Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

Archivi Mensili: ottobre 2007

at home

Sono appena di ritorno dalla visione di “Heima”, pellicola che testimonia una serie di concerti tenuti dai Sigur Rós nel 2006, in diverse location  islandesi, alcune  delle quali particolarissime.
L’insolita ora pomeridiana e un pizzico di delusione perché sapevo che la band non sarebbe stata presente, come invece è avvenuto in molte altre presentazioni del film in giro per il mondo, non lasciavano presagire grandi aspettative o, più semplicemente, non ero troppo ben preparato psicologicamente, visto il periodo un po’ tribolato e le corse fatte per arrivare in tempo alla proiezione, perché, purtroppo, qualcosa al lavoro e alla vita al di fuori della musica bisogna pure concederlo.
Insomma, mai come questa volta ero emotivamente impreparato alla musica di una band che riesce a smuovermi dentro come nessun’altra è in grado di fare. E allora sono stati quasi inevitabili gli occhi lucidi, trattenuti a stento ai primi brani che accompagnavano le poche parole dei membri della band e le splendide, adattissime immagini di una terra dal fascino unico.
Forse è nel destino di ognuno che ci sia una band che riesce a colpire dritto al cuore: ebbene, per me, ormai da anni, sono i Sigur Rós. Con loro, la razionalità di giudizio passa ampiamente in secondo piano, o almeno la riserverò per quando mi toccherà parlare con un certo equilibrio del nuovo “Hvarf/Heim”, del quale ho già ascoltato una delle tracce inedite, “Í Gær”, che finora non mi ha particolarmente impressionato. Ma questo è un discorso che adesso è prematuro e fuori luogo fare, visto che i miei pochi ascolti di quel brano sono avvenuti in mezzo alle decine e decine di altri ascolti giornalieri, mentre tutt’altra fruizione della loro musica è stata quella dell’ora e mezza al buio, corredata dalla visione di immagini splendide.
Per questo, “Heima” mi ha trovato poco abituato a un certo tipo di concentrazione ed emotivamente vulnerabile; così, ancora una volta la musica dei Sigur Rós, qui unita a parole e immagini, ha colpito nel segno, confermandosi come qualcosa di unico e totalmente diverso dalla enorme mole di musica che capita di ascoltare tutti i giorni, qualcosa ancora in grado di smuovere dentro, facendo davvero sentire “a casa”, nel loro contesto ideale, le emozioni da essa suscitate.

