Tracce di emozioni

pensieri, emozioni e raggi di sole attraverso le tenebre

rearview mirror: 2011

Viste le affettuose richieste ricevute a proposito della mancata classifica dei dischi del 2011, a questo punto mi sento in dovere a colmare quella che non considero una lacuna quanto piuttosto una precisa scelta comunicativa, coerente con il momento nel quale era stata adottata e con il mio modo di vivere la musica in generale.
Avrebbe quindi ancora meno senso tornare adesso su quella decisione, presentandosi come se nulla fosse con un un lungo elenco di dischi. Nel frattempo, la frenetica attenzione per le fatidiche liste di fine anno dovrebbe essere scemata, ragion per cui si può forse provare a guardare indietro all’anno trascorso, riepilogandone senza nessun fine compilatorio i dischi che più mi hanno colpito ed emozionato.

La regina indiscussa del mio 2011 è stata senza ombra di dubbio Alicia Merz: due dischi e mezzo (quello cofirmato con Leonardo Rosado) del suo progetto Birds Of Passage nel volgere di nemmeno dieci mesi. “Without The World” l’ha incoronata signora dell’inverno, con melodie eteree su drone casalinghi che hanno suscitato brividi di freddo e d’emozione  particolarmente intensi. Non amo fare pronostici di “durata”, ma “Without The World” è un disco destinato a restare per molto tempo nella mia mente e nel mio cuore.

Subito dopo, l’incredibile incontro tra King Creosote e John Hopkins per “Diamond Mine”, il compimento melodico della malinconia rurale degli Epic45 (“Weathering”), i drone di organo nati dall’Islanda di “Ravedeath, 1972” di Tim Hecker, la scatola delle meraviglie “Songbox” del redivivo Pete Astor e l’altro incontro, sentimentale oltre che musicale, di Alasdair MacLean dei Clientele con Lupe Nunez Fernandez dei Pipas in Amor De Dias: con il loro “Street Of The Love Of Days” ho avuto un rapporto alterno, ma protrattosi per tutto l’anno e culminato con una loro intima esibizione acustica nel mese di dicembre.

Poi, in ordine sparso, il rapimento pianistico di Gem Club, il pop scatenato degli Help Stamp Out Loneliness e quello venato di sogni tenebrosi degli Still Corners, l’indie-folk degli Hhymn e la psichedelia pastorale del ritorno dopo quasi quarant’anni di Mark Fry supportato dagli A. Lords; le calde note della kora di Stranded Horse, le suggestioni “made in Iceland” di Puzzle Muteson e le raffinatezze cameristiche di Ensemble; l’ambient fluttuante di Antonymes e le minimali emozioni pianistiche di Dustin O’Halloran; il soffice slow-core dei Villa Venus e gli Hammock che scoprono la voce insieme ai Church in “Asleep In The Downlights”, i gioielli orientali di Aspidistrafly e Janis Crunch & Haruka Nakamura e le ombre scozzesi di Caught In The Wake Forever e Glacis; e poi i ritorni di grandi nomi che sono tornati a risplendere, da J Mascis a Bill Callahan, dai Low (magnifico il loro “C’Mon”) ai Mogwai, in particolare con l’E.P. “Earth Division”.

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2 risposte a “rearview mirror: 2011

  1. l'idi ota 22 febbraio 2012 alle 19:30

    🙂
    Ecco,alcune cose me le ero perse..e qualcuna ha già avuto un buon impatto.thanks

  2. rraff 22 febbraio 2012 alle 21:24

    Mi fa piacere, visto che sei sicuramente tra gli autori delle (poche ma) “affettuose richieste ricevute”. In fondo anche una non-classifica può adempiere la stessa funziona, perciò hai fatto bene a sollecitarmi… meglio tardi che mai! 😀

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