Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

somehow about perfection

Questa volta non dovrei perdermi in contorte premesse né in discorsi criptici, che si avviluppano su se stessi: l’oggetto delle righe che seguono è la perfezione, o meglio l’aporia tra l’umana propensione ad essa e l’inevitabile imperfezione e incompiutezza del reale, tra visioni ideali del mondo, presenti solo nell’immaginazione personale, e scelte ben più concrete, nelle quali anche la persona più intransigente si trova obbligata a compromessi o quanto meno a fare semplicemente i conti con aspetti pratici solo parzialmente dipendenti dal nostro controllo.
La questione è: fino a che punto ci si può/deve discostare da un ideale optimum che bene o male tutti hanno nella testa? Certo, l’ideale che la realtà “giri” in perfetta armonia con noi stessi è fin troppo legato a una visione ingenuamente irenica del mondo e può essere comprensibile più in età adolescenziale che non quando si è già copiosamente andati a cozzare con le troppe situazioni sulle quali non si ha alcuna possibilità di incidere. Quell’aspirazione resta, tuttavia, connaturata all’animo umano anche quando, più o meno consapevolmente, si rinuncia a perseguirla, non tanto per mancanza di volontà quanto per invece per la constatazione della sua sostanziale irrealizzabilità. Da ciò può discende quella che potrebbe apparire volontà di accontentarsi, ma forse è soltanto un tentativo di apprezzare quel (poco o molto) che la vita mette di fatto a disposizione. Tutto però sta a vedere quanto sia accettabile il suo discostarsi dall’ideale e quanto quest’ultimo sia di fatto realizzabile. Anche e soprattutto quando affiora la percezione che nel mondo circostante esista una “perfezione maggiore” di quella conseguita e, di conseguenza, il dubbio che sia dunque necessaria una maggiore determinazione nel perseguirla.
È proprio su questo punto che mi capita di riflettere da qualche tempo, rispondendomi che molto possa dipendere, oltre che dalla volontà, da una sorta di abitudine a un certo grado di perfezione relativa. Infatti, per quanto nelle cose che faccio tenda a essere fin troppo perfezionista, mi rendo conto di essere da sempre accompagnato da una (notevole) dose di imperfezione, che pur devo riconoscere non manca di regalare soddisfazioni e di instillare piccole gioie che, anche in altre situazioni, sarebbero comunque destinate a restare effimere.
Ripensando per la milionesima volta a quella frase-guida di Nick Hornby, nell’impossibile coronamento della felicità, si potrebbe almeno cercare di apprezzare moderate condizioni di contentezza, senza chiedere un “di più” probabilmente irrealizzabile, proprio a causa della stessa impossibile ricerca della perfezione. Nick Hornby ricorre spessissimo su queste pagine con riferimento al suo modo di vivere e raccontare la musica, i sentimenti e i rapporti umani ma, come tutti sapranno, è anche un grande appassionato di calcio e delle emozioni che può suscitare l’amore genuino per una squadra. E proprio una metafora calcistica mi viene spontanea per concludere l’argomento in oggetto, perché in fondo constatare e accettare l’imperfezione è un po’ come tifare per una squadra che non potrà mai regalare vittorie a ripetizione, ma solo soddisfazioni piccole e saltuarie: ciononostante, il vero tifoso non può fare a meno di amarla…

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