Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

in between the years

Alcuni giorni fa, mi è capitato di scambiare qualche considerazione sulla sostanziale differenza di spirito sussistente, nonostante la relativa distanza anagrafica, tra chi si aggira intorno alla soglia dei trenta o l’ha da poco superata e chi è ancora nella prima metà dei vent’anni. Sì, saranno pure considerazioni da (più o meno) trentenni (più o meno) in crisi, ma essermi ritrovato a farle mi ha fatto pensare a quando, pochi anni fa, ero io a quell’età, a relazionarmi con persone di cinque o sei anni più grandi di me.
Del resto, sono quasi sempre stato abituato ad avere amici più grandi di me, da quando a scuola ero immancabilmente il più piccolo della classe e da quando riuscivo a sostenere e anzi andavo a cercare i discorsi dei “più grandi”, ora invece mi trovo spesso ad avere rapporti con persone più giovani di me, il che mi pone nella condizione di “quello più vecchio” e di chi, quando avevo venticinque anni o giù di lì, faceva nei miei confronti gli stessi ragionamenti che adesso mi trovo a fare nei confronti di persone più giovani. Solo che all’epoca non ne comprendevo la fondatezza, mentre ora mi rendo conto della differenza di approccio e prospettiva che si realizzano a pochi anni di distanza.
Lungi dall’implicare (almeno per me…) maggiore serietà e responsabilità, questi pochi anni segnano il crinale tra entusiasmi genuini e disillusioni determinate dalla realtà, tra freschezza e stanchezza mentale, tra voglia o obbligo di fare.
Ci pensavo anche perché, nella categoria “disillusioni” potrei far rientrare la constatazione della quasi totale inanità di scelte e comportamenti tra il “pratico”, il “personale” e il “politico”. Ho sempre creduto (e in fondo credo tuttora) nella valenza delle scelte e dei comportamenti individuali e, in curante di convenzioni e coazioni esterne, ho cercato di portare avanti il mio modo di essere, pur nella consapevolezza del suo essere minoritario e quasi sempre destinato alla sconfitta. Ai tempi dell’adolescenza, si stigmatizzavano i comportamenti fintamente “alternativi”, cercando di propugnare una visione propria e non imposta da chicchessia, per quanto “alternativo ‘na cifra”; a quei tempi, di fronte a qualche comportamento “convenzionale” (tipo, che so, votare per i DS…) capitava di scherzare bonariamente rinfacciandosi l’accusa “ti si è comprato il sistema!”. Poi, invece, ci si ritrova a trent’anni e ci si rende conto di esser dovuti scendere a inevitabili compromessi, di non aver potuto seguire in tutto e per tutto le proprie idee, preda di convenzioni sociali o, più banalmente, di necessità contingenti, quando non addirittura della constatazione dell’inutilità pratica dei propri comportamenti. E pian piano succede così: si inizia col fare i conti con la realtà sul piano lavorativo, prediligendo quello che conviene fare piuttosto che quello che si sarebbe voluto fare, poi si accettano prospettive e modalità di vita da sempre respinte, decadono lodevoli intenzioni e iniziative e si allentano persino le maglie delle scelte etiche individuali. Non che si tratti di un percorso inevitabile, perché molto dipende anche dalla propria fermezza o dall’essere troppo accondiscendenti nei confronti di chi ci circonda, però forse in tutto ciò v’è un minimo comune che porta a doversi rapportare alle esigenze della realtà, trascurando, purtroppo, le proprie legittime speranze, idee, aspirazioni.
So che è un discorso che non porta da nessuna parte, ma la realtà è questa, così come quella che, appunto, tra poco mi tocca uscire per andare, mio malgrado, all’Ikea…

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4 risposte a “in between the years

  1. francesco23 21 giugno 2007 alle 08:37

    ho pensato anche io in questi giorni di esami di maturità a qualcosa del genere. la parola che più mi è venuta in mente è stata “leggerezza”. via via che passano gli anni c’è una progressiva perdita di leggerezza, che, temo, non si fermi mai. malinconia…

  2. Galatea 21 giugno 2007 alle 09:09

    Sarà il periodo, ma mi ritrovo spesso in questi discorsi ultimamente. Solo che continuo a frequentare, come facevo anche un tempo, persone più grandi di me, ancora più disilluse, sempre alla ricerca di qualcosa, o qualcuno. E credo che durante la crescita mi sia sfuggito qualche passaggio. Almeno una volta era più facile sentirsi felici, o forse, come diceva il buon Izzo, “ci si accontenta sempre più di tutto e un giorno si crede di aver trovato la felicità”. Ora trovo molto più difficile accontentarsi, e forse sto facendo un percorso al contrario, sia nel piano lavorativo, preferendo l’amore per quello che faccio alla “carriera”, che in quello privato.

    (e comunque, nonostante la mia deformazione professionale mi faccia rabbrividire alla parola Ikea, la vince su Mondo Convenienza uno a zero…)

  3. utente anonimo 21 giugno 2007 alle 16:54

    Quando scrivevo per Rockerilla mi illudevo che il mondo si chiamasse Musica e guardavo il mondo con i suoi occhi. Non fare lo stesso errore…

    un saluto

  4. raffaello 21 giugno 2007 alle 18:48

    Quanta carne al fuoco.. e tutta insieme!
    Parto dalla fine, dall’anonimo che forse conosco: strano che il riferimento alla Musica (con la M maiuscola) sia fatto proprio a commento di un post nel quale di musica non si parla. Però è pertinente lo stesso, per parecchi motivi, a cominciare dalla frase di Nick Hornby lasciata qui qualche tempo fa proprio da Galatea, quella relativa al dilemma se sia nata prima la musica o la sofferenza.
    Allo stesso modo, non posso non pensare al testo di un recente, splendido brano dei Trembling Blue Stars, che parla di canzoni che ti fanno aver voglia di avere ancora diciassette anni, per constatare che “Life was wide open then, now it’s closing in”.
    Era un po’ questo l’oggetto di questo post, in fondo, e probabilmente in tutto ciò un ruolo la musica continua a giocarlo, se non altro per la sua capacità di continuare a farmi sentire, nel bene e nel male, un adolescente troppo cresciuto…

    Per il resto, la “perdita di leggerezza” è in un certo senso inevitabile, ma non presenta solo svantaggi, né rendere malinconici. Ma del resto non ero poi così “leggero” nemmeno dieci anni fa o giù di lì, né forse vivevo quegli anni come ora li ricordo in immagini sempre più sbiadite: sarà banale, ma non posso che dire che ogni tempo ha un suo senso. Bisogna solo valutare se è il tempo ad avere qualcosa che non va oppure siamo noi a essere “fuori sincrono”.
    Del resto, capita anche a me di osservare amici più grandi e disillusi e di temere che a questo processo non ci sia davvero fine. Forse per questo alla fine “ci si accontenta” (saranno un paio d’anni che rifletto su quella frase di Izzo…), non per scelta quanto per necessità, e non certo per la convinzione di aver raggiunto una felicità che obiettivamente costituisce una chimera e che nemmeno in altri tempi è stata completa.
    Anche per me, resta comunque difficile accontentarsi, però almeno si prova a fare un piccolo sforzo di non vedere sempre le cose che non vanno per rendersi conto almeno di quelle poche cose delle quali, se non felici, ci si può dire almeno moderatamente “contenti”….

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