Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: settembre 2007

chasing clouds

…adesso basta lavorare (si fa per dire); oggi sono riuscito a tenere un ritmo produttivo quasi soddisfacente, che pure finisce per accrescere i rimpianti di non esser stato capace di fare altrettanto nelle settimane passate.
Evidentemente, il fresco e l’alterna luce di questa giornata autunnale riescono a incentivare il mio ormai infinitesimale senso del dovere, oltre ad attagliarsi alla perfezione a quell’insoddisfazione di default che ormai rappresenta la risposta più sincera (e dunque meno frequente) alla banale domanda “come va?”.
Allora, a quest’ora, meglio abbandonare, senza grande sforzo, impegni oggi stranamente quasi adempiuti e rintanarsi ad assaporare il grigiore rassicurante dell’atmosfera e il piacevole tepore delle prime maniche lunghe della stagione. Meglio allora farsi abbracciare da una musica altrettanto grigia e soffusa, come il nuovo album dei Doveman, del quale sono entrato in “possesso” giusto questa settimana. Il parere musicale, dopo ancora pochissimi ascolti, non è del tutto entusiastico: disco lungo, complesso, forse con qualche riempitivo di troppo, ma con alcuni pezzi davvero splendidi, nei quali penso fin d’ora mi rifugerò spesso nelle prossime settimane, così come mi era capitato in primavera con l’album dei Dakota Suite. Su tale piano, infatti, il giudizio musicale passa un po’ in secondo piano, sciogliendosi tra gli accordi discreti, il cantato vellutato e quel pianoforte che irrompe delicato, quasi a tradimento, con il suo tepore carezzevole e denso di emozioni agrodolci.

my compilations: #34

Certo che nei momenti in cui mi capita di essere particolarmente propenso nei confronti di una band o di uno scrittore, finisce che, anche non volendo la mente vada sempre a ricercare spunti provenienti dalla medesima fonte. Com’era successo qualche settimana fa con gli Hood, adesso avviene con Jonathan Coe: non era sufficiente la frase tratta dal suo ultimo romanzo e riportata qui pochi giorni fa, ma ora sono debitore allo scrittore inglese anche della frase che dà il titolo a questa raccolta post-estiva, parziale compendio dei solitari ascolti degli ultimi due mesi.

La frase in sé non possiede alcun significato capace di impressionare in maniera particolare, però mi ha colpito la sua forza simbolica e il suo prestarsi a interpretazioni radicalmente differenti: qualcosa che appassisce oppure giunge a prospera maturazione. Nell’incertezza della scelta tra le due, ecco copertina, tracklist e ormai abituali link per scaricarla:

01. stephenhero – 12 stars
02. valgeir sigurðsson – evolution of waters (ft. bonnie "prince" billy)
03. familiar trees – sunspot
04. chris and thomas – don’t hang your heart
05. the cannery – through rivers
06. things in herds – something to do
07. songs for sunday parlours – winter stories
08. the sleeping years – setting fire to sleepy towns
09. club 8 – hopes and dreams
10. nancy elizabeth – weakened bow
11. songs of green pheasant – fires p.g.r.
12. the owl service – the north country maid
13. tunng – string
14. gravenhurst – song among the pine
15. josé gonzález – fold
16. late-night-static – the chances we never take
17. spokane – middle school
18. micah p. hinson – me and you
19. vic chesnutt – marathon   

[rafcd34]  

download: part 1part 2

the seeming and the meaning *

Premessa n. 1: l’idea stessa delle righe che sto per scrivere tende a darmi la percezione di quanto si cambi col passare degli anni (vabbè, lo dico senza giri di parole: di stare diventando vecchio, anzi forse di esserlo già).
Premessa n. 2: raramente o quasi mai, mi sono soffermato su queste pagine su fenomeni legati a Internet, al mondo virtuale e al c.d. “social networking”, non solo perché la cosa non mi ha mai appassionato particolarmente ma anche e soprattutto per evitare il corto-circuito del “mezzo che parla di se stesso”.
Premessa n. 3: cercherò di astenermi quanto più possibile da valutazioni che potrebbero facilmente farmi apparire come moralista o bacchettone, perché non è questo il mio intento e poi ho sempre detestato chi lo è davvero.