texas to ohio

…e menomale che, come sempre, c’è la musica a fare da riferimento certo e nicchia nella quale rifugiarsi per trascorrere qualche ora, dimenticando per un po’ il mondo fuori. E il tempo scorre veloce, quasi senza accorgersene, in presenza della concretizzazione dal vivo della musica amata e tante volte ascoltata su supporti in apparenza inerti ma comunque in grado di veicolare in maniera sempre nuova e personale le sensazioni originate dall’ascolto.
Però, se le condizioni sono propizie – e, purtroppo, non lo sono tanto spesso – la percezione live implica una dedizione all’ascolto quasi totalizzante, che dipende anche dall’empatia che può crearsi con gli artisti sul palco, alle cui voci e ai cui suoni viene finalmente conferita presenza e immagine reale. Non sempre però si crea quell’empatia, magari più per questioni di predisposizione personale che non per responsabilità degli artisti.
Comunque, tutte queste premesse per spendere due parole sulla serata concertistica di ieri che, in maniera piuttosto inusuale, vedeva due “eventi” da non mancare, in luoghi diversi ma fortunatamente coordinati tra loro in maniera egregia. Okkervil River e Jason Molina (solo) sono, a scatola chiusa, elementi sufficienti per una serata da ricordare. Dal vivo, invece, le sensazioni sono state parzialmente diverse.
Discreto il concerto della band di Will Sheff, nonostante la prevedibile calca e un impianto di amplificazione che ne ha rovinato in larga misura la fruizione: suono trascinante ma forse un po’ troppo rumoroso, tanto da creare una certa confusione e non far emergere le doti liriche e di scrittura della band e la stessa voce di Sheff, forse un po’ troppo aggressivo nel modo di porsi e di cantare. Bravissimo comunque a tenere il palco, anche di fronte alle enormi difficoltà tecniche e alla provvisoria (e da me quasi auspicata!) rottura dell’amplificazione, che almeno ha regalato un paio di brani acustici, dai suoni e dalle melodie decisamente più limpide. Band molto valida e dall’ottimo impatto, ma per quanto mi riguarda quasi una mezza delusione, probabilmente anche in ragione delle mie aspettative molto elevate.
Finito il concerto, di corsa a vedere Jason Molina, in uno spostamento fisicamente breve, ma musicalmente più sensibile: dal Texas all’Ohio, dal “rock and roll suonato alla maniera americana”, al blues solitario e dolente. Molto più raccolta, e dunque meglio fruibile, la sua esibizione, “a man and a guitar”, di fronte ad alcune decine di persone. Molti brani dai suoi album “solisti”, qualche versione spoglia (e più valida) di quelli suonati con la band Magnolia Electric Co. E un’anticipazione di quanto il nostro, come sempre attivissimo, farà nel prossimo futuro. Avrà pure una figura alquanto buffa, che non cessa di manifestare piccole nevrosi, ma dal vivo tiene la scena come pochi, solo con la chitarra e una voce di un’espressività davvero rara.
E poi, il concerto di Molina è stata un’occasione davvero piacevole per tornare in un locale che ha riaperto i battenti dopo molti anni di chiusura e peraltro promette veramente bene. Ieri sera mi sforzavo di ricordare a quando risalisse l’ultima volta che ero stato lì, e alla mente mi è subito venuto un memorabile, intimo concerto degli Spokane, accompagnato da una pioggia scrosciante, che faceva da ulteriore, perfetto accompagnamento alla loro musica lenta e soffusa; ma in realtà l’ultimo ricordo in quel luogo era un per me solitario concerto dei Giardini di Mirò, risalente al maggio 2004, legato a tanti ricordi per quella che, proprio da quella sera, ha iniziato ad essere una vita fa. Tanto che non può non fare uno strano effetto ritornare nello stesso luogo a distanza di tempo, simbolicamente di nuovo in un momento di (quasi) svolta,
e confrontare pensieri ed emozioni di allora con le condizioni personali odierne: eppure sembra quasi ieri, perché oggi come allora la costante è la musica, il modo di viverla e tutto ciò che in qualche modo, per me, continua a girarvi intorno.

the truth is always one step behind

Gli scrittori con i quali si stabilisce una sorta di empatia, nello spirito e nel modo di affrontare la realtà, finscono per sorprendere e far riflettere anche quando non si esprimono al meglio delle loro possibilità.

Ciò è stato valido, qualche settimana fa, alla conclusione dell’ultimo romanzo di Jonathan Coe; non può essere altrimenti per Nick Hornby (e chi altri se non lui?), alla fine della mia tardiva lettura del non ispiratissimo "Non buttiamoci giù". Ebbene anche in un’opera non all’altezza di quelle che mi hanno fatto letteralmente innamorare della sua scrittura e del mood da essa espresso, non mancano passi che inducono alla riflessione, forse anche per quel quasi inevitabile rispecchiamento che si instaura tra il lettore e il romanzo.

Il passo da "pugno nello stomaco", in questo romanzo, per me è stato il seguente:

"Passiamo tutti tanto tempo senza dire cosa vogliamo perché sappiamo di non poterlo avere. E perché sembrano robe rozze, o ingrate, o sleali o infantili, o stupide. O anche perché siamo talmente disperati da fingere che le cose siano come devono essere, e sembra una mossa falsa confessare a noi stessi che non lo sono. Su, forza, sputa cosa vuoi. Magari non ad alta voce, se c’è il rischio di finire in un casino. «Vorrei non averlo mai sposato.» «Vorrei che fosse ancora viva.» «Vorrei non avere mai fatto dei figli con lei.» «Vorrei avere una barcata di soldi.» «Vorrei che tutti gli albanesi tornassero nella loro Albania di merda.» Qualunque cosa sia, dilla a te stesso. La verità ti renderà libero. Oppure ti beccherai un pugno nel muso. Sopravvivere a qualunque vita tu stia vivendo significa mentire, e l’inganno corrode l’anima; quindi, almeno per un minuto, molla le bugie."

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