Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

you can’t save everything

Come non sono esattamente un caso le predilezioni musicali dell’ultimo periodo, una sorta di filo conduttore sembra legare anche le mie letture recenti, ancora una volta troppo poche e troppo pigre. Ci pensavo mentre ultimavo “Questo libro ti salverà la vita” della scrittrice americana A.M. Homes, ultimo romanzo di quello che al momento è un trittico che ho iniziato – più o meno consapevolmente – con “Come diventare buoni” dell’amato Nick Hornby e proseguito con “Felicità®” di Will Ferguson.
Cosa hanno in comune questi tre libri? A ben vedere non poi così tanto, poiché sono ambientati in contesti tra loro diversi e narrano storie prese da differenti punti di vista; eppure, quello che mi fa pensare che la mia scelta della lettura in sequenza di questi tre libri, tra i tanti ancora in attesa di ricevere la mia attenzione non sia poi tanto casuale, è una certa comunanza di approccio di storie i cui protagonisti sono alla disperata ricerca di svolte esistenziali agognate, ma ben difficili da mettere in pratica, anche per il loro essere troppo buoni, in qualche modo ingenui e fondamentalmente rassegnati a una disperazione latente, intesa come il male minore. In tutti e tre i romanzi – per quanto piuttosto leggeri – si profilano realtà migliori, cambiamenti auspicati e altri attuati ma sempre senza i miglioramenti sperati, tanto da far concludere, più o meno in tutti e tre i casi, per l’impossibilità quasi assoluta della ricerca di una felicità esistente forse solo nei desideri e proprio per questo produttiva di una scontentezza cronica, con la quale alla fine bisogne semplicemente convivere. Di qui allora le risibili ricerche di appagamento attraverso improbabili manuali di autoaiuto, fughe da sé e dagli altri, ritiri spirituali e altro ancora, per poi concludere che, forse, la felicità non la raggiungono ma almeno stanno molto meglio coloro che tanti problemi non se li fanno, magari perché ne hanno di più concreti e importanti.
E poi, del libro della Homes – che non salverà la vita ma è ricco di spunti molteplici – mi ha colpito molto la spinta quasi catartica del protagonista nel suo slancio verso gli altri, nella sua rinnovata visione della vita come finalizzata almeno a cercare di fare del bene a quante più persone possibili (se non proprio renderle felici…), vedendo in questo quasi una missione, non un riscatto di semplice altruismo “buonista”, ma un modo per poter stare meglio con se stesso, anche a prescindere dal proprio bene contingente. Sarà per questo che ne ho tratto una certa inevitabile spinta all’immedesimazione, in virtù di quella che è quasi una mia costante necessità di dover sempre dare quanto più possibile per sentirmi a mio, anche a prescindere dai possibili ritorni (anche se a tutto c’è un limite…). Di passi efficaci e tali da indurre a riflessioni in questo romanzo ve ne sono parecchi, ma come spesso capita la pigrizia o i momenti poco nei quali li ho letti mi hanno impedito di appuntarne i più, quindi vado a memoria e riprendo almeno questi due che seguono:

Soffrire è normale. Il dolore è normale, fa parte della vita. Allora perché siamo qui? Perché abbiamo paura di soffrire? Perché cerchiamo di evitare la sofferenza? Perché pensiamo che sia sbagliato soffrire? Ci curiamo, facciamo meditazione, saremmo disposti a tutto pur di non soffrire. Ma cos’è la sofferenza? Cosa esprimiamo quando soffriamo? La profondità di ciò che sentiamo, il nostro attaccamento o il nostro desiderio di cose che non possiamo avere, il nostro ego, tutto ciò che può portarci verso il basso? […] chiediamo a noi stessi di essere aperti, di essere capaci di sentire quello che sentiamo, di non respingerlo, di non farcene sopraffare, ma di prenderne atto, di guardare cosa c’è dietro, di conoscerlo. Qual è la consistenza, il peso della nostra sofferenza? Che significato ha? Cominciamo col toccarla, avviciniamoci, accettiamola: Ciao, sofferenza, sono qui con te. Sono accanto a te, una cosa sola con te. Io sono te. Io sono la sofferenza.

«Sei sbucato dal nulla, ti sei preso cura di me e non mi hai chiesto niente in cambio – nessuno si era mai preso cura di me in questo modo. Di solito sono io che lo faccio!».
Questa è la persona che vuole essere. Vuole poter fare questo per gli altri, sconosciuti, non importa chi, e vuole poterlo fare anche per se stesso.

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2 risposte a “you can’t save everything

  1. hengie 24 marzo 2007 alle 17:46

    anch’io ultimamente leggo poco…

    secondo me in linea generale qualsiasi lettura è in grado di darci qualcos,a in qualche modo…

    per la scelta….beh, sicuramente spesso lo stato d’animo influenza la scelta della lettura, come pure influenza quello che riusciamo a “ricevere” dalla lettura stessa (e forse a volte è anche vero il contrario, cioè che la lettura influenza lo stato d’animo… ma il messaggio deve essere veramente forte e noi allo stesso tempo dobbiamo essere (pre)disposti a riceverlo…).

    ps: il secondo passo che hai citato è splendido…

  2. raffaello 25 marzo 2007 alle 10:47

    Quello dell’influenza reciproca è quasi un “dilemma” che capita di pormi per la lettura, per la musica e pure per molte altre scelte e situazioni. Probabilmente perché tutto ciò finisce per colpire componenti al di là del razionale, che, appunto, non tutti sono disposti o in grado) di lasciar coinvolgere.

    Il secondo passo citato mi ha lasciato di stucco, perché lo considero una sorta di “manifesto” di un certo modo di vivere spontaneo, e di come esso, in fondo, abbia la finalità ultima di appagare noi stessi, passando però per un “fare per gli altri”.
    Peccato però che non sempre (anzi, quasi mai) si ricevano simili riconoscimenti dai destinatari del nostro “fare per”…

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