Esaurite le premesse, ecco, in breve, i fatti e le considerazioni.
Partiamo proprio dall’idea di “social networking”, così popolare negli ultimi anni sul web, con tutti i suoi pregi e difetti: in parte mi sono fatto prendere anch’io da “comunità” virtuali che forniscono la possibilità di avere contatti tra persone reali, soprattutto se basate su una comunanza di interessi. Allora va bene questo stesso blog e gli altri che mi capita di visitare, va bene last.fm, va bene anobii e così i vari forum o ambienti di discussione che, pur con tutti i loro limiti, mettono in comunicazione persone; più d’uno di questi mi ha dato la possibilità di entrare in contatto con persone dai gusti e dagli interessi simili ai miei. E, seppure nella stragrande maggioranza si tratta di persone che non incontrerò mai, posso ben dire di aver trovato tanti spunti di dialogo che spesso nella realtà concreta mancano e di aver “incontrato” virtualmente persone interessanti o quanto meno meritevoli del tempo (non eccessivo, per carità) che riesco a dedicar loro.
Qualche perplessità in più l’ho avuta al momento di “imbarcarmi” anche su myspace, un po’ per la diffidenza nei confronti del mezzo, un po’ per questa retorica dell’”amicizia”, diffusa anche su altre piattaforme ma, a mio parere (all’epoca da esterno), lì preponderante. Mi ero però ripromesso di utilizzare myspace esclusivamente per avere contatti con artisti che apprezzo e devo dire che, da questo punto di vista, si è rivelato uno strumento efficace e molto diretto, oltre che utile per la conoscenza di ulteriore musica; certo, tra i miei “amici” vi sono alcuni (pochi) utenti singoli, ma, essendo da sempre un po’ web-misantropo, non sono mai stato così bravo a tenere le fila di contatti costanti o più approfonditi. Insomma, è bastato poco perché anche in questo caso trovassi conferma del fatto che il punto non è mai il mezzo ma il modo in cui viene utilizzato.
Ieri pomeriggio, invece, mi arriva via mail, da parte di uno degli autentici “amici” virtuali incontrati su altri lidi, un “invito” all’ennesima piattaforma di “social networking”. Si chiama netlog: non la conosco, quindi cerco subito di capire di cosa si tratta, nonostante la mia ritrosia di fronte a qualcosa che potrebbe rivelarsi l’ennesima fonte di perdita di tempo. In realtà basta poco a comprendere che è qualcosa di molto simile a myspace, ma con la non trascurabile differenza che non presenta un aspetto “contenutistico”, ovvero niente pagine di gruppi o artisti o simili, ma solo pagine personali, forse anche più curate o graficamente accattivanti di quelle di myspace, ma limitate a poche indicazioni di base (età, luogo di nascita, occupazione, hobby, preferenze sessuali, situazione sentimentale), uno spazio blog quasi nascosto e uno ben più ampio ed evidente dedicato alle foto. Quindi, capisco subito che non fa per me e che il mio “amico” di tanti altri lidi virtuali farà a meno della mia “amicizia” su questa piattaforma, alla quale non ho intenzione di registrarmi.
Intanto, procedo a dare un’occhiata più approfondita alla tipologia degli utenti registrati e all’uso per cui questo strumento viene impiegato. Ebbene, con sorpresa solo relativa, mi accorgo che la maggior parte degli utenti capitati “random” nella pagina di quelli attivi in quel momento arriva a stento alla maggiore età, con una media di sedici anni, qualche “picco” fino ai venti e non pochi tra i quattordici e i quindici. Consulto qualche profilo (almeno quelli “pubblici”) e relativi foto, blog e commenti e, a parte qualche raro fenomeno blog (quasi tutti legati a “catene” impostate su domande autorivolte e pochissimo altro di personale), il nucleo centrale sono le foto e i commenti, utilizzati nella maggior parte per farsi notare e richiamare l’attenzione dell’utente visitato sul proprio profilo. Il nucleo centrale di questa community sembrano infatti essere le foto, nelle quali la parte del leone la fanno quelle di giovanissimi che si divertono a fare i modelli, cercando di farsi notare per il proprio aspetto fisico; sì, ce ne sono anche alcune legate ad amicizia, ricordi di viaggio e simili, ma tante, davvero tante di giovanissimi in pose ammiccanti, di adolescenti che mettono in mostra i pettorali e di ragazzine a volte nemmeno sedicenni che si mostrano tranquillamente in bikini o in altri abbigliamento, pose e atteggiamenti (quanto meno) giocosamente provocanti, spesso accompagnate da nick piuttosto espliciti e, comunque, come si diceva una volta, non esattamente da “educande”. Senza contare poi altre foto “private” accessibili solo agli “amici” o agli utenti registrati, riguardo alle quali, pur avendo qualche idea, potrei fare soltanto illazioni.
Come mi sono proposto all’inizio, non do giudizi sul contenuto, che di per sé non presenta niente di male (ma forse qualcosa di poco opportuno sì), ma devo dire che mi ha colpito non poco il grande risalto dato in quel contesto e da parte di giovanissimi all’aspetto e al modo di porsi nei confronti di sconosciuti o “amici” virtuali, e così anche la totale assenza di argomenti capaci di accomunare le persone, al di là di commenti (dei quali tralascio per pietà di riportare le torture ripetutamente inflitte alla povera lingua italiana…) incentrati esclusivamente sulle immagini e finalizzati a richiamare persone alle quali mostrarsi. E il tutto senza che nessuno degli utenti si premuri di conoscere qualcosa al di là di quanto mostrato nelle foto e indicato negli scarni dati del profilo.
So che sarà pressoché impossibile che un utente di tale piattaforma capiti da queste parti, però sarei davvero curioso (senza preconcetti) di sapere come viene utilizzata, le sue finalità e i risultati raggiunti attraverso il suo tramite…

