al solito, nascondono situazioni non poi così prive di significati. L’argomento, per me decisamente inedito nella sua seconda parte, è “musica e guida”: sì, perché andare in giro a piedi o sui mezzi pubblici con le cuffiette del fido lettore mp3 perennemente nelle orecchie è facile e anche molto poco impegnativo, mentre le cose stanno ben diversamente quando tocca la fatica di immergersi nel traffico romano, dedicare la concentrazione ad altro che non l’ascolto e, soprattutto, vedersi privato della disponibilità della musica amata dalla momentanea assenza di un lettore cd o mp3 in auto, trovandosi in balia, nella migliore delle ipotesi, delle scelte provenienti da quel paio di radio che si può confidare di riuscire ad ascoltare senza crisi di rigetto. Ecco, la radio, mio primo e ormai lontanissimo amore: una volta la radio, anche quella nazionale, era fonte quasi unica di conoscenza di nuova musica. Poi, le cose sono cambiate e di molto, tanto che le notti trascorse consapevolmente insonni con l’unica ragione di ascoltare la radio sembrano ormai ricordi di un’epoca remotissima, di trasmissioni pionieristiche e quasi clandestine. Certamente è cambiata la radio, purtroppo, ma anche il fatto che ormai spunti e stimoli per la scoperta di nuova musica provengano da mille rivoli diversi, così che quella sua antica funzione non sia per me più necessaria, da tanto tempo.
Però, proprio ieri, grazie a una rara serie di brani davvero indovinati, ho avuto modo di pensare a come la radio possa almeno riuscire a riportare alla mente brani e sensazioni troppo spesso dispersi nel turbine delle centinaia di ascolti compulsivi settimanali. Allora, appena uscito di casa, vado subito, senza troppe speranze, a selezionare una delle radio “ascoltabili” e dapprima rimpiango di essermi perso quasi per intero un brano di Future Conditional per poi immergermi nella nostalgia di “Just Like Honey” dei Jesus & Mary Chain e in uno strumentale avvolgente che solo dopo scopro essere dei Red Sparrowes. Me ne compiaccio, facendomi accompagnare nel mio tragitto da suoni piacevoli e familiari, fin quando, quasi arrivato a destinazione, parte l’inconfondibile inizio di “Teenage Riot” dei Sonic Youth che, colpevolmente, non ascoltavo da troppo tempo; allora cedo subito alla tentazione di alzare il volume e seguire il cantato di Thurston Moore, ricordando i tempi in cui ascoltavo quasi solo Sonic Youth e ripensando a rivolte adolescenziali cui non ho mai partecipato, nemmeno nella sola profondità del mio animo, e che forse, proprio lì, non è ancora così tardi per mettere in pratica, da diversi punti di vista.
Come dire, ancora una volta, il brano giusto al momento giusto, per quanto non ci pensassi e per quanto stavolta non l’abbia scelto io, ma anzi provenga da un passato, ancora una volta, lontano solo cronologicamente.
Sono certo che non sempre avrò la fortuna di trovare sulla radio una serie di brani così validi, ma l’impressione è che questo potrebbe essere un punto di partenza per non restare sempre troppo appiattito sulla contemporaneità e magari ripescare, almeno in macchina, qualche vecchia cassetta impolverata.

kill the lights

Beh, non sono certo la persona più adatta a decantare le lodi della musica “pop”, visto che proprio pochi giorni fa riflettevo su quanto poco mi faccia condizionare nei miei ascolti dai tepori primaverili e da quella voglia di pop e leggerezza ad essi (presuntivamente) connessa. Tuttavia, pur prediligendo in genere suoni introspettivi, più lenti ed umbratili, a volte mi faccio trasportare dall’irresistibile leggerezza della forma-canzone, anzi proprio di quella del pop più schietto, quello che riesce ad entrare facilmente in testa, strappando un sorriso e quasi facendosi canticchiare. È vero, allora, che si tratta di una questione di contesto, anche se per me questo prescinde dal clima o dall’atmosfera, essendo legato in prevalenza ad istanti di vita, esperienze vissute e conseguenti moti dell’animo.

Così anche ieri, in una giornata fiorentina bella e stancante, vissuta un po’ da turista, in luoghi a me noti ma pur sempre cari, nei quali, salvo un fugace passaggio qualche anno fa, mancavo da oltre un decennio, in momenti e situazioni del tutto diversi. Fare paragoni con allora sarebbe inutile ed improprio ma senza dubbio ieri ho nuovamente vagato per luoghi conosciuti e presenti nei miei ricordi come se fosse la prima volta, con uno spirito teso ad assaporare sensazioni nuove che da sole impregnavano del piacere della scoperta i miei passi, le cose che vedevo, la stessa aria che respiravo. Poi, importa relativamente poco del cielo grigio, del vento freddo e del tiepido sole affacciatosi soltanto sulla via del ritorno; e anche se non tutto è stato proprio perfetto, stavolta non sto qui certo ad enfatizzare quanto nella giornata di ieri non mi ha soddisfatto del tutto, ma conserverò il ricordo di quanto di buono vi è stato in essa e che forse ora non riesco nemmeno ad esprimere, quello di tanti piccoli ed apparentemente insignificanti momenti, che fin dall’inizio hanno fatto filtrare un raggio di sole attraverso le nubi che troppo facilmente spesso si fa in modo si frappongano ad offuscare una limpida serenità.

Cosa c’entra la musica ed il pop in tutto questo? Nulla, oppure molto, come a me sembra, perché nei non molti momenti nei quali mi sono potuto dedicare all’ascolto, si è trattato di brani leggeri e solari, quasi da cantare in coro durante una gita fuori porta: in particolare, conserverò come ricordo e “colonna sonora” della giornata il nuovo lavoro dei Mojave 3, Puzzles like you. Non che il disco mi abbia fatto una grandissima impressione, con la sua solarità forse eccessiva, i suoi toni fin troppo gioiosi ed un’immediatezza da musica da autoradio che, soprattutto all’inizio, non ho propriamente apprezzato. Eppure, ieri non c’era nulla di più adatto, così, fin dalla mattina ho quasi sentito bisogno di ascoltarlo; le sue lievi melodie mi hanno poi accompagnato per tutta la giornata, dopo che durante il viaggio mi sono inopinatamente sorpreso a canticchiare, tra i brani più riusciti del lavoro, Breaking the ice, Big star baby e soprattutto Kill the lights, che quasi ancora risuona nella mia testa, come fresco ricordo della giornata di ieri.

Certo non sono tipo da abbandonarmi con continuità a questi suoni, e se anche il mio giudizio su questo imminente lavoro non credo possa mai diventare entusiastico, andrò spesso a risentirlo con affetto, per i ricordi e le immagini ad esso connesse ed anche perché obiettivamente, persino in questa veste leggera e fin troppo scanzonata per i miei gusti, Rachel Goswell e Nei Halstead riescono sempre a creare brani, anzi canzoni, di grande classe e delicatezza.

Potere del pop, e di altro ancora…..

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