(*) il titolo di questo post è quello di un brano degli Stereolab, tratto dall’album “Peng!” del 1992, il cui testo, originato dalla preveggente e apocalittica utopia di questa band geniale, era incentrato su questo ritornello: “We comunicate more and more in more defined ways than ever before and but no one has got anything to say, it’s all very poor, it’s all just a bore. Sometimes there’s too many difference between the seeming and the meaning”.

evolution of waters

L’incontro tra artisti di estrazioni musicale molto diverse produce, a volte, risultati inaspettati.
Il produttore e compositore islandese Valgeir Sigurðsson aveva curato la registrazione e gli arrangiamenti d’archi di “The Letting Go”, splendido album dello scorso anno di Bonnie “Prince” Billy. Adesso, il cantautore americano “ricambia”, contribuendo con due brani da lui scritti e interpretati all’album di debutto di Sigurðsson, in uscita proprio oggi.
Particolarmente riuscito è uno di questi due brani, “Evolution Of Waters”, un gioiello di romanticismo che vede Will Oldham cantare (credo per la prima volta) su una base elettroacustica e orchestrale dalle sfumature notturne, che fa quasi pensare addirittura a David Sylvian. Musica, parole e anche video di questo brano sono tutti improntati ad atmosfere liquide, davvero di grande efficacia e a temi che, per deformazione professionale (ex-professionale, direi), mi hanno fatto pensare alla definizione di “amore liquido”, utilizzata in tutt’altro contesto, qualche anno fa, da Zygmunt Bauman. A livello di sensibilità personale, invece, tutto ciò mi ha colpito ancora di più, sottolineando quella sensazione di “panta rei”, che adesso potrei interpretare in modi diversi e quasi diametralmente opposti.

http://lads.myspace.com/videos/vplayer.swf

First of all let me say love is a wave, it is what I must learn, if her being I am to earn. Love is a stream that comes before what we can see and then goes on in front of me, moving through the country. Once I hoped I could only be happy when drenched by the sea, it twisted me, I would not flee but made my heart change, you present yourself as the sea and I fear the sea. Love is a stream that sometimes flows inside of me, first it’s black and then it’s green, a merworlf’s dream, love is a stream ending in the sea, you are the sea, you always were. I’m not sure of it, I’m not sure of love, I’m not sure of me, I’m not sure of me, I hate this fear, I hate fear, I hate the sea. Love is a stream that sometimes is inside of me, first it’s black and then it’s blue, flowing cleanly around you. The bed was boat and you and me, the room afloat and tossed so violently, you dusapeared into the scenery, like huckle’s raft I’m freed to be, and as a source and as an end, we are what we always been. Love is a stream, a fountain of what we deem, descendent drinking, branching stream, you are the sea, you always were. Love is a stream, a fountain of what we deem, it comes from somewhere else and it goes to somewhere else.

september brings the autumn dawn

Bene, appena una settimana fa lamentavo come anche il contesto ambientale e meteorologico contribuisse alla sensazione di vivere in un “non-tempo”, e allora eccomi subito accontentato: cieli grigi, il primo piacevole fresco sulla pelle e la consapevolezza che l’autunno tra poco sarà qui. Adesso sì che si può finalmente “resettare” la percezione mentale del tempo con quella reale.
Eppure, qualche tempo fa, parlando (tanto per cambiare) di musica e in particolare di Piano Magic, me uscii con una frase invero piuttosto retorica, del tipo: “è musica per chi l’autunno ce l’ha dentro tutto l’anno”. In realtà, nelle scelte musicali, non mi sono mai fatto guidare dal contesto esterno, trovando perfettamente adatte al clima torrido persino gelide composizioni ambientali; però devo riconoscere che un paio di mattine fa, mentre per la prima volta dopo oltre un mese, cercavo di riprendere le fila di luoghi e attività connesse al lavoro, il fresco mattutino ha favorito la mia percezione di un album che, forse anche perché oppresso dalla calura degli ultimi mesi, non ero riuscito ad apprezzare al meglio, ovvero il terzo lavoro di Nick Talbot, alias Gravenhurst, “The Western Lands”. E, di lì, il pensiero è corso rapido prima a quella mia frase e all’imperativo di riprendere, nel giusto contesto climatico, l’ascolto dell’ultimo album di Piano Magic e poi a un’altra band autunnale come poche, che so già caratterizzerà molto i miei ascolti dei prossimi mesi, ovvero gli amatissimi Hood, che in questo periodo, per diversi motivi, ricorrono davvero spesso. Non a caso, un loro disco di alcuni anni fa si intitolava “The Cycle Of Days And Seasons”; nella scarsa definizione del ricordo dei dettagli di quell’album, ho confuso il passaggio di un testo che recitava “feeling grey, because that’s fine” (praticamente un manifesto!) con quello di un altro brano, dal titolo “September Brings The Autumn Dawn”, ma il senso di quel ricordo è senza dubbio il medesimo è anzi così reso in maniera ancora più precisa. E non è altro che il piacere delle prime maniche lunghe, di finestre e finestrini chiusi, di una luce obliqua e affascinante, di maggiore raccoglimento in silenzio e intimità. In realtà, sarebbe anche quello del richiamo a un’occupazione del tempo più utile e razionale, ma questa, per il momento, è un’altra storia…..

Hood – September Brings The Autumn Dawn (mp3)

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